Sui social media sono emersi commenti inquietanti rivolti ai compagni di Sofia Prosperi, la quindicenne deceduta a Crans-Montana la notte di Capodanno nel tragico incendio del Le Constellation. Tali messaggi, caratterizzati da violenza, cinismo e terrore, sono stati indirizzati a giovani che stanno ancora cercando di elaborare un lutto profondamente doloroso.
Come riportato dal Corriere della Sera, l’odio ha iniziato a diffondersi sui profili di studenti dell’International School of Como di Fino Mornasco, istituto frequentato da Sofia e da Lorenzo Riva, l’altro ragazzo gravemente ferito e tuttora ricoverato presso l’Ospedale Niguarda di Milano.
Le espressioni utilizzate sono di una crudeltà disarmante. Frasi quali “Non è perché frequentate luoghi con un costo di 1.000 euro che non dovete subire un incendio”, “Bruciate pure” e “Fate notizia perché avete le risorse economiche” sono state lasciate da individui sconosciuti, spesso dietro profili anonimi, che strumentalizzano il dolore per colpire. L’idea diffusa è semplice e spietata: la presenza in una località di vacanza di lusso e la capacità economica di permettersela implicherebbero una qualche forma di colpevolezza per l’accaduto.
Quando le psicoterapeute dell’associazione per l’Emdr hanno fatto ingresso nella scuola per offrire supporto psicologico, il tema dei commenti è emerso immediatamente. Simona Anselmetti, citata dal Corriere della Sera, ha tentato di spiegare agli studenti: “È fondamentale comprendere che non è rivolta a voi la loro rabbia”. Ha inoltre affermato: “Nessuno è colpevole, di fronte a traumi di tale portata. Una delle reazioni per allontanare la paura è quella di differenziarsi dalla vittima. Non si tratta di una scelta consapevole, ma di un meccanismo che precede il pensiero razionale”.
Elisabetta Costantino ha aggiunto: “Nel salvarci, costruiamo inconsciamente un alibi e cerchiamo un capro espiatorio”. Stefania Sacchezin ha ampliato il discorso: “Quando una comunità viene colpita da un evento traumatico, chi rimane si trova in uno stato di vulnerabilità estrema. Il dolore non conosce distinzioni di classe sociale. Etichettare le vittime rappresenta una forma di deumanizzazione: serve a convincersi che a loro è successo perché sono diversi da noi. Tuttavia, il dolore per una perdita è un’esperienza universale. Negarlo è ciò che ci disumanizza”, conclude l’esperta.



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