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Tutti mi dicono di restare, ma io voglio solo scappare



Tutti mi dicono:
“Non lasciarlo ora, ha bisogno di te, sei la sua roccia”.



Ma la verità è che la sua depressione
mi sta risucchiando come un buco nero
e io prego ogni giorno che sia lui a lasciarmi,
così potrò sentirmi libera
senza sentirmi una carogna.

Mi chiamo Chiara, ho ventinove anni.
Il mio fidanzato Marco soffre di depressione maggiore da tre anni.

Agli occhi degli amici e della sua famiglia,
io sono una santa.

Sono quella che gli ricorda di prendere le medicine.
Quella che lo trascina fuori dal letto.
Quella che giustifica le sue assenze alle cene:
“Marco non sta bene, ha l’influenza”,
mento per la centesima volta.

Sua madre mi abbraccia piangendo e dice:
“Meno male che ci sei tu, senza di te non so cosa farebbe”.

Il mio segreto inconfessabile
è che io non voglio più essere la sua salvezza.

Io voglio solo scappare.

Nessuno ti dice quanto sia noiosa la depressione altrui.
Sembra crudele dirlo, ma è la verità.

La nostra vita è diventata un monologo grigio.
Lui parla sempre delle stesse paure,
degli stessi dolori,
del vuoto che sente.

Io ascolto, annuisco, cerco di essere empatica.
Ma dentro urlo.

Ho ventinove anni.
Vorrei viaggiare.
Vorrei ballare.
Vorrei fare l’amore con passione.

Invece passo i sabati sera sul divano, al buio,
con le tapparelle abbassate
perché “la luce gli dà fastidio”,
guardando serie TV che non seguo,
attenta a non ridere troppo forte
per non urtare la sua sensibilità.

Mi sento in colpa per la mia vitalità.

Se torno a casa felice per una promozione al lavoro,
devo spegnere il sorriso prima di infilare la chiave nella toppa,
perché la mia felicità
sembra un insulto al suo dolore.

Sono diventata un’attrice
che recita la parte della donna comprensiva,
mentre dentro sono furiosa.

Sono arrabbiata perché non guarisce.
Sono arrabbiata perché la terapia sembra non funzionare mai.
Sono arrabbiata perché mi sta rubando
gli anni migliori.

La trappola è perfetta:
non posso lasciarlo.

Se lo lascio adesso, mentre sta male,
sarei il mostro.
Quella che abbandona la nave che affonda.

Tutti direbbero:
“Che egoista, lo ha mollato nel momento del bisogno”.

Ho il terrore che, se me ne andassi,
lui potrebbe farsi del male.

E quella responsabilità mi schiaccia,
mi incatena a lui
più di qualsiasi anello nuziale.

Così faccio pensieri orribili.

A volte spero che si innamori di un’altra.
Spero che mi tradisca.

Perché se fosse lui a lasciare me,
o se facesse qualcosa di imperdonabile,
io avrei la scusa perfetta.

Sarei la vittima.
Potrei andarmene a testa alta.

Invece lui mi ama.
Mi dice che sono l’unica cosa bella della sua vita.

E questa frase, che dovrebbe essere romantica,
per me è una sentenza di ergastolo.

Mi chiamo Chiara, ho ventinove anni.
E sono l’ostaggio volontario
del dolore di un altro,
che aspetta che il suo carceriere guarisca
non per festeggiare insieme,
ma per avere finalmente il permesso morale
di fare le valigie e andarsene via.



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