Scontro verbale, durato alcuni minuti, prima della partenza del corteo dell’8 marzo a Roma. A innescare la discussione è stato un cartello mostrato da un gruppo di donne e uomini iraniani presenti alla manifestazione: sullo striscione compariva la scritta “Sì alla guerra per il salvataggio del popolo iraniano”. La frase, esposta mentre alcuni componenti del gruppo rilasciavano dichiarazioni ai giornalisti, ha attirato l’attenzione di una parte delle attiviste femministe presenti in piazza.
Secondo quanto ricostruito sul posto, l’interruzione è avvenuta proprio durante le interviste alla stampa. Alcune manifestanti si sono avvicinate contestando il contenuto del cartello e invitando il gruppo a non portare messaggi favorevoli a un conflitto in un contesto che, per molte partecipanti, si richiama a parole d’ordine pacifiste. La risposta è stata immediata e la discussione si è accesa nel giro di pochi istanti, davanti a telecamere e taccuini.
In particolare, le attiviste che hanno contestato il cartello avrebbero detto: “Avete sbagliato manifestazione. Noi siamo per la pace, no alla guerra”. La posizione espressa ha provocato la reazione delle manifestanti iraniane, che hanno rivendicato la propria lettura della situazione nel Paese d’origine e il diritto di portare un messaggio politico considerato, da loro, coerente con la richiesta di “salvataggio” del popolo iraniano. Nel botta e risposta, le iraniane hanno replicato: “Non potete decidere voi cosa è meglio per il nostro Paese”.
La discussione è proseguita per alcuni minuti, mantenendosi su toni accesi ma senza degenerare in contatti fisici, fino a quando la situazione è rientrata e il corteo ha potuto avviarsi. La scena, avvenuta prima della partenza, ha segnato uno dei momenti più tesi della giornata nella capitale, evidenziando divergenze politiche interne rispetto al tema della guerra e alle modalità con cui leggere conflitti e crisi internazionali dentro le piattaforme delle mobilitazioni femministe.
Parallelamente, in diverse città si sono svolte iniziative per la Giornata internazionale della donna, con cortei, presìdi e appuntamenti pubblici. Tra questi, una manifestazione a Ancona ha visto i partecipanti sottolineare fin dall’inizio la natura dell’evento, prendendo le distanze da un’impostazione celebrativa. Dal corteo è arrivata infatti la precisazione: “non è una festa, ma un giorno di lotta e di sciopero”. Un messaggio ribadito nel corso della giornata per marcare la distanza da formule ritenute rituali o istituzionali.
Nel capoluogo marchigiano, le realtà transfemministe che hanno convocato la mobilitazione hanno diffuso un testo in cui hanno spiegato le ragioni dell’iniziativa, indicando più obiettivi e più fronti di contestazione. Nella dichiarazione riportata dagli organizzatori, si legge: “Non abbiamo nulla da festeggiare. – sostengono le sigle transfemministe che hanno convocato il corteo, Amare Sibille, Non una di meno Marche, Soy yo e Nate intere – Protestiamo contro una falsa idea istituzionale che in noi vede solo ‘passione e sacrificio’. Diciamo no ai concorsi di ‘gentilezza’ e all’ingerenza dei movimenti pro-vita nelle questioni istituzionali”. Il testo richiama, da un lato, il rifiuto di una rappresentazione stereotipata dei ruoli femminili; dall’altro, la critica a iniziative considerate paternalistiche e a pressioni politiche attribuite ad ambienti pro-vita.
La manifestazione di Ancona si è svolta lungo un percorso definito, accompagnata dal suono del tamburo. La partenza è avvenuta dal Passetto, davanti al monumento ai Caduti; quindi il corteo ha proseguito lungo viale della Vittoria, con conclusione prevista in corso Garibaldi. Durante il tragitto sono stati esposti numerosi cartelli, con slogan e messaggi su diritti, libertà e autodeterminazione. Tra le scritte visibili, anche “Il posto di una donna è nella rivoluzione” e “Io non sono affare tuo”, rilanciate tra i partecipanti come sintesi delle rivendicazioni portate in piazza.



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