La testimonianza di Giorgia, una giovane madre, mette in luce una drammatica esperienza di violenza ostetrica subita durante il travaglio e il parto del suo bambino, oggi di un anno e mezzo. Nonostante il tempo trascorso, il ricordo di quei momenti è ancora vivido e carico di dolore. Giorgia ha condiviso la sua storia, descrivendo come si sia sentita completamente sola e abbandonata nel momento più critico della sua vita. “Mi sono sentita completamente sola. Ero in travaglio, avevo contrazioni fortissime e ho cominciato a urlare,” racconta. La situazione è ulteriormente peggiorata quando ha sentito commenti derisori da parte del personale sanitario, che l’hanno fatta sentire come se fosse “matta”.
Il travaglio di Giorgia è iniziato nel pomeriggio, ma è stata costretta a recarsi in ospedale solo la mattina seguente, quando le contrazioni erano già ravvicinate. Arrivata in ospedale intorno alle 11, è stata sottoposta a un tracciato e poi lasciata in una sala d’attesa da sola, senza alcun supporto. “Mi sono sentita molto sola, anche perché ero preoccupata,” spiega. La mancanza di assistenza l’ha portata a provare un forte disagio, aggravato da un dolore alla gamba sinistra causato da una sciatalgia.
Dopo un lungo periodo di attesa, Giorgia è stata visitata nuovamente, ma le è stata comunicata solo la sua condizione senza alcuna spiegazione. “Non sapevo leggere il tracciato, non sapevo niente,” afferma, evidenziando il fatto che non le è stata comunicata una manovra invasiva di scollamento delle membrane, che le è stata eseguita senza il suo consenso. Questo tipo di procedura, che dovrebbe essere sempre comunicata, è stata vissuta come un atto di violenza e umiliazione.
Con il progredire del travaglio, Giorgia ha iniziato a sperimentare contrazioni sempre più intense. “Verso le 17 mi hanno sistemata in una stanza dove c’era anche un’altra ragazza in fase di induzione,” racconta. Purtroppo, la sua condizione si è complicata ulteriormente a causa della posizione del feto, che era in posizione occipito-posteriore, portando a un parto distocico, molto più doloroso e complesso. “Soffrivo moltissimo, il dolore era davvero forte,” dice.
Durante questo periodo, Giorgia si è sentita trascurata e abbandonata. Le ostetriche passavano raramente e i familiari potevano entrare solo durante le visite. “Pensavo di morire,” confessa. Quando finalmente le acque si sono rotte, il liquido era melmoso e tendente al nero, ma nonostante ciò, le è stato detto di continuare ad aspettare. La comunicazione da parte del personale sanitario era praticamente assente.
Dopo aver raggiunto tre centimetri di dilatazione, le è stata offerta l’epidurale, ma ha dovuto attendere a causa dell’assenza di una sala parto disponibile. “Ero stremata, sotto shock,” racconta, e quando ha cominciato a gridare, ha sentito commenti dall’esterno che la deridevano. Un’ostetrica l’ha rimproverata per il suo comportamento, aggiungendo ulteriore umiliazione a una situazione già insostenibile.
Finalmente, Giorgia è stata portata in sala parto, dove le è stata somministrata l’epidurale. Tuttavia, anche in questo caso, le sono stati somministrati farmaci per rallentare le contrazioni senza alcuna informazione preventiva. Dopo un periodo di relativa calma, si è risvegliata con un forte stimolo a spingere, ma è stata costretta ad andare in bagno con la porta aperta, mentre un portantino la fissava. Questo episodio l’ha profondamente traumatizzata, sentendosi nuovamente oggetto di violenza.
Quando i medici hanno realizzato che il bambino era in una posizione anomala, hanno iniziato una manovra di rotazione interna senza informarla né chiederle il consenso. “Mi ha traumatizzato,” afferma Giorgia, che ha vissuto quel momento come un’ulteriore violenza. Di fronte a complicazioni come un prolasso di cordone e una bradicardia, è stata portata d’urgenza in sala operatoria per un cesareo. “Ho implorato di essere addormentata,” racconta, e fortunatamente, il bambino è nato sano.



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