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Gli Stati Uniti accusati di Stato canaglia tra attacco all’Iran, truppe in Groenlandia e raid dell’ICE



Negli Stati Uniti circolano video che mostrano agenti dell’ICE in azioni violente e paramilitari contro civili, richiamando alla memoria episodi storici di repressione e sollevando allarmi internazionali.



Le immagini diffuse nelle ultime ore dagli Stati Uniti mostrano operazioni dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) che molti osservatori descrivono come somiglianti a quelle di milizie paramilitari piuttosto che ad agenti di un’agenzia governativa deputata all’immigrazione. Scene riprese per strada e all’interno di abitazioni mostrano funzionari che strappano persone dalle proprie auto o dalle loro case con una durezza e rapidità che ricordano tragici momenti del XX secolo.

In quei video, molte delle cui clip stanno rimbalzando sui social network statunitensi e internazionali, si vedono agenti in tenuta operativa che circondano veicoli e, con decisione violenta, trascinano fuori i conducenti e i passeggeri. In altri casi, l’azione avviene direttamente all’interno di edifici residenziali, con irruzioni in cui individui sono afferrati, ammanettati e condotti via senza apparente possibilità di reazione. Tali scene, per la loro brutalità e per la loro natura sommaria, evocano inevitabilmente — nelle parole di molti cronisti e commentatori — i “rastrellamenti contro rom, omosessuali ed ebrei durante il fascismo e il nazismo”.

Il quadro che emerge è quello di un’agenzia federale che sta assumendo un ruolo ben più ampio e aggressivo rispetto a quello tradizionale di un ufficio di controllo dell’immigrazione. In molti, negli Stati Uniti come all’estero, hanno sollevato critiche e allarmi di varia natura, considerando l’uso di forza estrema e tattiche militari non solo sproporzionato ma potenzialmente in violazione di diritti civili fondamentali.

Questa escalation di violenza istituzionalizzata non è isolata, ma si inserisce in un contesto politico interno profondamente polarizzato. Secondo analisti e cronisti, la figura di Donald Trump ha trasformato in modo radicale e permanente il volto della Repubblica americana. Nella retorica e nelle pratiche del suo attuale esecutivo, si osserva — affermano tali osservatori — «lo svuotamento sistematico dello stato di diritto», un processo che trascende lo schema politico classico e si avvicina pericolosamente a modelli autoritari.

Un episodio recente che ha attirato molta attenzione è la presa di posizione pubblica di Miller, vice capo di gabinetto di Trump, che ha etichettato il governatore del Minnesota, Walz, come «un terrorista». Una dichiarazione di tale portata non solo sottolinea l’aggressività della comunicazione politica in vista delle prossime elezioni di medio termine, ma evidenzia anche come la contrapposizione interna stia assumendo toni sempre più radicali e divisivi.

In parallelo, l’amministrazione statunitense ha intensificato la propria campagna contro i media tradizionali, che un tempo costituivano il primo canale di informazione e controllo dell’operato governativo. Nel corso delle ultime settimane, infatti, Trump e i suoi principali collaboratori hanno apertamente dichiarato guerra alla stampa, puntando a limitare gli accrediti dei giornalisti alla Casa Bianca con lo strumento della revoca degli accessi. Tale strategia, secondo critici autorevoli, mira a delegittimare le voci critiche e a costruire un’informazione conforme alla linea dell’esecutivo.

L’attacco alla stampa non si è limitato ai confini nazionali. Il caso della BBC, emerso di recente, è stato citato da commentatori e diplomatici come significativo: la storica emittente pubblica britannica si sarebbe trovata nella posizione di dover rivedere un montaggio giudicato sgradito dall’amministrazione americana, arrivando a un accordo per ritirare una denuncia e scongiurare potenziali tensioni diplomatiche.

Un altro elemento centrale della narrazione interna di Trump riguarda il cosiddetto «nemico interno» in vista delle elezioni di medio termine: Jerome Powell, presidente della Federal Reserve. La campagna “Make America Great Again”, pilastro della comunicazione trumpiana, fatica a dimostrare risultati economici convincenti, e i dazi imposti dall’amministrazione non hanno prodotto, secondo molti economisti, gli effetti positivi promessi durante la campagna elettorale.

A preoccupare non sono soltanto i dati macroeconomici, ma soprattutto le immagini di quella che molti definiscono ormai «brutale quotidianità». Due video in particolare hanno attirato l’attenzione internazionale: nel primo, una donna con disabilità visibilmente incapace di muoversi viene trascinata fuori dalla propria auto mentre grida di non potersi muovere; nel secondo, una persona travestita da clown viene afferrata e portata via in piena diretta televisiva per strada. Scene come queste, documentano critici e attivisti per i diritti umani, sono emblematiche di un uso della forza che sembra rispondere direttamente agli ordini dell’esecutivo e alla sua consigliera per la sicurezza nazionale, nota per essersi fatta ritrarre in posa davanti a detenuti deportati in El Salvador nei mesi scorsi.

Mentre storici e giuristi discutono se gli Stati Uniti abbiano mai incarnato nella loro storia la forma più alta di democrazia promessa dai loro padri fondatori, l’opinione pubblica internazionale comincia a interrogarsi su una possibile svolta definitiva. Per molti osservatori, quanto sta avvenendo rappresenta un superamento di una soglia oltre la quale non è più possibile parlare di semplici “derive”; è, secondo loro, la trasformazione in un modello di governance che alcuni definiscono già un “paese canaglia”.



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