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Sono nato per sostituire mio fratello morto (ma non sono mai bastato)



Un anno dopo la scomparsa di mio fratello sono arrivato io,
come se dovessi portare di nuovo il sorriso tra quelle mura.
Invece ho trascorso i giorni nella stessa casa,
sempre in bilico su ricordi che non erano miei.



Lui restava perfetto nel tempo fermo delle foto appese al muro,
mentre io inciampavo nelle cose normali da vivere.
Nessuno parlava troppo forte del suo nome,
però era ovunque.

Io crescevo, facevo errori, diventavo più reale —
eppure lui rimaneva l’unico vero assente presente.
A volte sembrava quasi che fossi solo un tentativo andato male
di riempire uno spazio vuoto.

Matteo è il mio nome.
Ventisei anni ne ho.
Simone era il nome di mio fratello.

Una leucemia rapida se lo portò via a dieci anni.
Successe molto tempo prima che io arrivassi al mondo,
precisamente due anni prima.

Nella stanza dove si sta insieme c’è la sua immagine enorme.
La cornice intorno è fatta di metallo chiaro.
Lui appare con un sorriso aperto, capelli chiari,
bello in modo strano, come se non dovesse mai cambiare.

Io sono scuro di capelli, con uno sguardo mai fermo.
Mi chiamo Matteo, così hanno deciso i miei.
Il nome vuol dire qualcosa come regalo dal cielo.
A sentir loro, tutto è cambiato da quando sono nato.
Prima c’era ombra dappertutto.

A volte penso a Simone e mi viene da stringere i denti.
Un ragazzino mai visto di persona.
Il motivo è semplice: non sbaglia niente.

Rimane lì, immobile, nella testa di tutti,
col suo talento al pianoforte,
le buone maniere,
i voti altissimi.

Mentre io cammino qua fuori, vivo, respiro, esisto davvero.

Lui prende sempre bei voti, parla piano, mai un passo falso.
A sedici anni beve solo acqua.
Mai una scelta sbagliata.

Quando sbaglio qualcosa, me lo ritrovo lì,
negli occhi di mia madre, per un attimo appena.
Quel lampo che ferisce senza rumore.
Dice soltanto:
“Simone non sarebbe caduto così”.

Silenzio.
Nessuno parla mai apertamente, però si sente.

Durante il mio compleanno arriva ogni volta una punta di tristezza.
Spengo la torta e tutti ridono,
ma quei sorrisi nascondono qualcosa:
Simone compirebbe trentotto anni.

Vivo con quel vuoto addosso,
come se fossi solo un segnale del suo non esserci più.

Il mio valore agli occhi degli altri?
Mai legato a me,
sempre al ruolo che dovevo ricoprire.

Ero lì a coprire quello che perdeva sangue.
Solo che un cerotto non diventa mai parte della carne.

Quel che pesa di più è provare vergogna solo perché respiro.

Ogni tanto, mentre osservo i miei genitori
singhiozzare davanti a immagini sbiadite,
mi gira in testa:
“Se fossi scomparso io al posto suo, ora sorriderebbero”.

Dentro, non mi sembra giusto stare qui.

Prendo il suo spazio tra queste mura.
Tocco oggetti che aveva nelle mani da bambino.
Cammino negli stessi corridoi della sua scuola,
dove certe insegnanti con gli occhiali appannati dicono piano:
“Tu sei il fratello di Simone… lui era così puro”.

Matteo è quello che scelgo di essere.
La perfezione non mi interessa.

Talvolta sono scontroso, altre volte svogliato.
Che importa se sbaglio?
Nessuno tiene il conto.

A me basta vivere storto, ogni tanto.
Senza dover recitare la parte del salvato.

L’ho detto a papà mentre puliva gli occhiali.
Niente medicina.
Mai voluta davvero.
Volevo solo disegnare, comporre immagini da niente.

Lui ha annuito senza alzare lo sguardo.
Un silenzio lungo, poi:
“Puoi scegliere tu”.

La voce spenta,
come se avesse appena perso qualcosa di vecchio.

Sono andato via subito dopo.
Fino al cimitero.

Le ruote sulla ghiaia hanno fatto rumore per tutto il tragitto.

Di fronte al nome inciso sulla pietra mi sono fermato.
La sua immagine, fissata tra le pieghe del granito,
aveva un’espressione tranquilla.

Così ho aperto bocca,
senza sapere se avesse orecchie per sentire.

Volevo solo che smettesse,
con quel peso addosso da anni.

Forse era follia parlare a qualcosa che non risponde.
Il suo sorriso però restava,
fermo nel tempo come una promessa non richiesta.

Nessuno mi aveva chiesto di correre quella corsa.
Eppure ero sempre io quello col fiato corto.

Matteo è il mio nome.
Ventisei primavere addosso.

Figlio di quella categoria che nessuno guarda troppo,
cresciuto tra le briciole d’affetto
di chi ha spento tutto molto tempo prima che io nascessi.

A me?
È rimasto soltanto lo sporco da pulire
dopo la festa finita.



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