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La felicità di mio marito dipende da una bugia che pago ogni giorno



In quella libreria, dice lui, ci ha portati qualcosa di più grande del caso.
Mi guarda come se fossi la sola a vederlo fino in fondo.



Suo padre, invece, mi chiamò molto tempo prima, con scritto nero su bianco:
restare accanto al figlio era il mio lavoro.
Ogni mese arriva una cifra.
Lui sorride, ignaro.
Io resto.

Chiamarmi Vittoria non significa niente se poi non sai chi sono davvero.
Avere trentadue anni cambia poco rispetto a quello che ho vissuto fin qui.

Mio marito si chiama Edoardo, figlio di una famiglia con case ovunque e soldi da generazioni.
Parla piano, evita la folla, sorride raramente, ma quando accade illumina tutto.
Prima del mio arrivo nella sua vita, ha provato due volte a lasciarla per sempre.

Solo ieri sembrava perso, come se nessuno riuscisse a capirlo.
Adesso Edoardo cammina diversamente.
Ha ritrovato il sorriso, guida l’impresa di famiglia senza esitare.
Di suo figlio piccolo parla con gli occhi pieni di fierezza.

La gente commenta che Vittoria abbia cambiato ogni cosa.
Dice che quell’amore gli ha ridato vita.

A dire la verità, non sono mai stata sposata con lui.
Lavoro per il padre del ragazzo da molto tempo.

Prima recitavo nei piccoli teatri, senza soldi e con i creditori alle calcagna.
Poi, grazie a un’organizzazione poco nota, tutto è cambiato improvvisamente.
Il colloquio non fu per un film, ma per la vita reale.

Mi diede un dossier su Edoardo:
i suoi gusti, i suoi libri preferiti, le sue paure, le sue allergie.

Mi disse:
«Mio figlio ha bisogno di qualcuno che lo ami esattamente come vuole essere amato.
Io non ho tempo, ma ho i soldi.
Se riesci a farlo uscire dal guscio e a renderlo stabile, ti coprirò d’oro».

Dissi di sì.

Un mese intero passò solo tra quelle pagine, come se non esistesse nient’altro.
Imparai le mosse lentamente, una alla volta, visto che a lui piacevano così tanto quei pezzi sulla scacchiera.
Proust lo divorai pagina dopo pagina, dato che nei suoi libri ci si perdeva sempre.

Alla libreria che preferisce, ho preparato il nostro incontro “casuale”.
Un passo falso, libri a terra, un sorriso appena accennato.
Subito ha sentito qualcosa.
Si è detto: ecco una persona uguale a me.

Non immagina che ogni parola, ogni gesto delicato, ogni momento apparentemente improvvisato fosse previsto molto tempo prima.

Quel giorno davanti al sindaco era solo una firma, niente di più.
La cicogna ha portato un bambino, e nello stesso momento è arrivata una somma precisa su un conto lontano.

Mentre mi parla piano nell’oscurità, con voce tremula che sembra sincera,
io annuisco dolce —
dentro calcolo tassi d’interesse e tempistiche per spostare i soldi.

Quello che fa paura non è il fatto di non amarlo.
In qualche modo, invece, lo faccio.
È successo così: mi sono abituata a lui, come capita con un gatto in casa,
oppure con una cosa costruita pezzo dopo pezzo.

Eppure ciò che spaventa davvero è restare sola dentro questa finzione.

A volte mi sento come se dovessi indossare una maschera.
Quando sono giù di corda, quando salta fuori la rabbia,
quando non sopporto Proust — e infatti non lo sopporto —
devo zittirmi.
Restare dentro un ruolo preciso.

Quella Vittoria lì, quella che crede di amare, in realtà non c’è mai stata.
L’hanno cucita addosso a qualcosa che gli serve, punto.

Adesso che il padre invecchia, ha voluto parlare di aggiustare l’accordo per il tempo dopo di lui.
Aveva in mente di proteggersi, nel caso decidessi di lasciare tutto una volta scomparso.

La somma che mi ha messo sul tavolo basterebbe a mantenere comode almeno tre generazioni della mia famiglia.

Poi però, proprio ieri sera, Edoardo si è fermato a osservarmi mentre ero addormentata.
Con le dita mi ha sfiorato la guancia mentre sussurrava parole pesanti come sassi.

Se un giorno vedesse quel foglio nascosto tra i documenti del vecchio,
tutto crollerebbe senza rumore.
Non sarebbe triste soltanto.
Si spezzerebbe dentro, pezzo dopo pezzo.

Ogni sorso di caffè che preparo contiene una bugia necessaria.
La mia mano tiene insieme la sua pace
e allo stesso tempo ne costruisce il fondo marcio.

Vivrà sereno finché non toccherà con gli occhi ciò che ho firmato al buio.

Chiamarmi Vittoria è solo l’inizio.
A trentadue anni faccio un lavoro che nessuno nomina a voce alta.
Non legami veri, piuttosto accordi firmati con precisione chirurgica.

Fino a quando il tempo stabilito non esaurisce,
oppure qualcuno decide di chiudere.

La parola amore entra nei documenti come clausola, mai come promessa.
Ogni sorriso calibrato ha un prezzo ben chiaro in fattura.

Stare accanto a qualcuno senza esserci davvero:
questa qui è la mia specialità.

Il compenso? Alto, certo.
Ma non abbastanza per cancellare il vuoto dentro.

Finire insieme non dipende dai sentimenti,
bensì da una data segnata sul calendario.



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