La vittoria del No al referendum sulla giustizia è stata determinata principalmente da fattori politici e da un voto di protesta. La sondaggista Alessandra Ghisleri, in un’intervista, ha sottolineato come il fronte del No sia riuscito a unirsi attorno a un sentimento diffuso di dissenso, che ha superato i tradizionali confini politici.
Secondo Ghisleri, il fattore aggregante del No non si è limitato alla bocciatura del quesito referendario, ma ha intercettato una più ampia critica nei confronti dell’operato del governo. Un segnale significativo sarebbe emerso anche dalle dichiarazioni dei leader del centrosinistra, che hanno interpretato il risultato come una vittoria politica.
Sul piano comunicativo, il confronto tra i due schieramenti è apparso sbilanciato. Difendere nel merito la riforma della giustizia, come tentato dal fronte del Sì, si è rivelato più complesso e meno incisivo rispetto a una strategia incentrata sulla critica e sulla delegittimazione della proposta.
A influenzare l’esito finale è stato anche il tradizionale atteggiamento degli elettori italiani verso le modifiche costituzionali. Il timore di modificare la Costituzione ha rappresentato un freno importante, confermando una tendenza già emersa in precedenti consultazioni referendarie.
In questo contesto, il fronte del No ha dimostrato una maggiore efficacia comunicativa, riuscendo a presentare la riforma come un intervento potenzialmente rischioso e percepito come imposto dall’alto. Una narrazione che ha trovato terreno fertile in una parte significativa dell’elettorato.
Un dato particolarmente rilevante riguarda la composizione del voto. A sostenere il No sono stati in larga parte giovani elettori e cittadini tradizionalmente astensionisti, tornati alle urne per esprimere un segnale di protesta.
L’analisi dei dati evidenzia un incremento significativo della partecipazione elettorale rispetto alle precedenti consultazioni. Nel referendum riguardante lavoro e cittadinanza, la partecipazione si era attestata su circa 13 milioni di votanti. Questa volta, i voti contrari alla riforma hanno registrato un aumento di quasi due milioni, a testimonianza di una mobilitazione elettorale particolarmente intensa.
Secondo l’analisi del Prof. Ghisleri, una quota rilevante di questi voti non può essere direttamente attribuita al centrosinistra. Si tratta, piuttosto, di un elettorato fluido, non stabilmente identificato con alcuna forza politica, ma che si attiva in occasione di appuntamenti elettorali percepiti come di particolare rilevanza.
Infine, interpretare il risultato del referendum esclusivamente come una sconfitta personale del governo guidato dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni risulterebbe una lettura eccessivamente semplificata. Le dinamiche referendarie, soprattutto in relazione a temi complessi quali la riforma della giustizia, sono infatti il frutto di una complessa interazione tra valutazioni di merito, percezioni diffuse nell’opinione pubblica e spinte di carattere politico di più ampio respiro.
Il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia si è concluso con la vittoria del “No” (53,74% contro 46,26% del “Sì”). La riforma sulla separazione delle carriere, lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura e l’istituzione dell’Alta Corte Disciplinare non verranno, pertanto, realizzate, e sfuma il progetto di una profonda riforma del sistema giudiziario. Anche in questa occasione, l’Istituto Cattaneo ha fornito un’analisi approfondita del risultato, individuando due fattori principali: l’astensionismo asimmetrico e il voto divergente. Gli elettori di centrosinistra e Terzo Polo hanno partecipato in maniera massiccia (con un’astensione quasi nulla), mentre quelli di centrodestra si sono astenuti in misura analoga a quella degli elettori del Movimento 5 Stelle (13-15%).
La significativa mobilitazione dell’elettorato pentastellato, che ha partecipato al voto in percentuale notevolmente superiore rispetto alle elezioni Europee e Regionali, ha giocato un ruolo determinante nell’esito del referendum. Al contrario, nel centrodestra, si è registrata un’astensione pari a circa il 12-15% degli elettori che si erano espressi nel 2022. L’Istituto Cattaneo evidenzia un dato cruciale: qualora il tasso di partecipazione del centrodestra fosse stato equiparato a quello del centrosinistra, il Sì avrebbe conseguito un incremento di circa 4 punti percentuali. Gli elettorati si dimostrano generalmente fedeli ai rispettivi schieramenti, con un numero limitato di defezioni (voto divergente minimo), fatta eccezione per il Sud Italia, dove una quota variabile di elettori di centrodestra ha optato per il No.
Tuttavia, è fondamentale considerare un aspetto che contrasta con l’entusiasmo manifestato dal campo progressista in queste ore. L’analisi dell’Istituto Cattaneo si conclude con una chiara indicazione sul futuro: qualora i risultati del referendum fossero indicativi delle prossime elezioni politiche, il centrosinistra (insieme alle forze che hanno sostenuto il No) otterrebbe, al massimo, una maggioranza risicata, se non addirittura una semplice maggioranza relativa dei seggi in Parlamento. In altre parole, anche in caso di vittoria, il centrosinistra non disporrebbe di una maggioranza ampia e solida, vanificando le aspettative di un successo schiacciante. Come sottolineato dall’esperta sondaggista Alessandra Ghisleri, i due milioni di elettori in più che si sono recati alle urne a sostegno del No non sono necessariamente riconducibili alla sinistra o a un partito specifico. Si tratta di individui che, dopo un periodo di disaffezione verso il voto, hanno deciso di esprimere una netta critica all’attuale governo, senza necessariamente aderire a un partito di opposizione o a una potenziale coalizione. Questa analisi fornisce una chiara lettura del contesto politico attuale.



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