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Vuole sentirsi ancora donna tra le mie braccia, ma la malattia mi provoca nausea quando la stringo



Mia moglie mi chiede di abbracciarla e di farla sentire ancora donna,
ma io devo trattenere il respiro mentre la stringo
perché l’odore della malattia mi dà la nausea,
e ogni volta che lei cerca un bacio vero
io mi scanso fingendo di aggiustarle il cuscino.



Mi chiamo Luca, ho quarantacinque anni.
Mia moglie Simona sta morendo.
Un cancro alle ossa che l’ha consumata in due anni.

Sono il marito devoto.
Ho imparato a fare le iniezioni,
a pulire il catetere,
a lavarla a letto con le spugne.

Gli amici mi dicono:
“Il vostro amore è commovente. Sei la sua roccia”.

Lei mi guarda con quegli occhi enormi nel viso scavato
e mi sussurra:
“Sei l’unica cosa che mi tiene in vita”.

Il mio segreto inconfessabile
è che il mio corpo rifiuta il suo.
E mi sento la persona più spregevole sulla faccia della terra.

Nessuno vi dice che la malattia puzza.
Non è solo l’odore dei disinfettanti.
È un odore dolciastro, metallico,
di carne che si spegne,
di chimica,
di sudore acido.

È un odore che mi è entrato nelle narici
e non se ne va più,
neanche quando faccio la doccia.

Simona, nonostante tutto,
ha ancora bisogno di sentirsi viva,
di sentirsi amata non come paziente,
ma come moglie.

A volte, la sera, mi cerca.
Mette una mano sul mio petto.
Mi chiede di stendermi accanto a lei,
pelle contro pelle.
Mi dice:
“Baciami come facevi prima”.

In quel momento, io vado nel panico.

Il mio cervello dice:
“È la donna della tua vita, amala”.

Ma il mio stomaco si chiude.
La mia pelle si ritrae.
Vedo le piaghe,
vedo le ossa che spuntano,
sento quell’odore stantio
e il mio istinto primordiale è scappare.

Allora recito.

Le do un bacio veloce sulla fronte,
casto, sterile.
Le dico:
“Amore, ho paura di farti male”,
“Meglio se stai comoda”.

Uso la scusa della fragilità
per mascherare il mio disgusto.

L’altra sera ha pianto.

Mi ha detto:
“Lo so che ti faccio schifo.
Lo vedo da come mi guardi.
Non mi guardi più come una donna,
mi guardi come un cadavere che respira”.

Io ho negato con forza.
Le ho giurato che è bellissima.

Ma stavo mentendo.
E lei lo sapeva.

Ho visto la luce spegnersi nei suoi occhi.
Non la luce della vita,
ma quella della dignità femminile.

Le ho tolto l’ultima consolazione:
sentirsi ancora desiderabile,
anche solo per un istante.

Vivo nel terrore che muoia pensando
che io non l’amassi più.

Ma la verità è che l’amo da impazzire.
Amo la sua anima,
la sua voce,
i nostri ricordi.

È il suo involucro che mi terrorizza.
La malattia ha trasformato il tempio del nostro amore
in un luogo di orrore biologico.

A volte, quando dorme,
vado in bagno e piango guardandomi allo specchio.
Mi do del vigliacco.
Mi dico:
“Baciala, maledetto! È tua moglie!
Supera lo schifo!”.

Ma poi torno lì,
sento l’odore,
e il blocco ritorna.

Aspetto la fine con un senso di colpa devastante,
sapendo che il mio ultimo tradimento
non è stato andare con un’altra,
ma non riuscire a baciare lei
quando ne aveva più bisogno.

Mi chiamo Luca, ho quarantacinque anni.
E sono un uomo che ama sua moglie più della sua vita,
ma che non vede l’ora che tutto finisca
per poter tornare ad amarla nel ricordo,
pulita, sana e profumata,
senza dover più trattenere il respiro
mentre le tiene la mano.



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