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Ho allattato, cullato e amato mio figlio per 16 anni. Ora mi guarda come se fossi un’estranea. E io, nel silenzio della mia stanza, penso: ‘Se solo andasse via…



Ho allattato, cullato e protetto mio figlio per sedici anni, e ora lui mi guarda con un disprezzo così gelido che, a volte, nel silenzio della mia camera, desidero soltanto che se ne vada di casa.



Mi chiamo Laura, ho 44 anni. Agli occhi del mondo sono una madre devota. Accompagno mio figlio Davide agli allenamenti di calcio, gli preparo la cena proteica che vuole, gli lavo con cura le felpe firmate facendo attenzione a non rovinare le stampe. Davide ha sedici anni. È alto, bello, intelligente. Ed è il mio aguzzino.

Il mio segreto più inconfessabile è che mio figlio mi odia. E io… io sto iniziando ad averne paura. Non mi picchia. Non ce n’è bisogno. Usa il silenzio come arma. Lo sguardo come lama. Quando entro in camera sua per portargli qualcosa, non solleva nemmeno lo sguardo dal telefono. Se gli faccio una domanda, sbuffa, come se la mia voce gli provocasse dolore fisico. Se provo ad abbracciarlo, si scosta con un gesto brusco, come se fossi qualcosa di contaminato. “Non toccarmi, mi dai fastidio.” Quella frase mi risuona in testa ogni notte. “Mi dai fastidio.” Io, che l’ho tenuto in braccio per notti intere quando aveva le coliche. Io, che ho rinunciato alla carriera per stargli accanto nei suoi primi anni. Io, che sono sempre stata l’unica costante nella sua vita.

Ciò che mi spezza davvero il cuore è l’ingiustizia. Suo padre, il mio ex marito, è un uomo egoista e assente. Lo vede una volta ogni due settimane e lo compra con regali costosi e nessuna regola. Per Davide, lui è un eroe. Un mito. Io, che gli impongo orari, che lo spingo a studiare, che cerco di educarlo… sono la strega. Il nemico. Quando torna dai weekend con il padre mi dice: “Papà sì che mi capisce. Non come te, che sei ossessiva. Non vedo l’ora di andare a vivere con lui.”

L’altra sera è successo l’irreparabile. Stavamo cenando. Ho provato a chiedergli com’era andata a scuola. Lui ha sbattuto la forchetta sul piatto, mi ha guardata dritta negli occhi, con un odio adulto, puro, e mi ha detto: “Ma perché non stai zitta? Non ti accorgi che sei patetica? Nessuno ti sopporta, nemmeno papà. È per questo che ti ha lasciata.”

Mi sono sentita morire. Mi sono alzata da tavola, sono corsa in bagno e ho vomitato. Non per il cibo. Ma per il dolore. Ho partorito uno sconosciuto che oggi conosce ogni mio punto debole e li usa per colpirmi dove fa più male.

Mi sento in trappola. Se lo rimprovero, peggioro la situazione. Se sto zitta, perdo la mia dignità. Tutti mi dicono: “È solo l’adolescenza, passerà.” Ma io vedo i suoi occhi. Non è ribellione. È disprezzo. E il pensiero oscuro che non posso confessare a nessuno è che, a volte, quando sento la porta di casa sbattere e lui uscire, tiro un sospiro di sollievo. A volte penso che, se se ne andasse davvero, se sparisse dalla mia quotidianità, forse smetterei di soffrire così tanto. E sentirsi sollevati all’idea di non vedere più il proprio figlio… è la forma di colpa più devastante che esista.

Mi chiamo Laura, ho 44 anni. E vivo con un nemico che ho nutrito con il mio stesso corpo. E ogni giorno, nel profondo del mio cuore, prego che il bambino dolce che era una volta… non sia morto per sempre.



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