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Per i suoi 80 anni, Leo Gullotta si scaglia contro gli italiani e torna ad accusare la Meloni sui diritti



«Non nutro rimpianti, bensì gratitudine per le esperienze vissute». Dal teatro d’autore, collaborando con registi di spicco quali Nanni Loy e Giuseppe Tornatore, al panorama televisivo popolare, caratterizzato da produzioni come quelle di Pingitore con il Bagaglino e la signora Leonida, Leo Gullotta il 9 gennaio raggiungerà l’importante traguardo degli 80 anni con serenità.



Si tratta di un momento propizio per un bilancio?

«Inevitabilmente. Ottanta è un numero significativo, coincidente con l’ottantesimo anniversario della nascita della Repubblica, difesa con impeccabile dedizione dal nostro Presidente Sergio Mattarella.  Inoltre, si tratta di un’occasione per riflessioni personali. Mi considero fortunato, essendo l’ultimo di sei figli. Mio padre era un operaio pasticciere e mia madre una casalinga, eppure sono riusciti a mandare tutti noi a scuola. Per chi nasce in un quartiere popolare, le sfide della vita si presentano con maggiore precocità».

Qual è stato il momento più felice della sua vita?

«Per raggiungere la felicità è fondamentale mettersi in gioco. L’aspetto cruciale risiede nel dare. Io ho dato e ricevuto, eppure la riconoscenza è un valore spesso trascurato. Con 65 anni di carriera alle spalle, desidero esprimere la mia gratitudine a Randone, Turi Ferro, Glauco Mauri, Franco Enriquez e al siparista dello stabile di Catania».

Qual è stata la svolta nella sua carriera?

«La svolta si è verificata quando Ave Ninchi, per incoraggiarmi a trasferirmi a Roma, mi ha ospitato nella sua casa per sei mesi. All’epoca esistevano le grandi compagnie teatrali, ed è doloroso constatare la loro scomparsa. Il governo non fornisce un adeguato sostegno agli artisti, creando una serie di problematiche. Persino un prestigioso premio come il David di Donatello, che riceve un contributo dallo Stato, si trova a dover richiedere ulteriori fondi. Tutti i vincitori, che nel corso del tempo assumono il ruolo di giurati, sono tenuti a pagare 90 euro. Un gesto che appare irrispettoso».

Lei e suo marito Fabio Grossi siete insieme da molti anni. Cosa ha imparato da questa esperienza?

«In una relazione di coppia, il rispetto reciproco è fondamentale, e il concetto di proprietà non trova applicazione. Siamo uniti da quarantasei anni e abbiamo formalizzato la nostra unione civile nel 2019.  Sul piano professionale, ci confrontiamo costantemente, dato che egli è un regista.  Il nostro dialogo è aperto e profondo.»

Sono trascorsi trent’anni dalla sua dichiarazione di omosessualità.  Esiste ancora discriminazione?

«Rimangono ancora diverse sfide da affrontare. La censura, sia esplicita che implicita, persiste. Il nostro Paese è caratterizzato da un certo grado di ipocrisia.»

Le è mancata la paternità?

«Ho avuto numerosi nipoti, un numero considerevole, e mi sono dedicato con affetto ad alcuni di loro.  Mi trovo a mio agio con i giovani, che ricambiano il mio affetto.  Oggi, purtroppo, si trovano spesso soli e affrontano difficoltà significative nelle università.»

Ha collaborato con illustri maestri del cinema. Quali insegnamenti ha tratto dalle sue esperienze?

«L’incontro con questi grandi artisti è stato fonte di continua meraviglia.  Pensando a Tornatore, a Loy, a Nino Manfredi, ognuno mi ha donato qualcosa di prezioso, e da ciascuno ho appreso con entusiasmo.  Da bambino, non aspiravo a diventare attore. La mia curiosità per il teatro si è accesa durante la mia frequentazione del Cut, il Centro Universitario Teatrale. Inizialmente, ero stato ammesso come uditore, ma alla fine ho deciso di intraprendere la carriera di attore.  Al saggio finale, il futuro direttore dello Stabile di Catania, Mario Giusti, mi ha affidato il ruolo del tenentino in “Questa sera si recita a soggetto”.  Esprimo ancora oggi la mia gratitudine al siparista, che di giorno svolgeva il lavoro di spazzino, ma la cui vera passione era il teatro. Da lui ho appreso l’importanza dei tempi nella recitazione.»

Rievoca con serenità i momenti difficili della sua vita?

«Certamente, ho vissuto periodi piuttosto complessi a Roma. Dopo la meravigliosa dimostrazione di umanità della mia cara amica Ave Ninchi, mi sono trasferito in una modesta pensione in via Panisperna. Tuttavia, non ricordo con amarezza nemmeno il periodo in cui la mia alimentazione si limitava a cappuccino e biscotti.»

Cosa ha rappresentato per lei il successo popolare? Negli anni del Bagaglino, i politici erano presenti in prima fila ad applaudire.

Lo spettacolo otteneva ascolti straordinari, offrendo un’occasione di satira politica che risultava gradita al pubblico. In conclusione, i politici erano chiamati a suscitare il riso degli spettatori.  L’intero arco costituzionale ha compiuto azioni alquanto discutibili.  Purtroppo, la loro capacità di intrattenere era limitata, fatta eccezione per due figure: il Ministro Mammì e Andreotti. Se mi fosse stato chiesto, nel 2026, se avrei provato nostalgia per Andreotti, avrei risposto negativamente. Invece…

Moriremo democristiani?

«Siamo privi di coraggio, ci accontentiamo del primo invito gratuito».

Quando Berlusconi si recava al Bagaglino e offriva doni, lei si allontanava.  Oggi lo ha rivalutato?

«Mai. Per un principio di coerenza, ho sempre mantenuto un atteggiamento di civiltà e rispetto.  Grazie a figure come Giuseppe Fava, ho appreso l’importanza di rispettare la libertà, anche quella altrui».

Se avesse il potere, quali azioni intraprenderebbe?

«Mi batterei per la tutela dei diritti: lo ius soli, il fine vita. I politici esitano ad affrontare questi temi, spinti dalla paura.  Un po’ come accadeva quando si discuteva del divorzio: la famiglia rimane la famiglia.  Avevano relazioni extraconiugali.  Mancavano di coraggio».

È un uomo libero?

«Ho sempre adempiuto ai miei obblighi fiscali, sono un cittadino rispettoso delle leggi e cerco di evitare di parlare male degli altri.  Questo continuo parlare male è deprimente».

Come festeggerà?

«Non è il momento di festeggiare.

Osservi ciò che sta accadendo nel mondo: provo timore per Trump, è un imprenditore, non un uomo di Stato, pronuncia affermazioni imbarazzanti, sono preoccupato per le sue azioni contro gli immigrati».



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