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Il cancello, il vetro e la terza chiave — illustrazione di un racconto di fantasia

Il cancello, il vetro e la terza chiave — Una storia, tre finali



Una storia con tre finali alternativi. Racconto di fantasia.



La storia con tre finali

Il cortile, il vetro e la domanda di Rinaldi

Il cancello era rimasto socchiuso, abbastanza da lasciare entrare il rumore del quartiere e il ronzio basso della mia station wagon elettrica parcheggiata lungo il marciapiede. Avevo appena consegnato a mia madre una cartellina con le carte della vecchia casa di papà quando mio fratello Mirko è uscito con quella faccia da sfida che conoscevo fin troppo bene. Dietro di lui c’era Nora, il telefono già in mano, come se stesse aspettando il momento giusto per registrare qualcosa.

«Le chiavi», ha detto Mirko. «Ci serve la tua auto per poche ore.»

Ho guardato la vernice blu scura, ancora pulita dopo il lavaggio del mattino, e ho detto di no.

Mia madre è scesa dalla soglia con il tono di chi crede di sistemare tutto con una frase. «Non fare il difficile, Ettore. Basta che dici che è stato un urto al parcheggio e l’assicurazione paga.»

Non era un’auto qualunque. Era intestata alla mia società, piena di sensori, telecamere e un registratore di bordo che non smetteva di lavorare nemmeno a motore spento. Mirko, però, vedeva solo una preda. Ha aperto il baule del suo furgone, ha preso una spranga già sporca di grasso e, davanti ai vicini che si affacciavano oltre le siepi, ha colpito il vetro.

Il suono del primo colpo ha cambiato l’aria del cortile. Il parabrezza si è riempito di crepe sottili, poi è arrivata la seconda botta, più rabbiosa, e infine il paraurti è stato urtato di lato con il furgone fino a far stridere il metallo contro il cordolo.

Io non mi sono mosso. Ho solo preso il telefono e fatto una chiamata.

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Mia madre ha allungato una mano verso il mio polso. «Non chiamare nessuno. Si può aggiustare tutto.»

«No,» ho detto piano, mentre dall’altra parte rispondevano.

Mirko ha sorriso, certo di avermi piegato. «Adesso vediamo chi ti crede.»

Quando l’ispettore Rinaldi è arrivato con il fascicolo sotto il braccio, il cortile era già diventato una scena pubblica. La spranga giaceva a terra vicino alla ruota anteriore, Nora aveva smesso di fingersi tranquilla e mia madre continuava a ripetere che si trattava di un semplice incidente. Rinaldi non ha alzato la voce; ha guardato prima la macchina, poi noi tre, e infine ha chiesto soltanto: «Chi mi spiega perché il registratore di bordo ha inviato tre minuti di audio prima del primo colpo?»

Nessuno ha risposto subito. Io ho visto mia madre irrigidirsi, Mirko spalancare gli occhi, Nora abbassare per un istante il telefono già acceso. Dietro il vetro incrinato, il piccolo modulo aggiuntivo vicino alla batteria lampeggiava ancora con la sua luce discreta. Era il segnale che la mia chiamata aveva già fatto partire tutto il resto: blocco dei file, salvataggio remoto, geolocalizzazione e accesso ai dati.

Rinaldi ha sfogliato una pagina del fascicolo, poi ha sollevato lo sguardo come se stesse aspettando non una difesa, ma una scelta. Mirko ha fatto un passo avanti, pronto a negare. Mia madre ha inspirato, come per suggerirmi ancora una volta la menzogna più comoda. Nora è rimasta immobile, il telefono stretto nel palmo. E io, davanti al cancello aperto e ai vicini fermi dietro le siepi, ho capito che quel momento non avrebbe concesso altre scuse.

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