Diventò una cosa fissa, silenziosa e regolare come certi riti che non si dichiarano ma che tutti riconoscono. Ogni venerdì sera Sylvia ordinava il suo Uber, faceva le cinque ore seduta sul sedile posteriore con la borsa piccola sulle ginocchia, e arrivava quando la luce fuori stava già cambiando colore. Mia madre la aspettava con la cena pronta. Io a volte c’ero, a volte no, ma ogni volta che riuscivo ad esserci mi fermavo sulla soglia della camera di mia nonna un momento prima di entrare, solo per guardare: due donne anziane sedute sul letto con la televisione accesa e i piedi avvolti nelle coperte, che ridevano o tacevano o si raccontavano cose a voce bassa, come se il mondo fuori da quella stanza non esistesse o non importasse abbastanza da meritare attenzione.
Mia nonna aveva settantotto anni. Sylvia settantaquattro. Si erano incontrate quando erano già adulte, quando la maggior parte delle amicizie importanti della vita sono già formate o già perdute. Eppure avevano costruito qualcosa che reggeva ventitre anni e una malattia e cinque ore di distanza e un’età in cui fare le cose in modo complicato richiede uno sforzo che molti non sono disposti a fare.
Un sabato pomeriggio chiesi a Sylvia come facesse. Non intendevo l’Uber, intendevo tutto il resto: le energie, la determinazione, il riuscire a non cedere alla stanchezza o alla distanza o alla difficoltà di stare accanto a qualcuno che stava peggiorando settimana dopo settimana. Sylvia mi guardò con quell’espressione che hanno le persone quando la risposta gli sembra ovvia ma capiscono che per te non lo è. Poi disse: “Dorothy sarebbe venuta da me.” Disse solo questo. Come se fosse sufficiente, e in effetti lo era.
Pensai a quella frase per giorni. C’è un tipo di amicizia che si misura in quello che sei disposta a fare quando fare qualcosa è difficile. Non quando è comodo, non quando è nel percorso, non quando non ti costa niente. Quando ti costa qualcosa, quando richiede sforzo, quando devi chiamare un Uber da un altro stato a settantaquattro anni perché la tua migliore amica sta male e tu non sai guidare ma sai che devi essere lì. Sylvia non lo aveva vissuto come un sacrificio. Lo aveva vissuto come l’unica cosa possibile, l’unica risposta sensata a una situazione che non lasciava alternative.
Mia madre, nel frattempo, stava attraversando qualcosa di complicato da gestire. Guardare tua madre peggiorare lentamente è una cosa che non si impara mai davvero, che ti trova sempre impreparata anche quando sai da mesi che sta succedendo. Le notti in cui Dorothy aveva dolore erano le notti in cui mia madre non dormiva, seduta sulla sedia in corridoio con la porta aperta, pronta. Le mattine dopo erano pesanti, lunghe, con quel tipo di stanchezza che non si recupera con il sonno. Sylvia lo aveva capito senza che nessuno glielo dicesse. Aveva cominciato a dedicare parte del suo tempo del weekend anche a mia madre: parlavano in cucina mentre preparavano il caffè, camminavano insieme nel vialetto quando il tempo lo permetteva, si sedevano fuori la sera con le giacche addosso e parlavano di Dorothy come di qualcuno ancora presente, non come di qualcuno già perso.
“Mi aiuta a respirare,” mi disse mia madre una domenica mattina. “Sylvia mi aiuta a ricordare che non sono sola in questo.”
Qualcosa in quella frase mi rimase dentro per un tempo lungo. Non sola. Quante volte nella vita ci troviamo in situazioni in cui siamo tecnicamente circondati da persone e allo stesso tempo profondi nella solitudine di chi porta un peso che gli altri non riescono a reggere con noi? Mia madre aveva me, aveva altri familiari, aveva vicini di casa gentili e colleghi premurosi. Ma Sylvia le dava qualcosa di diverso: la presenza di chi conosce Dorothy da ventitre anni, chi la ricorda quando era forte e sana e rideva ad alta voce nella mensa di quella scuola media, chi porta con sé una versione di mia nonna che il tempo non ha ancora toccato.
L’ultimo weekend che Sylvia venne, Dorothy stava peggio degli altri giorni. Non riusciva ad alzarsi dal letto, parlava poco, teneva gli occhi chiusi per lunghi tratti. Sylvia rimase seduta accanto a lei per tutto il pomeriggio con la mano sopra la sua, senza dire molto, senza fare molto. Solo essere lì. Quando Dorothy aprì gli occhi una volta e vide Sylvia accanto a sé, disse qualcosa che non riuscii a sentire bene dall’uscio. Sylvia sorrise e rispose sottovoce. Dorothy richiuse gli occhi.
Più tardi chiesi a Sylvia cosa si erano dette. Rimase in silenzio un momento, poi disse: “Mi ha chiesto se ero stanca di venire. Le ho detto che la smetteva di fare domande stupide.” Risi. Anche Sylvia rise, quella risata bassa e breve di chi ride perché l’alternativa è piangere e ha già deciso che per oggi ne ha abbastanza di piangere.
Ho pensato spesso, in questi mesi, a cosa mi porterò di tutto questo. Non la malattia, non il dolore, non le notti difficili o i giorni in cui la casa pesava più del solito. Mi porterò Sylvia sul sedile posteriore di un Uber con la borsa piccola e il telefono in mano, convinta che basta sapere dove devi essere per trovare il modo di arrivarci. Mi porterò mia nonna che apriva gli occhi in quel modo quando sentiva il nome della sua migliore amica. Mi porterò la certezza che certe amicizie non si spiegano, non si costruiscono seguendo istruzioni, non si trovano cercandole. Arrivano, si depositano, e se sei fortunata restano lì per ventitre anni e oltre, solide come qualcosa che ha resistito a tutto e non ha intenzione di cedere adesso.
L’amicizia vera non ha bisogno di spiegazioni. Ma a volte ha bisogno di un Uber. E di qualcuno abbastanza coraggioso da ordinarlo.



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