La bottiglia d’acqua era ancora sigillata, o almeno così sembrava a un primo sguardo distratto, ma osservandola sotto la luce cruda della cappa, ho notato un minuscolo foro sul tappeto di plastica. Il terrore è diventato una nausea violenta che mi ha costretto a correre in bagno, mentre la realizzazione del piano di Brooks e Naomi si palesava in tutta la sua brutale chiarezza. Quella fiala blu era finita nella mia acqua, un veleno o un sedativo progettato per farmi scivolare in un sonno da cui forse non mi sarei mai più svegliata. Brooks non era rimasto a pulire la casa di Naomi; stava aspettando che il liquido facesse effetto per tornare e inscenare quello che sarebbe sembrato un tragico incidente domestico.
Ho afferrato il telefono, intenzionata a chiamare la polizia, ma in quel momento ho sentito il ronzio metallico del citofono del palazzo, un suono che ha squarciato il silenzio come un urlo. Brooks era sotto, stava citofonando con insistenza, nonostante mi avesse detto che sarebbe tornato solo il mattino dopo per portarmi la colazione e portarmi a fare una passeggiata. Ho guardato lo schermo del video-citofono: Brooks non era solo, Naomi era dietro di lui, nascosta nell’ombra dell’androne, con lo sguardo fisso verso la telecamera come se potesse vedermi attraverso il monitor. Non avevano aspettato il mattino, avevano fretta di chiudere i conti, forse perché sapevano che avevo girato troppi video o forse perché Naomi non tollerava più la mia esistenza.
“Sienna, apri, ho dimenticato le chiavi di casa mia da te e Naomi ha bisogno di recuperare dei documenti urgenti,” gridò Brooks con una voce che cercava di apparire calma ma che tradiva una vibrazione metallica. Non ho risposto, sono rimasta immobile nell’oscurità del corridoio, pregando che il battito del mio cuore non fosse udibile oltre la porta blindata che mi separava dai miei potenziali assassini. Naomi ha fatto un passo avanti, prendendo il citofono dalle mani di Brooks, e la sua voce è uscita fredda e tagliente, priva di ogni maschera di amicizia: “Sappiamo che sei sveglia, Sienna. Sappiamo che hai guardato il video. Apri la porta e rendiamo la cosa semplice per tutti.”
In quel momento ho capito che non potevo più scappare e che la mia unica via d’uscita era affrontare la verità, qualunque essa fosse, prima che trovassero un modo per forzare l’ingresso. Ma proprio mentre stavo per digitare il numero del Detective Sterling, un vecchio amico di mio padre, ho notato un dettaglio nel video-citofono che mi ha fatto raggelare ancora di più. Naomi non teneva in mano una pistola, ma un piccolo dispositivo elettronico che stava emettendo un segnale luminoso verde, lo stesso che usava mio padre per disattivare i sistemi di sicurezza dell’azienda. Mia migliore amica non stava solo cercando di uccidermi per gelosia; stava cercando qualcosa che io possedevo senza saperlo, un segreto legato alla morte di mio padre avvenuta l’anno scorso.
Il silenzio c he seguì la minaccia di Naomi fu interrotto solo dal rumore elettronico del dispositivo che stava maneggiando. Sentii lo scatto secco della serratura elettrica del portone principale del palazzo: erano entrati. Il mio appartamento era al quarto piano, avevo meno di trenta secondi prima che raggiungessero il mio pianerottolo. Non avevo tempo per le lacrime o per i rimpianti; l’adrenalina aveva preso il sopravvento, trasformando la paura in un’efficienza gelida e calcolata che non sapevo di possedere. Corsi nello studio di mio padre, una stanza che avevo mantenuto intatta dopo la sua scomparsa, e iniziai a cercare febbrilmente quel segreto di cui Naomi sembrava così ossessionata.
Mio padre era stato un ingegnere capo per la Sterling & Co., una società di difesa privata, ed era morto ufficialmente per un arresto cardiaco, ma io avevo sempre sospettato che ci fosse dell’altro dietro quel decesso improvviso. Naomi era stata la sua assistente personale per un anno, una coincidenza che all’epoca mi era parsa fortunata e che ora appariva come il cavallo di Troia perfetto per infiltrarsi nella nostra famiglia. Sentii l’ascensore fermarsi al mio piano e i passi pesanti di Brooks che correvano lungo il corridoio, seguiti dal ticchettio rapido dei tacchi di Naomi, un ritmo che scandiva la mia fine imminente. Mi infilai sotto la scrivania massiccia, stringendo tra le mani l’unica cosa che mio padre mi aveva lasciato con l’ordine di non aprire mai se non in caso di estremo pericolo: un piccolo scrigno di metallo nero.
La porta d’ingresso venne abbattuta con una spallata violenta, il rumore del legno che cedeva rimbombò nell’appartamento come un colpo di cannone. “Sienna! Esci fuori, non peggiorare le cose!” urlò Brooks, la sua voce era ora carica di una rabbia disperata, quella di un uomo che sa di aver superato il punto di non ritorno. Sentivo i loro passi muoversi per la cucina, poi in camera da letto, il rumore dei cassetti svuotati e dei mobili spostati con furia cieca. “Cerca nello studio, Vance dice che deve essere lì, quella maledetta chiave deve essere lì!” gridò Naomi, e in quel momento realizzai che “Vance” non era il cognome di un complice, ma il nome in codice del progetto militare a cui mio padre stava lavorando.



Add comment