Leonardo Albanese tornò la settimana dopo. E quella dopo ancora. E quella dopo ancora.
All’inizio pensai fosse una strategia. Forse avevano scoperto chi ero. Forse don Salvatore si stava prendendo gioco di me, come il gatto col topo prima di spezzargli la schiena.
Ma poi cominciai a notare le cose.
Leonardo non era come suo padre. Non fumava sigari. Non parlava mai di affari. Non portava anelli d’oro. Le sue mani erano callose, non morbide come quelle di chi non ha mai lavorato. Una volta vidi un tatuaggio sulla sua clavicola: una data. 12 marzo 1994. Anni dopo scoprii che era il giorno in cui sua madre si era impiccata.
Iniziò a parlarmi a pezzi. Prima il tempo. Poi il caldo di Catania. Poi mi chiese perché fossi ancora lì, in quel salone, a tagliare capelli per pochi spiccioli.
«Avevo un’altra vita», gli dissi una volta. «Poi qualcuno me l’ha portata via.»
La sua mano si fermò sulla gamba. Mi guardò nello specchio.
«Anche a me», disse.
E in quel momento, odiarlo diventò difficile.
Non impossibile. Ma difficile.
Passarono i mesi. Io continuavo a scrivere nel mio quaderno blu. Continuavo a raccogliere prove. Una conversazione qui, un nome lì. Franco Calabrese veniva spesso al salone. Non per tagliarsi i capelli. Per guardarmi. Come se fiutasse qualcosa.
Poi, una sera, tutto cambiò.
Ero uscita dal lavoro tardi. Avevo piovuto e la mia Fiat non partiva. Stavo camminando verso la fermata del bus quando una Mercedes nera mi affiancò. Il finestrino si abbassò.
Dentro c’era Leonardo.
«Sali», disse.
«No.»
«Viola, sali o domani troverai il tuo salone con le vetrine rotte. E non sarò stato io.»
Sali. Il motore ruggì. L’auto si immerse nel buio della città.
Non mi portò in un vicolo buio. Non mi portò in un magazzino abbandonato. Mi portò sulla collina di Monte Po, dove si vedeva tutta Catania. Luci gialle, mare nero, e l’Etna che fumava come un drago addormentato.
«Mio padre sa chi sei», disse Leonardo, senza guardarmi.
Il sangue mi gelò.
«Cosa?»
«Lo sa da sei mesi. Franco ha fatto delle ricerche. Sei la figlia di Rocco Amato. Quello del 2014.»
La bocca mi si seccò. Avevo pensato a questo momento un milione di volte. Avevo immaginato fughe, sparatorie, arresti. Non questo. Non una macchina ferma su una collina con il figlio del nemico che mi salvava la vita.
«Perché me lo dici?»
Leonardo accese una sigaretta. La luce arancione illuminò il suo volto. Sembrava stanco. Sembrava vecchio.
«Perché tra tre giorni mio padre ti farà un’offerta. E voglio che tu sia pronta.»
«Che offerta?»
Spense la sigaretta sul cruscotto. Si voltò verso di me. I suoi occhi bruciavano.
«Vuole sposarti.»
4. Crescita progressiva dei problemi
Credo di essere svenuta per un secondo. Forse due. Quando riaprii gli occhi, Leonardo mi stava tenendo il polso. Controllava il battito.
«Non scherzo», disse.
«È fuori di testa.»
«È don Salvatore. Fa sempre così. Vuole tenerti vicina. Meglio sapere dov’è il nemico che cercarlo. Se sei sua moglie, non puoi testimoniare contro di lui. Sei sotto la sua protezione. Sei sua.»
La nausea mi salì alla gola. «Preferirei morire.»
«Lo so», disse Leonardo. E la sua voce si spezzò. «Ma se rifiuti, lui ti farà sparire. Non domani. Non tra un’ora. Adesso. Ho tre uomini sotto il salone in questo momento. Se non torno con un sì, ti uccidono. Anche me, forse.»
Guardai fuori dal finestrino. Le luci di Catania sembravano tante piccole bare.
«Perché mi stai aiutando?»
Leonardo restò in silenzio per molto tempo. Poi si slacciò la camicia. Sul petto, sopra il cuore, c’era una cicatrice lunga quindici centimetri. Un coltello. O forse una scheggia di vetro.
«Mio padre ha ucciso anche mia madre», disse. «Non con le sue mani. Ma l’ha costretta a sposarlo. L’ha costretta a mentire. L’ha costretta a stare. Lei si è impiccata nello stesso giorno in cui Rocco Amato è stato ucciso. Il 12 marzo 2014.»
Il mondo smise di girare.
Mio padre era morto il 12 marzo 2014.
«Aspetta», sussurrai. «Quella data sul tuo petto…»
«È il giorno in cui abbiamo perso entrambi un genitore, Viola. Solo che tu hai avuto il coraggio di odiare. Io ho imparato a sopravvivere.»
Non so perché lo feci. Forse per la stanchezza. Forse per la paura. Forse perché sotto le stelle, con il figlio del mio assassino che mi porgeva la verità come un’offerta di pace, non c’era più spazio per la strategia.
Piansi. Lui mi tenne la mano.
Poi, alle due del mattino, presi la decisione più folle della mia vita.
«Digli di sì», dissi.
5. Primo colpo di scena importante
La notizia del fidanzamento uscì su La Sicilia il giorno dopo. «DON SALVATORE ALBANESE SPOSA UNA PARRUCCHIERA: L’AMORE NEL MONDO DELLA MALAVITA?»
Catania andò in tilt. Il mio salone venne preso d’assalto. Giornalisti, curiosi, vecchie signore che volevano toccarmi come se fossi una reliquia.
Don Salvatore mi regalò un anello con un diamante giallo. Lo indossai senza guardarlo negli occhi. Lui mi baciò la guancia. La sua barba era ruvida. La sua pelle puzzava di tabacco e morte.
Quella sera, nella villa sulla collina, mi presentò i suoi uomini come se fossi già sua moglie.
«Questa è Viola», disse, con un braccio intorno alle mie spalle. «Da oggi, chi la tocca tocca me. E chi tocca me…»
Non finì la frase. Non serviva.
Franco Calabrese, il braccio destro, mi guardò come si guarda una macchia sul vestito. Sapeva. Lui sapeva tutto. Ma non parlò.
Leonardo era nell’angolo. Beveva whiskey. Quando i nostri occhi si incontrarono, scosse appena la testa. Un gesto impercettibile. Stai attenta.
La cerimonia era fissata per il 12 marzo.
Il dodicesimo anniversario della morte di mio padre.
Don Salvatore non aveva scelto quella data per caso. Era il suo modo di dirmi: Io decido. Anche sulla tua memoria.
La notte prima del matrimonio, non dormii. Ripassai il piano. Il prete era d’accordo con me. Due carabinieri infiltrati sarebbero stati tra gli invitati. Nel momento dello scambio delle fedi, avrei pronunciato una frase in codice. Sarebbero scattate le manette. Fine.
Un piano perfetto.
Ma i piani perfetti durano fino al primo imprevisto.
6. Escalation drammatica
Il giorno del matrimonio, Catania era vestita a festa. Bandiere bianche dai balconi. Fiori di zagara nell’aria. Le auto sfrecciavano verso la cattedrale di Sant’Agata come corriere della morte.
Avevo il vestito bianco. Sì, bianco. Come le lenzuola dei cadaveri.
Mio padre non c’era. Non c’era nessuno della mia famiglia. Solo io, la sposa, che camminavo verso l’altare per sposare l’uomo che aveva fatto tagliare la lingua a suo padre.
Nel corteo nuziale, accanto a me, c’era Leonardo. Faceva da testimone. La sua mano tremava leggermente sotto la mia.
«Sei sicura?» mi sussurrò.
«Sì.»
«Franco ha scoperto qualcosa. I carabinieri…»
«Non ora.»
Entrammo in chiesa. Tutti si voltarono. C’erano facce che conoscevo: boss, mafiosi, politici corrotti, imprenditori complici. C’erano anche facce che non conoscevo: donne eleganti, bambini con gli occhi tristi, vecchi che avevano visto troppo.
Don Salvatore era davanti all’altare. Sorrideva. Aveva un completo blu e una camicia bianca. Sembrava un nonno. Sembrava un santo.
Mi prese la mano. Le sue erano calde.
«Sei bellissima», disse.
«Grazie.»
Il prete cominciò la liturgia. Le parole si mescolavano al ronzio dei ventilatori. La cattedrale era piena. Fuori, la città aspettava.
Arrivò il momento delle promesse.
«Viola Amato», disse il prete, «vuoi prendere come legittimo sposo Salvatore Albanese, promettendogli fedeltà e amore, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, per tutti i giorni della tua vita?»
Tirò un sospiro.
Guardai don Salvatore. Lui guardava me. I suoi occhi non erano cattivi in quel momento. Erano quasi… felici?
Poi guardai Leonardo. Lui annuì appena.
Stavo per pronunciare la frase in codice. Stavo per gridare Giustizia. Stavo per far crollare tutto.
Ma Franco Calabrese si alzò dalla prima panca.
E disse una cosa che mi gelò il sangue.
«Don Salvatore, scusi il disturbo. Ma prima che la sposa risponda, devo dirle una cosa.»
Don Salvatore aggrottò la fronte. «Franco, non è il momento.»
«Invece sì», disse Franco. Si avvicinò all’altare. I suoi occhi erano puntati su di me. «Viola Amato, so del quaderno blu sotto il tuo materasso. So dei carabinieri in chiesa. So del prete complice. Ma so anche un’altra cosa.»
La chiesa trattenne il respiro.
«Rocco Amato», disse Franco, «non è stato ucciso da don Salvatore.»
7. Secondo colpo di scena ancora più forte
Il silenzio nella cattedrale era così pesante che si sarebbe potuto tagliare a fette.
«Cosa?» fece don Salvatore.
Franco si voltò verso di lui. «Me lo hai ordinato tu, don Salvatore. Dieci anni fa. Ricordi? Ma io non ho eseguito. Non ho mai eseguito. L’uomo che hai fatto uccidere era un altro. Un pentito di nome Pesce. Rocco Amato è stato ucciso da…»
Si fermò.
Guardò Leonardo.
Tutti guardarono Leonardo.
Leonardo era pallido come il marmo della cattedrale. Il bicchiere d’acqua che teneva in mano cadde a terra. Si ruppe in mille pezzi. Come la mia anima.
«Leonardo», sussurrai. «Dimmi che non è vero.»
Lui non parlava. Tremava.
«Parla!»
La voce che uscì dalla sua bocca era rotta. Non era la voce di un uomo. Era la voce di un ragazzo che aveva visto sua madre morire e aveva deciso che il mondo doveva bruciare.
«Tua padre», disse, «mi ha salvato la vita. Quando avevo quindici anni. Mi ha portato via dalla villa. Mi ha nascosto. Mi ha insegnato che si poteva essere diversi. Lui credeva in me.»
Una lacrima. Una sola.
«E io lo uccisi.»
La chiesa esplose in un brusio di voci. Don Salvatore era diventato grigio. I suoi uomini si alzarono. I carabinieri si mossero.
Ma io ero ferma. Immobile. Come una statua di cera.
«Perché?»
Leonardo alzò gli occhi su di me. Non c’era più difesa. C’era solo verità.
«Perché mio padre mi disse: “Se non dimostri di essere un Albanese, tua madre morirà per sempre. Non solo il corpo. La memoria. Brucerò ogni sua foto. Cancellerò ogni suo nome. Dirò a tutti che si è tolta la vita perché tu eri un figlio indegno.” Mi fece scegliere tra la memoria di mia madre e la vita di tuo padre. Io avevo sedici anni. Ero un codardo.»
Presi le forbici che avevo nascosto nel bouquet. Le aprì. Il metallo luccicava sotto le lampade della cattedrale.
Tutti indietreggiarono.
«Viola…» fece Leonardo.
«Non mi chiamare. Non hai il diritto.»
«Uccidimi», disse. «È giusto. L’ho meritato.»
Don Salvatore urlò: «Ferma, pazza!»
Ma io non ero pazza. Ero lucida. Più lucida di quanto non fossi mai stata in dieci anni.
Lanciai le forbici.
Non colpirono Leonardo.
Si conficcarono nel petto di Franco Calabrese.
Il braccio destro di don Salvatore cadde in ginocchio. Il sangue inondò la camicia bianca. Ma lui, morendo, sorrise.
«Finalmente», disse Franco. «È giusto così. L’ho ucciso io. Leonardo ha solo tenuto il coltello. L’ordine è stato mio. Perché Rocco Amato sapeva che mia figlia… era malata. Voleva aiutarmi. E io l’ho ucciso per non indebitarmi. Per non sembrare debole.»
Il secondo colpo di scena.
Mio padre era morto per un debito. Non per la mafia. Non per la guerra tra clan. Per un padre che aveva avuto paura di chiedere aiuto.
E io avevo appena ucciso quell’uomo.
8. Confronto finale
La cattedrale era un campo di battaglia. I carabinieri avevano circondato l’altare. Gli uomini di don Salvatore cercavano di scappare. Le donne urlavano. I bambini piangevano.
Don Salvatore mi guardava. Per la prima volta, i suoi occhi non erano quelli di un boss. Erano quelli di un vecchio che aveva perso tutto.
«Perché l’hai fatto?» mi chiese. «Ti avrei dato tutto.»
«Mio padre voleva solo aiutare la figlia di Franco», dissi. «E voi lo avete ucciso per paura della vergogna. Non c’è prezzo che paghi quella vergogna.»
Mi avvicinai a Leonardo. Era in ginocchio. Non cercava di scappare.
«Uccidimi», ripeté.
Mi chinai su di lui. Gli presi il volto tra le mani. Le sue guance erano bagnate.
«No», dissi. «Voglio che tu viva. Voglio che tu veda ogni giorno la mia faccia. Voglio che tu sappia che io ti perdono, ma che non ti dimenticherò mai. Il perdono non è dimenticare. È ricordare e scegliere comunque di non uccidere.»
La sua fronte toccò la mia.
«Ti amo», sussurrò.
«Lo so», risposi. «E questo è il problema più grande.»
Mi alzai. Mi voltai verso don Salvatore. Gli tolsi l’anello dal dito.
«Questo matrimonio non s’ha da fare», dissi. E fu l’unica frase che pronunciò il prete prima che i carabinieri lo portassero via in manette.
9. Conclusione emotiva e memorabile
Oggi vivo a Palermo. Ho un piccolo salone vicino al mercato. Taglio i capelli a ragazze che ridono, a bambini che si dimenano, a vecchi che raccontano storie di quando erano giovani.
Non ho più il quaderno blu. L’ho bruciato nel forno della villa di don Salvatore, dopo che lui venne condannato all’ergastolo. Trentadue omicidi. Vent’anni di traffici. Una vita di sangue.
Leonardo sconta vent’anni per concorso in omicidio. Ogni tanto mi scrive. Le sue lettere arrivano in buste marroni, con il timbro del carcere di Rebibbia. Non le apro più. Ma non le butto via. Sono lì, in una scatola sotto il letto, a ricordarmi che l’amore e l’odio sono la stessa moneta. Solo la faccia cambia.
Qualcuno mi chiede se mi pento di non averlo ucciso.
No. La morte è una pace che non meritava.
La vita, invece, è la condanna più lunga.
E io sono ancora qui. A tagliare capelli. A guardare il mare. A pensare a mio padre che rideva, mentre mi insegnava a pescare sul molo di San Cristoforo, e mi diceva sempre la stessa cosa:
“Viola, la giustizia non è vendetta. La giustizia è fare in modo che nessun’altra bambina debba mai più scegliere tra l’odio e l’amore.”
Oggi ho capito che aveva ragione.
Non ho scelto né l’uno né l’altro.
Ho scelto me stessa.



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