Colpo di scena giudiziario a Milano nel caso dell’omicidio di Eros Di Ronza, il 37enne ucciso il 17 ottobre 2024 dopo un tentativo di furto in un bar di viale Cermenate. La Corte d’Assise ha condannato a 17 anni di reclusione ciascuno Shu Zou e Liu Chongbing, i due gestori del locale finiti sotto processo per la morte dell’uomo. I giudici hanno riconosciuto la loro responsabilità, ma hanno escluso l’aggravante della crudeltà e accolto l’attenuante della provocazione, un elemento che ha inciso in modo importante sulla decisione finale.
Per capire bene la vicenda, bisogna tornare a quella mattina. Secondo quanto ricostruito, Eros Di Ronza sarebbe entrato nel bar all’alba, intorno alle 5, forzando la saracinesca nel tentativo di rubare denaro e gratta e vinci. L’allarme ha svegliato la famiglia proprietaria del locale, che abitava al piano di sopra. A quel punto due parenti della titolare, zio e nipote, sono scesi in strada portando con sé un paio di forbici. Da lì sarebbe nata una colluttazione molto violenta, durante la quale il 37enne è stato colpito mortalmente.
Il punto centrale della sentenza sta proprio qui: la giustizia ha riconosciuto che ci fu una reazione a una provocazione, cioè a un furto in corso, ma ha stabilito che quella reazione andò oltre il limite, fino a trasformarsi in omicidio. In sostanza, non è stata considerata una legittima difesa piena, ma un gesto comunque penalmente rilevante. È un aspetto importante perché spiega perché la condanna sia stata pesante, pur con alcune attenuanti.
C’è poi un dettaglio che rende la vicenda ancora più forte dal punto di vista umano: subito dopo l’aggressione, uno degli imputati chiamò i soccorsi. Nella telefonata al numero d’emergenza disse parole molto dirette e drammatiche, spiegando che il ladro era stato fermato, che stava malissimo e che perdeva molto sangue. Una chiamata che oggi diventa un tassello chiave del caso, perché mostra la concitazione del momento ma anche la consapevolezza immediata della gravità di quanto accaduto.
Personalmente, questa è una di quelle storie che colpiscono perché si muovono in una zona molto delicata: da una parte c’è un furto che scatena paura e rabbia, dall’altra c’è il confine sottilissimo tra difendersi e superare quel limite. Ed è proprio lì che i tribunali sono chiamati a intervenire, distinguendo tra istinto, panico e responsabilità.
Il dettaglio meno noto ma decisivo è proprio il riconoscimento dell’attenuante della provocazione: non assolve, ma racconta come i giudici abbiano valutato il clima di tensione e l’immediatezza dei fatti. Un elemento che fa capire quanto questo caso sia complesso, e perché continuerà probabilmente a far discutere ancora a lungo.



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