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Ogni mattina mi svegliavo a colazione e la mia falsa famiglia mi guardava morire



Rimasi in mezzo ai miei stessi corpi per un tempo che non so misurare. Alcuni erano scheletrici, altri quasi freschi. Alcuni avevano ferite da arma da fuoco, altri gole spezzate, mandibole rotte, costole aperte. Uno aveva ancora il segno della pillola gialla sciolta sulle labbra. Un altro aveva la fronte spaccata, forse per essere caduto sul tavolo. Tutti ero io. O versioni di me. O copie. O fallimenti. La parola “figlio” mi tornò in mente e mi fece quasi ridere. Non ero loro figlio. Ero il loro esperimento.



Continuai a strisciare perché fermarmi lì significava accettare di essere solo un corpo in più nella pila. Trovai un altro tubo, più stretto, pieno di acqua gelida e fango. La torcia tremava nella mia mano. Dietro di me sentivo rumori metallici, grida lontane, allarmi soffocati. Loro sapevano che ero scappato davvero. Non da una stanza all’altra, non verso il giardino dove Tower poteva spararmi. Ero uscito dal percorso. E forse era proprio questo che nessuno prima di me aveva mai fatto.

Il tunnel scese ancora e poi sputò fuori il mio corpo in un canale all’aperto. Caddi tra pietre e acqua nera, sotto un cielo bianco di neve. Il freddo mi morse i piedi nudi e le mani, ma l’aria era vera. Vera in un modo che il soggiorno non era mai stato. Non aveva odore di bacon, caffè e mirtilli. Odorava di terra, ghiaccio, ruggine e libertà. Mi trascinai fuori dal canale e vidi, lontano tra gli alberi, un’auto muoversi lentamente su una strada. E allora capii: non ero in una casa. Ero in una struttura. Un complesso nascosto, forse sotto una vecchia villa, forse dentro una proprietà privata sperduta. La “famiglia” era solo il teatro.

Mi mossi tra gli alberi finché le gambe non smisero quasi di reggermi. Non sapevo chi fossi, ma alcuni ricordi cominciavano a emergere come bolle dal fondo di un lago. Non ricordi familiari. Ricordi tecnici. Una stanza bianca. Una voce che diceva “stabilità emotiva al 61%”. Mani che mi rasavano la testa. Elettrodi. Sangue prelevato. Una donna che non era mia madre ma indossava il ruolo di madre in modo diverso ogni volta. Un uomo in camice che osservava dietro un vetro. Mio padre. No. Il dottore. Il creatore. Il direttore della colazione.

Sentii cani in lontananza. O forse droni. Un ronzio sottile si alzò sopra la neve. Mi buttai dietro un tronco e vidi due uomini armati attraversare il canale. Non indossavano uniformi normali. Avevano giacche grigie, maschere leggere e piccoli dispositivi all’orecchio. Uno disse: “Il ciclo non si è riattivato.” L’altro rispose: “Perché non è morto nella zona di recupero.” Zona di recupero. Quindi ogni volta che mi uccidevano nella casa, mi riportavano al tavolo. Ma se morivo fuori? Se morivo lì, nel bosco? Forse non sarei tornato. Per la prima volta la morte sembrò definitiva. E stranamente, questo la rese meno spaventosa. Almeno sarebbe stata mia.

Camminai per quasi un’ora seguendo la strada da lontano. La neve cancellava parte delle impronte, ma non abbastanza. Sentivo il corpo cedere. Avevo fame, ma non della colazione. Fame vera. Fame di vita. Arrivai vicino a una recinzione alta, con filo spinato e telecamere nere. Dall’altra parte c’era la strada. La macchina che avevo visto prima era parcheggiata vicino a un cancello secondario. Dentro c’era una donna con un cappotto rosso che fumava guardando il telefono. Non sembrava una guardia. Sembrava una visitatrice. O una dipendente fuori turno. Mi avvicinai alla rete e provai a parlare, ma uscì solo un rantolo.

Lei alzò gli occhi e mi vide. Per un momento rimase immobile. Io dovevo sembrare un mostro: scalzo, coperto di fango, sangue secco, vestiti da colazione strappati, occhi fuori dalla testa. “Aiuto,” riuscii a dire. La donna lasciò cadere la sigaretta. Guardò verso il cancello, poi verso di me. “Tu non dovresti essere qui,” sussurrò. Non disse “chi sei”. Disse: non dovresti essere qui. Questo significava che sapeva. Tutti sapevano sempre più di me.

“Apri,” dissi. Lei scosse la testa, terrorizzata. “Non posso. Se ti faccio uscire, mi mandano dentro.” Dentro. Come i due uomini sopra la botola avevano detto quando avevano perso la torcia. “Dentro dove?” chiesi. La donna cominciò a piangere. “Alla tavola.” Sentii il sangue gelarsi più del freddo. Non ero l’unico esperimento. O forse lo ero stato all’inizio, ma la minaccia per chi falliva era diventare parte del ciclo. Madre, padre, fratello, sorella. Ruoli. Personale punito. Persone intrappolate nel teatro insieme a me.

“Chi sono?” chiesi. Lei si guardò alle spalle. “Non lo so. Ti chiamano Elias, ma non credo sia il tuo nome originale.” Elias. Il nome non mi fece nulla. Nessun lampo, nessun ricordo caldo. Solo una targhetta mentale. “Perché lo fanno?” La donna esitò. “Per vedere quando ti ricordi. Per vedere cosa resta dopo ogni reset. Per vedere se l’identità sopravvive alla morte.” Rise senza gioia. “E credo che abbiano avuto la risposta.”

Un allarme esplose dietro gli alberi. Lei sobbalzò. “Scappa verso ovest. C’è una vecchia strada forestale. Non andare verso le luci.” Poi fece qualcosa che probabilmente le costò la vita: inserì un codice nel pannello del cancello. La serratura scattò. Io passai nello spazio appena aperto. Lei non venne con me. “Vieni,” dissi. Lei guardò la struttura tra gli alberi. “Ho una figlia lì dentro.” Non capii se intendesse davvero una figlia o una persona costretta a chiamarla madre in una colazione infinita. Il cancello si richiuse tra noi.

Corsi. Non so per quanto. La strada forestale era quasi invisibile sotto la neve, ma la seguii finché il cielo diventò più scuro. A un certo punto trovai una baracca da caccia abbandonata. Dentro c’erano coperte vecchie, una radio rotta e fiammiferi umidi. Mi avvolsi in una coperta puzzolente e per la prima volta non mi svegliai a tavola. Dormii. Dormii davvero. E sognai la colazione.

Nel sogno mio padre era seduto di fronte a me, con il quaderno chiuso. Non mi chiese se stessi bene. Disse solo: “Sei arrivato più lontano degli altri.” Io guardai la tavola. Non c’era cibo. Solo la capsula gialla. “Cos’è?” chiesi. Lui sorrise. “Non medicina. Memoria.” Mi svegliai tremando. La pillola non cancellava. Fissava. Stabilizzava ciò che avevano deciso dovessi ricordare. Se la prendevo, accettavo il personaggio. Se non la prendevo, il sistema diventava instabile. E io, a forza di morire, avevo iniziato a trattenere frammenti non autorizzati.

All’alba trovai una strada vera e un camionista di nome Russell che quasi mi investì. Mi portò alla stazione di servizio più vicina. Quando la commessa chiamò la polizia, io scappai dal bagno sul retro. Non potevo rischiare. Non sapevo chi controllassero. Non sapevo quanto fosse grande la struttura. Non sapevo se mio padre, quello falso, fosse solo un medico o qualcosa di più potente. Rubai un cappotto, scarpe da lavoro troppo grandi e un telefono lasciato incustodito. Mi vergogno di questo, ma la vergogna è un lusso per chi sa di essere al sicuro.

Tre giorni dopo vidi il mio volto in televisione. Non come fuggitivo. Come paziente scomparso. “Uomo con gravi disturbi cognitivi allontanatosi da una clinica privata.” Il nome sullo schermo era Elias Ward. Trentasette anni. Nessuna famiglia diretta. Soggetto a episodi dissociativi e violenti. La foto mi mostrava sorridente, con capelli che non ricordavo di aver mai avuto. La clinica chiedeva aiuto per riportarmi “a casa”. Sotto, un numero. Sullo schermo apparve anche mio padre, il dottore, con la guancia segnata da un taglio sottile. Disse: “Elias è malato. Ha bisogno delle sue medicine.” Spensi il televisore del motel con mani tremanti.

Avrei potuto sparire. Avrei dovuto. Invece tornai indietro una settimana dopo. Non dentro. Non fino alla villa. Mi avvicinai abbastanza da vedere il cancello secondario. La donna dal cappotto rosso non c’era. Al suo posto vidi mia sorella. Non quella del tavolo, o forse sì. Aveva il braccio fasciato, proprio dove l’avevo ferita in uno dei cicli. Parlava con due guardie. Sembrava stanca. Non predatrice. Umana. Per un istante pensai di chiamarla. Poi lei si voltò verso il bosco, come se mi avesse sentito. E con le labbra, senza emettere suono, disse: “Scappa.”

Così scappai davvero.

Oggi vivo sotto un nome che non dirò. Non ho più il viso rasato; porto barba e capelli lunghi. Mangio raramente colazione. Non sopporto l’odore del bacon. Ogni volta che vedo una caraffa d’acqua, controllo il mio riflesso per assicurarmi di essere ancora la stessa persona. Non so se Elias Ward fosse il mio vero nome. Non so se fossi un criminale, un volontario, un clone, un paziente o un uomo rapito. So solo che sono morto decine di volte davanti a persone che mi chiamavano figlio. E nessuna di loro era davvero la mia famiglia.

La cosa peggiore è che, certe mattine, appena sveglio, sento ancora la sua voce. “Stai bene, figlio?” Allora mi alzo, apro la porta, guardo fuori e controllo che ci sia una strada. Una via d’uscita. Qualcosa che non sia il tavolo. Finora c’è sempre stata. Ma due mesi fa ho ricevuto un pacco senza mittente. Dentro c’era una capsula gialla in una bustina trasparente e un biglietto scritto a mano: “La memoria degrada senza manutenzione.” L’ho gettata nel lavandino e l’ho sciolta con candeggina. Da allora ricordo meno. Alcuni giorni dimentico dettagli importanti. Il nome del camionista. Il volto della donna col cappotto rosso. Il motivo per cui non devo mai fidarmi di una colazione troppo perfetta.

Ma una cosa non la dimentico.

Se mi sveglio ancora a quel tavolo, stavolta non cercherò il giardino. Non prenderò la pillola. Non chiederò risposte.

Andrò direttamente nel seminterrato.

E darò fuoco a tutti i miei corpi.

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