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Guido un’Audi da 50.000€, ma stasera ho cenato con il tonno in scatola



Chiamatemi Andrea, ho 44 anni.

Vado in giro con un’Audi che costa cinquantamila euro,
accompagno i miei clienti a mangiare nei locali più famosi.
Il mio frigorifero però non ha niente dentro.
Stasera ho mangiato tonno in scatola,
perché il conto in banca era scoperto.



Chiamarmi Andrea è solo l’inizio.
Quarantaquattro primavere, scelte precise.
Lavoro nel settore delle case, quello che alcuni chiamano prestigioso.

Se mi incroci fuori da uno studio legale o da un centro commerciale,
noti subito i dettagli:
tessuti su misura addosso,
un orologio svizzero ben visibile — pagato a rate dal 2011 —
e poi quell’auto grande, nera, sempre lucida, fornita dall’azienda.

La gente mi guarda con occhi diversi.
«Che vita che fai, Andrea.»
Foto ovunque: montagna d’inverno, città di sera.
Profili pieni di momenti così.

A volte mi sembra di fingere ogni giorno.

Portare una cravatta di seta
non cambia il fatto che vivo con poco.
Quasi niente è davvero mio: la banca tiene le redini.

L’appartamento? Ipoteca fino al collo.
L’auto? Leasing, rate infinite.
Lo smartphone? Abbonamento mensile.
E quello che entra sul conto sparisce subito.

È così da anni.
Ogni soldo serve solo a tappare il buco di prima.
Senza respiro.
Un giro che non finisce mai,
e piano piano mi consuma tutto.

Il peggio è avere fame.
Fame vera.

Verso metà mese resto senza soldi per una spesa decente.
Se al lavoro qualcuno dice:
«Sushi oggi? Pago io il vino!»
dentro mi si blocca tutto.

Vorrei rifiutare.
Poi penso che sembrerebbe strano tirarsi indietro proprio adesso.
Allora entro.
Inghiotto le parole che vorrei dire.

Quando arriva il momento di pagare,
apro il portafoglio con le mani che tremano un po’.
Guardo il POS come fosse una finestra sul futuro.
Trattengo il respiro.
Spero solo che non esca un errore stupido.

Quando appare “Transazione approvata”,
mi attraversa un’onda di pace.

Poi però, per tre giorni, a casa:
riso senza niente sopra
oppure nessun pasto la sera.

Agli amici dico:
«È digiuno intermittente, lo faccio per il fisico.»
Mi guardano come se fossi disciplinato.
Nessuno capisce che è solo
povertà travestita.

Di notte resto sveglio.
Il soffitto diventa lo schermo dei miei pensieri.

Conto cifre senza sosta.
Se salto la bolletta della luce, riesco a coprire l’auto.
Ma se restiamo al buio?
Forse è meno rischioso rimandare le spese condominiali.
Le cause arrivano tardi, dicono.

Continuo a lanciare palle infuocate in aria,
come un giocoliere troppo teso.
Una cade sempre.
È solo questione di tempo.

E il bello è che una via d’uscita ci sarebbe.
Via l’Audi, al suo posto una vecchia Panda.
Niente più conti pagati per far colpo.
Confessare che sto crollando.

Sarebbe possibile.

Solo che qui sembrare è tutto.
Quando la gente sente insicurezza,
quando capisce che non hai la stoffa del leader,
nessuno ti dà le chiavi di casa sua.

Per sembrare affidabile devo sembrare ricco.
Ma più apparenza mostro,
meno soldi restano davvero in tasca.

Alcune mattine penso di non avere via d’uscita.

Guardo i senzatetto vicino ai binari.
Un pensiero strano mi arriva piano:
loro non devono recitare.
Possono chiedere da mangiare,
cercare un posto dove dormire.

Io invece devo sorridere,
vestito bene,
mentre nascondo le crepe nelle scarpe costose.
Il motivo?
Non posso permettermi il calzolaio.

Chiamatemi pure Andrea.
Quarantaquattro anni.
Basta un soffio un po’ più forte
e mi piego come niente.



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