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Lavo camicie che profumano di un’altra, e fingo che sia amore



In paese mi osservano con quegli occhi pieni di finta tenerezza. Li sento i sussurri, anche quando fanno finta di no: “Povera donna, non immagina nulla”.
Se solo sapessero.



La verità è che sono io a lavare le camicie che profumano di un’altra, io a passare il ferro su un tradimento che conosco fin troppo bene. E lo faccio consapevolmente, perché ho scelto di restare dove sono. Nella mia gabbia comoda. Dorata. Sicura.

Mi chiamo Silvia, ho cinquantadue anni. Sono la moglie di un uomo rispettato, uno di quelli che tutti chiamano “dottore”. Abito in una villa con il prato sempre in ordine, guido un’auto che fa girare la testa, passo l’estate in barca. La mia vita, vista da fuori, è una cartolina perfetta.
Eppure, ogni volta che entro dal fornaio o dal parrucchiere, l’aria cambia. Le frasi si interrompono, i sorrisi si irrigidiscono. Loro credono che io viva nell’ignoranza. Pensano che mio marito sia un abile illusionista, capace di nascondere una relazione con una ragazza che potrebbe essere sua figlia.

Il mio segreto è che so tutto.

So dei regali che non arrivano mai a casa, perché ho trovato una ricevuta dimenticata in una tasca prima di avviare la lavatrice. So che certi viaggi di lavoro sono cene lontano da qui, a lume di candela. So riconoscere l’odore di un profumo che non mi appartiene quando rientra e va dritto sotto la doccia.
Non sono cieca. Non sono ingenua. Sono lucida.

E scelgo il silenzio.

Strappo le prove e le butto via. Sistemo le camicie, le rendo impeccabili. Non urlo, non chiedo spiegazioni, non faccio scenate.
Perché?
Perché ho fatto i conti. E il risultato non mi è piaciuto.

Se me ne andassi, salverei l’orgoglio. Ma perderei la casa, le abitudini, il mio posto nel mondo. A cinquant’anni passati dovrei reinventarmi, cercare un lavoro che non ho più da decenni, ridimensionare la mia vita fino a farla stare in poche stanze in affitto. Ho guardato quella possibilità negli occhi, e mi ha spaventata più del tradimento stesso.

Così ho accettato uno scambio.

Lui paga il mio silenzio con attenzioni improvvise, con regali costosi, con gentilezze che arrivano sempre dopo le sue assenze. Io accetto. Ringrazio. Sorrido.
Ma ogni borsa, ogni fiore, è il prezzo di quello che non dico. È il modo in cui lui compra la propria pace, e io vendo un altro pezzo di me.

La parte peggiore arriva di notte.

Quel bacio sulla fronte, rapido e distante, prima di dormire. In quel gesto sento che non sono più una donna, ma una certezza comoda. Un porto sicuro dove tornare dopo aver vissuto altrove.
Mi volto, guardo il buio e piango in silenzio. Ho scambiato l’anima con la sicurezza. La verità con l’apparenza.

In paese pensano che io sia la vittima.
Non sanno che sono anche la complice.
Mi chiamo Silvia, ho 52 anni, e sembro una donna impeccabile. In realtà passo le giornate a lucidare le sbarre della mia prigione, convincendomi che brillino come gioielli.



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