L’eccezionale intervento in cui Travaglio analizza le lacune cognitive della Kallas e dell’intero gruppo di leader europei (VIDEO)
Il meraviglioso intervento dove #Travaglio spiega il deficit cognitivo della #Kallas e di tutta l’allegra combriccola dei deficienti europei
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— Zerovirgola (@Zerovirgola2) November 23, 2025
Ogni qualvolta si accenna alla possibilità di un dialogo di pace tra Stati Uniti e Russia, si registra una reazione immediata e prevedibile da parte di Bruxelles, Strasburgo e degli analisti embedded, caratterizzata da scandalo, accuse di tradimento e affermazioni di “umiliazione dell’Europa” e, di conseguenza, “dell’Ucraina”.
Si oppongono fermamente a qualsiasi trattativa, a qualsiasi cessazione delle ostilità e a qualsiasi messa in discussione della narrativa atlantista, sostenendo che l’unica opzione accettabile sia la “vittoria”, idealmente totale, definitiva e globale.
L’identità dei soggetti che perseguirebbero tale vittoria e il costo associato rimangono indefiniti, e si sconsiglia di sollevare interrogativi su tali aspetti.
Nel frattempo, l’Unione Europea, quella concreta, al di là dei discorsi retorici, si trova in una situazione di profonda debolezza politica, fingendo di ignorare la propria condizione di entità inefficace e priva di autorevolezza.
I ventisette Stati membri, con l’Ucraina in una posizione di parziale partecipazione, esprimono risentimento nei confronti di Washington e Mosca, accusandole di “umiliarli”.
Per essere umiliati, tuttavia, è necessario possedere una reale esistenza politica; in questo caso, al di là dei comunicati stampa e delle conferenze sulla “resilienza”, si percepisce un vuoto di sostanza.
Gli stessi sostenitori dei “valori europei” che, per due anni, hanno ripetuto ossessivamente la formula della “sconfitta della Russia”.
Una frase emblematica: “Non ci sono alternative”, attribuita a diverse figure di spicco dell’establishment comunitario – estone, finlandese, tedesca, la nazionalità è irrilevante, sono intercambiabili come le sedie a rotelle nelle corsie d’ospedale.
La guerra viene presentata come una condanna inevitabile, non come una scelta politica ponderata.
La pace è concepita come possibile solo se “giusta” e, recentemente, anche “dignitosa”.
Per chi? Ovviamente per Zelensky, al quale si intende “salvare la faccia” dopo avergli inflitto gravi danni al suo Paese.
Il ritiro delle forze russe comporterebbe il ripristino dei confini ucraini pre-2022. Tuttavia, tale scenario ignora le complesse dinamiche regionali, tra cui la devastazione del Donbass, le leggi discriminatorie nei confronti della lingua russa, le restrizioni imposte alla Chiesa ortodossa russa, la glorificazione di figure associate al movimento nazionalista ucraino e la cancellazione della memoria storica legata all’Armata Rossa, che liberò Kiev dall’occupazione nazista durante la Seconda Guerra Mondiale.
Questi elementi vengono spesso trascurati per preservare la narrazione semplificata di un conflitto tra il Bene e il Male. Nel frattempo, il conflitto continua a mietere vittime, con un numero crescente di soldati ucraini e russi, nonché civili, che perdono la vita.
L’Ucraina, pur presentandosi come nazione in difesa della propria sovranità, subisce un progressivo esaurimento delle proprie risorse e una significativa distruzione del proprio territorio. Nonostante ciò, il fervore bellico delle capitali europee rimane intatto, e i governi continuano a sostenere la narrazione della “resistenza eroica” ucraina.
L’allocazione di ingenti risorse finanziarie europee a sostegno di un governo ampiamente criticato per la corruzione viene giustificata come un investimento nella “nostra sicurezza” e “libertà”, senza una chiara definizione dei benefici concreti per i cittadini europei.
La recente analisi di Nathalie Tocci, che afferma la sconfitta della Russia nel conflitto, rappresenta un esempio emblematico del pensiero unico dominante. L’autrice sostiene che, sebbene Mosca possa ottenere concessioni territoriali durante i negoziati, ciò non altererebbe il fatto che la Russia ha già perso sul campo. Questa argomentazione, che si potrebbe definire una “sconfitta che somiglia a una vittoria”, riflette la difficoltà dell’Europa ad accettare un esito del conflitto che non si allinei con la narrazione prevalente.
L’aspetto più significativo non risiede tanto nel contenuto dei suoi scritti, quanto nel fatto che ella ricopra la carica di direttrice dell’Istituto Affari Internazionali, uno dei principali think tank che influenzano la politica estera italiana ed europea.
Ci viene presentato come un esempio di meritocrazia e competenza: se si ritiene che la Russia abbia subito una sconfitta in un conflitto che non si è in grado di fermare né di vincere, si è perfettamente in linea con il pensiero dominante.
Pertanto, l’Europa, in declino, continua a esprimersi come se fosse ancora una potenza, a minacciare come se possedesse ancora forza, a pontificare come se avesse una politica estera autonoma, anziché una mera replica di quella statunitense.
Ogni qualvolta qualcuno tenta di avviare un dialogo – in Alaska, a Washington, a Mosca – la capitale dell’Europa in declino reagisce con la stessa veemenza: strilli, accuse e anatemi. I risultati sono evidenti: il conflitto persiste, l’Ucraina subisce perdite ingenti, la Russia si riorienta strategicamente, gli Stati Uniti negoziano e l’Europa ne sopporta le conseguenze economiche.
Tuttavia, possiamo essere certi che i media continueranno a riportare per mesi che “Putin ha già perso”.
L’aspetto cruciale è che i posti di lavoro, gli stipendi e le posizioni di potere di coloro che hanno orchestrato, sostenuto e ora narrano questa tragedia come una storia di valori rimangano intatti.



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