Il Reddito di cittadinanza in Campania è stato il fulcro del dibattito sul Documento programmatico di finanza del Consiglio regionale: la proposta della maggioranza di inserire nel «libro dei desideri» regionale una misura di sostegno ha acceso la discussione, con Roberto Fico che ha chiarito il suo punto di vista politico e istituzionale: «Il reddito di cittadinanza io lo vorrei, ma non come Regione Campania, perché non lo può fare una Regione, lo deve fare una nazione».
Il Reddito di cittadinanza in Campania: proposta, destinatari e limiti
La misura proposta dalla maggioranza è stata descritta in aula come un intervento mirato a soggetti over 55 fuori dal mercato del lavoro: persone che sono troppo giovani per la pensione e troppo anziane per ritrovare rapidamente un impiego stabile. L’assemblea ha definito questa platea come composta da «invisibili», individui segnalati anche nelle statistiche di Censis e Istat e sempre più spesso costretti a ricorrere alle mense per i poveri.
Per un approfondimento sul contesto, è disponibile anche la voce dedicata a Camera dei Deputati – Sito ufficiale (informazioni e comunicati istituzionali su parlamentari e presidente Roberto Fico).
Sul piano pratico il nodo cruciale rimane la natura della misura e la sua copertura finanziaria. Più interventi hanno ricordato che il Reddito di cittadinanza, nella forma nota a livello nazionale, non è riproducibile con le sole risorse del bilancio regionale di Palazzo Santa Lucia: la distinzione tra competenze statali e regionali è stata richiamata più volte nel corso del confronto, e per questo motivo Fico ha precisato la sua disponibilità a misure analoghe solo se concepite e finanziate a livello nazionale.
Reazioni, critiche e difese
Il centrodestra ha replicato con durezza, pur partendo da una premessa condivisa in aula: la sostenibilità finanziaria di una misura del genere a livello regionale è dubbia. I gruppi di opposizione hanno accusato la maggioranza di aprire la strada a forme di assistenzialismo e di confondere gli obiettivi di tutela sociale con trasferimenti che, a loro avviso, potrebbero disincentivare la ricerca di lavoro.
Più interventi hanno sintetizzato il fronte critico. Francesco Iovino di Lista Cirielli ha espresso preoccupazione per i risultati ottenuti a livello nazionale, parlando di «una strada dell’assistenzialismo». Raffaele Pisacane di Fratelli d’Italia ha escluso ogni voto favorevole a una misura che, a suo dire, «premia chi vuole restare sul divano». Da Forza Italia sono arrivate contestazioni più dure: Roberto Celano ha ricordato le critiche passate del centrosinistra verso il Reddito di cittadinanza del governo Conte I e ha definito la proposta «uno schiaffo ai pensionati e un’offesa alle famiglie monoreddito». Anche Massimo Pelliccia ha sollevato dubbi sulla metodologia e sui contenuti, osservando l’assenza di riferimenti espliciti su temi come l’emergenza abitativa e sulla platea precisa a cui destinare gli interventi.
La minoranza guidata da Gennaro Sangiuliano ha indicato priorità diverse: un «reddito di dignità per i pensionati» e misure a favore dei giovani di talento, ribadendo la necessità di creare «lavoro vero, reale, di qualità» piuttosto che salari assistiti.
In difesa della proposta si sono mossi i gruppi della maggioranza, in particolare i rappresentanti del Movimento 5 Stelle. Gennaro Saiello ed Elena Vignati hanno sostenuto l’inserimento della misura nel Documento programmatico di finanza, mentre Rosario Andreozzi di Alleanza Verdi-Sinistra ha ricordato il valore di provvedimenti simili a livello nazionale: «È stato uno dei pochi provvedimenti degli ultimi trent’anni che ha risposto veramente alle esigenze delle fasce più deboli», ha detto Andreozzi, ringraziando i 5 Stelle per l’iniziativa.
Roberto Fico, oltre a riaffermare la competenza statale per una misura come il Reddito di cittadinanza, ha portato nel dibattito elementi di verifica numerica richiamando dati nazionali: ha stimato che l’uso improprio del Reddito di cittadinanza sia stato intorno all’1,5%, mentre ha confrontato questa percentuale con quella, secondo lui più elevata, di abusi nelle casse integrazioni in deroga durante il periodo Covid, indicata intorno al 34%.
Fico ha anche provato a intervenire sul piano culturale e umano del dibattito, usando un’immagine per marcare la distanza tra chi osserva e chi chiede aiuto: «Spesso chi ha la fortuna, la bravura e la competenza… ha in qualche modo la pancia piena, e chi ha la pancia piena non crede alla persona che è digiuna». Ha respinto l’idea che una misura di sostegno premi chi non vuole lavorare: «Ma chi vuole stare sul divano? Questa è un’offesa alla dignità delle persone. Chi vuole stare sul divano oggi? Nessuno».
Nel corso della discussione è emersa anche una valutazione politica sulla compattezza della maggioranza: il Partito Democratico, principale forza della coalizione, è stato descritto come più prudente e attendista, rinviando a successive riunioni di maggioranza e ai lavori della Commissione Bilancio ogni decisione definitiva sui contenuti e sulla copertura finanziaria.
Il tema non è nuovo per la Campania: durante le legislature di Antonio Bassolino la regione fu la prima a sperimentare il Reddito Minimo di Inserimento, un richiamo storico evocato in aula per sottolineare precedenti di interventi regionali sulla materia, pur entro limiti di competenze e risorse.
Il dibattito in Consiglio regionale ha dunque messo a fuoco tre nodi principali: la distinzione di competenze tra Stato e Regione, la definizione puntuale della platea destinataria e la copertura finanziaria. Saranno i prossimi passaggi istituzionali — riunioni di maggioranza e i lavori della Commissione Bilancio — a chiarire se e come il tema del sostegno al reddito verrà tradotto in misure operative a livello regionale.



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