Mi presento: sono Sara. Trentasei anni sulle spalle. Bloccata dentro il bagno degli ospiti, nella casa di mia sorella. Siedo rigida sull’orlo della vasca. Fuori vibra la canzone di Baby Shark, martellante, attraverso il legno della porta. Tra le dita tengo stretto un bastoncino di plastica bianco. L’ho tirato fuori dalla borsa pochi istanti fa, quasi fosse qualcosa da nascondere. Aspetto segnali. Una seconda riga. So già, senza bisogno di prove, che non verrà.
Oltre la porta, oggi festeggia un anno il bambino di mia sorella. La torta sta sul tavolo. Palloncini azzurri ondeggiano contro il cielo. Tre donne con cui parlo spesso tengono le mani sulla pancia rotonda, raccontando bruciori e vestitini troppo piccoli. Qui dentro invece non entra rumore. Solo uno strano vuoto che assomiglia al bianco.
L’occhio cade sull’orologio. Tre minuti se ne sono andati, così. Sul bordo del lavandino resta il test. Guardare non serve a niente. Quel bianco lo riconoscerei tra mille. È il colore di quando ci si arrende. Questo fa trentaquattro, contando tutti gli altri negli ultimi anni. E ogni volta, una speranza accesa. Gonfia al seno, trentaquattro volte. Credevo: ecco, succede davvero stavolta. Invece niente. Il mio corpo giocava a far finta di creare qualcosa. Alla fine arrivavano soltanto dolore, mestruazioni pesanti.
Davanti al vetro, controllo il viso. Il rossetto è dritto, niente sbavature. Indosso quel vestito con i girasoli piccoli. In borsa c’è il pacchetto dal negozio giusto: prezzo alto, sorriso assicurato. Mi chiamano zia Sara. Quella che ride forte. Quella sempre in giro per posti lontani. Quella cui dicono: quanto ti invidiamo, senza pesi, senza pannolini sporchi. Ma se solo vedessero. Vedessero che darei via tutto – voli, silenzi, soldi fermi sul conto – pur di svegliarmi una volta col segno della cicatrice sul fianco, coi capelli spettinati da manine appiccicose, col latte asciutto sulla maglietta.
Dalla stanza accanto arriva la risata di mia sorella. «Ehi, dove si è cacciata Sara? È ora della torta», grida qualcuno. Il suono del mio nome mi attraversa tutto. Fuori. Devo andare fuori. Rimani qui a singhiozzare non serve. Se compaio con lo sguardo arrossato, cominceranno i dubbi. A volte arriva la compassione. Un bisbiglio appena: “Chissà quanto soffre, ci prova da anni”. Oppure frasi buttate lì senza chiedere niente: “Basta stare tranquilla! Quando meno te lo aspetti, tutto accade!”. Mi sale una voglia matta di gridare che non è così semplice distendersi mentre quello che vuoi di più scivola via ogni giorno un po’ alla volta.
Arriva il momento del test. Una riga soltanto. Chiarissima. Senza pietà. Fredda come vetro. Nessun alone attorno. Vuoto totale. Dentro di me, l’utero sembra un appartamento vuoto da mesi. Tutto pronto: mobili nuovi, vernice fresca sulle pareti. Ma nessuno bussa alla porta.
Arrotolo lo stick dentro molti strati di carta. Nessuno deve accorgersene lì dentro. Potrebbe sembrare una traccia evidente. Un segno chiaro che ancora oggi, tra feste e risate d’altro figlio, io invece cerco il mio. Lo infilo giù in fondo al secchio. A coprirlo ci pensa un batuffolo usato.
Acqua fredda che scorre. I polsi sotto il getto. Uno sguardo veloce allo specchio. Ancora un po’ di rossetto, sempre rosso. Quel colore mi tiene insieme. Bocca accesa, e gli occhi stanchi restano nascosti. Respiro dentro piano. Poi indosso il sorriso giusto – numero quattro, luminoso, finto allegro. La chiave gira. Si apre con un click.
Spalanco l’uscio. Un frastuono di risate mi cade addosso senza preavviso. Profumo di dolciumi sparsi e mutande usate nell’aria. Lei mi nota tra la gente. Arrivi proprio adesso! Piccoli polpastrelli avvolti intorno al mio indice. Vieni, scatta tu, dice passandomi il bimbo tra le braccia. Pelle tiepida, odore di lana lavata col latte. Un respiro corto, improvviso, come un nodo in gola. Sento il peso tenero contro il petto. La macchina punta qui. Rido senza volerlo. Grida festose riempiono l’aria: “Formaggio!”.
Sorrido con le labbra strette. Proprio quando parte lo scatto, un dolore sotto pancia si accende. È cominciato di nuovo. Sempre allo stesso modo. Senza chiedere permesso. Gli altri battono le mani per una nuova nascita, intanto dentro di me cola via qualcosa che non nascerà mai, immobile tra i sorrisi dei presenti.
Sara. Questo è il nome che uso, quando salgo sul palco con un sorriso da premio cinematografico incollato alla faccia. Il mio corpo parla una storia diversa però, pieno di tombe senza lapidi dove avrebbero dovuto crescere piccole vite. Recito bene la parte della contenta, sì, anche se dentro non c’è nessuna festa. Ogni gesto calcolato, ogni risata provata davanti allo specchio prima dell’inizio dello spettacolo. Nessuno vede quel che resta sotto pelle – silenzi sepolti come ossa fragili sotto terra fresca. La gioia? Solo scenografia ben allestita.



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