Nel 2016, Adberrahim Mansouri, un cittadino marocchino di 28 anni deceduto ieri sera per mano di un agente del commissariato Mecenate di Milano, aveva già commesso un atto di violenza nei confronti di un carabiniere, aggredendolo con calci e pugni e tentando di sottrargli l’arma d’ordinanza.
L’incidente si è verificato il 28 agosto, in via Orwell, nel cuore del boschetto della droga di Rogoredo. Una pattuglia, impegnata in un’operazione anti-spaccio, ha fermato un gruppo di spacciatori.
Tra questi vi era Mansouri, considerato uno degli spacciatori più esperti della zona. Nel tentativo di eludere l’arresto, ha scavalcato una rete. Raggiunto da un militare, lo ha colpito con calci e pugni e ha successivamente tentato di disarmarlo. Tuttavia, è stato prontamente bloccato e arrestato con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali (il militare ha riportato una prognosi di 12 giorni).
Nel “Bosco della droga”, gli spacciatori sono armati con coltelli, machete e pistole, strumenti utilizzati per mantenere il controllo sui tossicodipendenti che richiedono ulteriori dosi.
Coltelli, machete e repliche di pistole costituiscono equipaggiamento standard per i pusher di Rogoredo. Questi strumenti, diffusi tra i membri del clan Mansouri, un gruppo di boss marocchini emersi negli anni Novanta come importatori di hashish, svolgono diverse funzioni nei boschi della droga, ma non vengono mai utilizzati contro le forze dell’ordine.
Quando si trovano di fronte a polizia o carabinieri, i membri del clan Mansouri hanno sempre optato per la fuga, inoltrandosi nei campi e perdendosi nella vegetazione. In tali situazioni, abbandonano bilance, bilancini, calcolatrici e sacchi di denaro presso le postazioni di vendita della droga. Storicamente, la reazione contro un agente delle forze dell’ordine è stata “autorizzata” solo a mani nude, per divincolarsi e non farsi catturare. Le “regole del bosco” impongono di evitare di ferire o, peggio, uccidere un poliziotto durante un arresto. Le armi vengono utilizzate per minacciare, intimidire, stabilire le gerarchie e scoraggiare potenziali nuovi clienti, in particolare quelli che potrebbero essere considerati pericolosi.
In caso di sospetti sull’identità di un compratore, i pusher potrebbero costringerlo a bucarsi con la droga davanti a loro e agli altri per accertarsi che non sia un agente delle forze dell’ordine o un infiltrato. In tali situazioni, vengono utilizzate lame o repliche di pistole identiche alle armi vere per aspetto e peso, alcune delle quali modificate per sparare ma non uccidere.
Un agente delle forze dell’ordine ha dichiarato al pubblico ministero di aver sparato “per reazione” istantanea, spaventato, quando ha visto un uomo estrarre e puntare una pistola, mirando “alla sagoma” e colpendolo poi in testa.
Questa è, in sintesi, la ricostruzione fornita, anche oggi confermata nell’ambito delle indagini, dall’agente di polizia che ha ucciso un cittadino marocchino di 28 anni, con precedenti penali anche per reati legati allo spaccio di stupefacenti, nel quartiere Rogoredo, durante un’operazione di controllo anti-spacciatori condotta congiuntamente con altri agenti, alcuni in borghese e altri in uniforme. Si evidenzia che nessuno degli agenti coinvolti nell’operazione era dotato di bodycam per la registrazione dell’intervento.
L’agente è stato interrogato alla presenza del proprio legale, l’Avvocato Pietro Porciani, con la contestazione del reato di omicidio volontario, al fine di consentire lo svolgimento di tutti gli accertamenti necessari. Si prevede che l’agente del Commissariato Mecenate sarà formalmente iscritto nel registro degli indagati per questo reato nel corso della giornata odierna. L’indagine, condotta dalla Squadra Mobile della Polizia di Stato, è affidata al Pubblico Ministero Giovanni Tarzia e coordinata dal Procuratore della Repubblica Marcello Viola.
L’unico testimone oculare dell’accaduto sarebbe un individuo, quello che gli altri agenti stavano arrestando, il quale è stato già sentito e che, in sostanza, non ha fornito dettagli rilevanti, affermando di non aver assistito alla scena.
Gli altri cinque agenti coinvolti nell’operazione hanno confermato la versione fornita dal collega che ha fatto uso dell’arma da fuoco, secondo la quale il 28enne si sarebbe avvicinato e non avrebbe ottemperato all’ordine di “fermo polizia”. L’arma utilizzata, successivamente risultata a salve e risultante essere una replica di una pistola, è stata sottoposta a sequestro, così come l’arma da fuoco dell’agente che ha fatto uso del proprio servizio, al fine di consentire l’esecuzione di tutte le analisi, anche balistiche, necessarie. È prevista la disposizione dell’autopsia, che verrà effettuata nei prossimi giorni. Prima di poter valutare l’eventuale sussistenza della scriminante della legittima difesa, in relazione all’ipotesi di omicidio, è necessario procedere agli accertamenti previsti dalla normativa vigente in tali casi.



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