Helen fece un passo avanti, ma non per fermarmi. I suoi occhi non brillavano di quella fredda crudeltà di prima. C’era qualcosa d’altro, un’ombra di paura forse, o un calcolo nuovo che stava già fermentando. «Se pensi di poter semplicemente uscire di qui e raccontare la tua versione, ti sbagli, Alice», sibilò. La sua voce era bassa e tagliente, come un coltello nascosto sotto la pelle.
Sam si spostò di lato, come se volesse proteggermi o separarmi da lei. Ma rimase in silenzio, gli occhi fissi su di me, indecifrabile. Janice avanzò di qualche passo, sembrava pronta a intervenire ma poi si fermò di nuovo, paralizzata.
«Non hai idea di cosa stai facendo», aggiunse Helen, scivolando verso la porta. «Tutto questo…» fece un gesto vago verso il telefono, «non ti porterà da nessuna parte. Sei solo una pedina in un gioco più grande.»
Mi voltai, il cuore batteva forte, i piedi quasi a trascinarmi verso il corridoio. «Chi gioca? Chi ha davvero ordinato tutto questo?» chiesi, la voce rotta da una disperazione che minacciava di scoppiare in singhiozzi.
Helen esitò, poi scattò: «Mio marito. Tuo marito. Loro due hanno deciso tutto, non io.»
Il sangue mi si gelò nelle vene. Avevo sempre pensato che fosse Helen la mente dietro tutto; ma ora a dirlo era lei stessa, la regina crudele che lastricava ogni mio incubo con mani fredde. Tom.
«Tom?» chiesi, impallidendo. «Mio marito?»
«Sì», ripeté lei con una specie di rancore cinico. «Tu credi che sia solo un codardo, ma in realtà è peggio. Lui ti ha tradito mille volte. Ha costruito questo "canale" per umiliarti, per divertimento. E quando gli ho parlato di farmaci e controllo… lui ha detto che serviva a proteggere, ma… lui voleva che tu non tenessi quel bambino. Mi dispiace, Alice. È stato lui a pianificare tutto dall’inizio.»
Restai senza parole. L’orrore di quella rivelazione mi portò a urlare, un suono strozzato e acuto che sembrava uscire dall’interno delle ossa, del cuore dilaniato dalla paura e dal tradimento.
«È una bugia!» La voce di Janice ruppe la tensione. «Tom è stato manipolato anche lui! Era confuso, non ha mai voluto davvero farti del male.»
Sam chiuse gli occhi un attimo, poi guardò me, poi Helen, poi Janice. «Dovreste mettervi d’accordo su cosa è vero, prima di distruggerci tutti. Questa casa… questa storia, è unseguirsi di menzogne.»
L’aria diventò più densa, carica di tensione che si poteva quasi toccare. Io stringevo ancora il telefono, ricordando ogni immagine orrenda raccolta in quei mesi, sentendo perfettamente la realtà di ogni parola di quel video.
Poi, un rumore improvviso dallo studio mi fece sobbalzare. Il cuore mi saltò in gola. Qualcuno o qualcosa stava entrando nel corridoio dietro di noi. Tutti volsero lo sguardo, ma la porta si aprì lentamente: Tom era lì, con la telecamera in mano, lo sguardo gelido e una maschera di calma apparente.
«Allora», disse, la voce ferma ma senza calore. «Vedo che state organizzando una riunione segreta.»
Non era arrabbiato, ma ogni parola era carica di una minaccia sottile, controllata. «Vi conviene ricordare» continuò, «che chiunque provi a rovinare questa famiglia finirà per pentirsene amaramente.»
Le sue parole fecero cadere un gelo istantaneo. Helen gli sorrise, come a dire “vedi che ho ragione?” ma nei suoi occhi c’erano nubi di qualcosa che non provavo a decifrare.
«Tu menti,» dissi, alzando la voce più di quanto volessi. «Hai tradito ogni promessa, ogni fiducia. Sei stato complice di questa prigionia, di quei farmaci, di ogni violenza. Non puoi più controllare niente.»
Tom scosse leggermente la testa. «State toccando fili che non capite, Alice. Quel bambino avrebbe rovinato le nostre vite. Non sono stato io a volere il male, ma dovevo fermarti. Voglio solo evitare un disastro. Tu non sai cosa significhi cosa… è in gioco.»
«In gioco?», ribattei. «La tua famiglia? O forse qualcosa di più sporco?»
Le parole sembravano scalfire la sua corazza. Per un momento, una crepa comparve nei suoi occhi: un tremito di dolore o forse qualcosa di simile a rimorso, poi sparì dietro un sorriso beffardo.
«Forse hai ragione…» ammise a bassa voce, quasi tra sé e sé. «Ma ormai è tardi.»
Rimase in silenzio, gli occhi puntati su di me come un giudice che sta per emettere sentenza. «Comunque,» aggiunse infine, «non permette che tu abbia questo telefono.»
Senza aspettare risposta, fece un passo avanti per afferrare il dispositivo dalle mie mani. Istintivamente lo strinsi più forte.
Il combattimento fu breve ma feroce. Io, debole e affaticata, contro il corpo più solido e deciso di Tom. Ma la rabbia e la disperazione mi diedero un'energia folle; per un istante riuscii a restare in equilibrio, a tenerlo a distanza.
«Questo telefono è la tua rovina», ringhiò lui. «E il nostro segreto sarà al sicuro. Per ora.»
Eppure, proprio in quel momento, qualcosa cambiò. Un rumore secco alle spalle, un colpo contro il muro. Janice, con le lacrime agli occhi, si mise tra noi: «Basta, Tom!»



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