​​


Cosa accade nei primi momenti dopo la morte: ciò che sappiamo davvero



Capire cosa accade nei primi momenti dopo la morte significa distinguere i cambiamenti del corpo dalle esperienze raccontate dai sopravvissuti e dalle convinzioni sulla vita ultraterrena.



Che cosa succede quando una persona esala l’ultimo respiro? Il corpo cambia immediatamente? Il cervello continua a funzionare? Sono domande che possono nascere dalla curiosità, ma anche dal bisogno di comprendere un momento vissuto accanto a qualcuno che amiamo.

Per spiegare cosa accade nei primi momenti dopo la morte, bisogna partire da una distinzione fondamentale: un arresto cardiaco non equivale automaticamente a una morte irreversibile. Se il cuore smette di pompare efficacemente il sangue, intervenire rapidamente può ancora consentire di salvare la persona. È proprio su questa possibilità che si basano la rianimazione e l’impiego del defibrillatore quando indicato.

Le descrizioni di chi è sopravvissuto a un arresto cardiaco, quindi, non sono racconti di un ritorno da una morte irreversibile. Riguardano una condizione estrema dalla quale, grazie ai soccorsi, è stato possibile recuperare. Questa differenza è essenziale anche per leggere correttamente le notizie sulle cosiddette esperienze di premorte.

Cosa accade nei primi momenti dopo la morte: i cambiamenti del corpo

Quando la circolazione si interrompe, il cervello non riceve più il normale apporto di sangue e ossigeno. Nell’arresto cardiaco improvviso, la persona perde rapidamente conoscenza e non respira normalmente. Possono essere presenti respiri isolati e irregolari, che non devono essere scambiati per una respirazione efficace.

In caso di collasso improvviso, se la persona non risponde e non respira normalmente, bisogna chiamare subito il 112 e seguire le istruzioni dell’operatore. Non si deve tentare di stabilire autonomamente che sia morta.

Se la circolazione non viene ripristinata, la mancanza di ossigeno provoca danni progressivamente più gravi. Non esiste però un conto alla rovescia identico per ogni situazione: contano le circostanze, la temperatura e gli eventuali interventi di rianimazione. L’accertamento della morte compete ai sanitari e segue criteri precisi.

Dopo il decesso, i muscoli inizialmente si rilassano. La mandibola può abbassarsi e gli occhi possono rimanere parzialmente aperti. Il rilassamento muscolare può comportare anche il rilascio di urina o feci: sono cambiamenti fisici che possono sorprendere i familiari, ma non indicano una ripresa della coscienza.

Il corpo, inoltre, non diventa freddo e rigido nello stesso istante. Il raffreddamento avviene gradualmente, mentre il colore della pelle cambia con il passare del tempo. La rigidità cadaverica, chiamata rigor mortis, si sviluppa nelle ore successive, anziché comparire necessariamente subito.

Anche per questo le scene cinematografiche possono creare aspettative sbagliate. Non esiste una trasformazione immediata e uguale per tutti: alcuni cambiamenti sono precoci, altri diventano evidenti più tardi.

Il cervello, la coscienza e i racconti di premorte

La domanda più difficile riguarda l’esperienza soggettiva: che cosa percepisce una persona mentre attraversa una condizione potenzialmente mortale? Qui le conoscenze sono più limitate rispetto a quelle sui cambiamenti osservabili del corpo.

Lo studio AWARE II, pubblicato nel 2023, ha esaminato arresti cardiaci avvenuti in ospedale, raccogliendo testimonianze dei sopravvissuti e, quando possibile, registrazioni dell’attività cerebrale durante la rianimazione. Alcuni partecipanti intervistati hanno riferito ricordi o percezioni associati all’evento; durante alcune rianimazioni sono stati rilevati segnali cerebrali compatibili con possibili processi cognitivi.

Il particolare decisivo è proprio questo: si trattava di persone sottoposte a rianimazione, non di individui la cui morte irreversibile fosse stata accertata. Le compressioni toraciche cercano infatti di mantenere una circolazione del sangue, pur diversa da quella normale.

Questi risultati meritano attenzione, ma non dimostrano che tutti rimangano coscienti dopo la morte. Non permettono neppure di stabilire che ogni ricordo si sia formato nello stesso momento del percorso clinico. Le testimonianze e i dati raccolti aprono domande; non autorizzano una descrizione universale di ciò che tutti proverebbero.

Non va confusa con l’arresto cardiaco neppure la morte encefalica, che è una condizione irreversibile e diversa dal coma. La possibilità di recupero da un arresto cardiaco non significa che sia possibile tornare in vita dopo una morte encefalica correttamente accertata.

Quanto all’anima e all’aldilà, ci troviamo sul terreno delle convinzioni religiose e filosofiche. La medicina può studiare la circolazione, l’attività cerebrale e i racconti dei sopravvissuti; queste osservazioni non costituiscono, da sole, una prova della sopravvivenza dell’anima.

Comprendere cosa accade nei primi momenti dopo la morte richiede dunque di rispettare un confine: alcuni cambiamenti fisici sono conosciuti, mentre sull’esperienza soggettiva del morire restano interrogativi. Raccontarli senza trasformare le ipotesi in certezze è anche un modo per rispettare chi cerca risposte dopo una perdita.

Visualizzazioni: 12


Add comment