Coca-Cola shock, Lotto specifico bloccato alla vendita

Nella nota si legge che il ritiro è stato motivato da una “non conformità di produzione”.

Il Ministero della salute ha comunicato che è in corso il ritiro dagli scaffali dei punti vendita delle bottiglie di Coca-Cola da 1,5 litri appartenenti al lotto L170329863M.

Nel caso dobbiate acquistare un prodotto Coca-Cola il consiglio è di verificare semplicemente lo stabilimento di imbottigliamento, il lotto e la scadenza, unici dati utili. Il contenuto della bottiglia da 1.5 l ha un sapore molto sgradevole, un aspetto molto denso e livelli concentrati di caffeina, acido fosforico e solfiti.

La Coca Cola nell’occhio dei ciclone.

Si tratta di una partita prodotta nello stabilimento casertano di Marcianise e destinata all’immissione nel mercato del Sud Italia. La società Hbc Italia ha espresso in un altro comunicato il suo disappunto, si è scusata e ha confermato che tutte le bottiglie pericolose verranno ritirate nel più breve tempo possibile, invitando i consumatori a non bere la bevanda. Il provvedimento, disposto in via del tutto precauzionale, riguarda il lotto L170329863M con data di scadenza al 28/09/2017 della bottiglia da 1.5 l. A rendere necessario il provvedimento sono la non conformità di produzione. L’avviso di richiamo del lotto è stato pubblicato sul nuovo portale dedicato alle allerta alimentari del Ministero della salute.

 Alla Coca Cola, evidentemente, non bastava il fatto che medici e ricercatori piegassero la scienza agli interessi della ditta. Bisognava che qualcuno usasse i risultati della “ricerca” per inondare di messaggi il pubblico. Chi meglio dei giornalisti? Un articolo del BMJ svela ora come la ditta abbia segretamente finanziato conferenze per giornalisti in alcune sedi universitarie degli Stati Uniti per stimolare la disseminazione di articoli favorevoli alle bibite zuccherate. Quando un alimento o una bevanda sono accusati di essere causa o concausa di malattia, si può star sicuri che sarà messa in atto, da parte del produttore, una strategia di marketing mirante ad associare quella bevanda o quel prodotto a stili di vita salutari e a salute e benessere. I produttori di bevande zuccherate sono da anni nell’occhio del ciclone perché è ormai assodato che il consumo di questi prodotti è associato ad un rischio aumentato di sovrappeso e obesità.

Il marketing che arriva al pubblico, facilmente identificabile, consiste nell’associare il marchio ai nomi e alle immagini di campioni e di eventi sportivi, come le olimpiadi, a livello globale, nazionale e locale. A queste due ultime categorie appartengono le sponsorizzazioni di attività sportive, come i tornei giovanili, o di programmi di educazione allo sport e, più in generale, all’attività fisica.

Questo è il caso, per esempio, del progetto EUROBIS, realizzato in Umbria con la partecipazione di numerosi partner istituzionali, tra cui l’università di Perugia, e con la sponsorizzazione della Coca Cola. Progetti come questo servono anche a ripulire l’immagine della ditta, oltre che ad associarne il nome ad attività salutari. Ma le strategie di marketing più insidiose, perché non facilmente identificabili, e probabilmente più efficaci, non sono quelle che arrivano direttamente al pubblico, ma quelle che lo fanno per via indiretta. E quale veicolo migliore per il marketing indiretto che il sistema sanitario con i suoi operatori e ricercatori. Per far passare il messaggio secondo cui si possono bere in abbondanza le sue bibite se si fa anche dell’esercizio fisico, e quindi evitare sovrappeso e obesità, la Coca Cola ha investito negli anni passati milioni di dollari. Ha creato a proposito, come rivelato nell’agosto del 2015 da un’inchiesta del New York Times, un’associazione no profit, chiamata Global Energy Balance Network, con il proposito di sgonfiare le proposte, negli USA e in molti altri paesi, di una sovrattassa per diminuire il consumo di bibite zuccherate, tentare di far risalire le vendite, diminuite del 25% negli ultimi anni negli USA.

Attraverso quest’associazione, la Coca Cola ha versato oltre 120 milioni di dollari in 5 anni per finanziare centri di ricerca, singoli ricercatori e medici, ma anche il National Institute of Health, perché con ricerche e pubblicazioni spostassero le accuse sulle cause dell’obesità dalle bevande zuccherate alla mancanza di attività fisica. Il messaggio per il pubblico doveva essere: se volete mantenere il peso forma, fate molta attività fisica, e non preoccupatevi molto di ciò che bevete. Marion Nestle, autrice del libro “Le politiche delle bevande gassate” e professore di nutrizione, studi alimentari e salute pubblica alla New York University, intervistata dal New York Times ha detto: “Il Global Energy Balance Network non è altro che un gruppo di facciata per la Coca Cola, il cui programma è molto chiaro: fare in modo che questi ricercatori confondano la scienza e distolgano l’attenzione dall’alimentazione”. L’inchiesta del New York Times era ben documentata, le prove erano inoppugnabili. Tant’è che la Coca Cola non ha potuto far altro che ammettere le sue colpe e promettere trasparenza. Pochi giorni dopo Coca Cola ha pubblicato la lista di tutte le persone e istituzioni che avevano ricevuto soldi per partecipare al programma di “ricerca”: si tratta di centinaia di piccoli e grandi finanziamenti. L’American Academy of Pediatrics, per esempio, aveva ricevuto 3 milioni di dollari.

Alcuni dei beneficiari hanno semplicemente ammesso; altri hanno tentato di giustificarsi; pochi hanno deciso di restituire i soldi (l’Università del Colorado ha restituito un milione di dollari, per esempio). Il capo del dipartimento di ricerca della Coca Cola, che aveva orchestrato il programma, si è dimesso, o è stato costretto a dimettersi. Il Global Energy Balance Network è stato smantellato. Ma non tutta la verità era stata rivelata. Alla Coca Cola, evidentemente, non bastava il fatto che medici e ricercatori piegassero la scienza agli interessi della ditta. Bisognava che qualcuno usasse i risultati della “ricerca” per inondare di messaggi il pubblico. Chi meglio dei giornalisti? Un articolo del BMJ svela ora come la ditta abbia segretamente finanziato conferenze per giornalisti in alcune sedi universitarie degli Stati Uniti per stimolare la disseminazione di articoli favorevoli alle bibite zuccherate.

Un giornalista della CNN, per esempio, ha partecipato nel 2014 ad una conferenza presso l’università del Colorado, finanziata con 37.000 dollari, ed aveva poi preparato un servizio a favore della mancanza di attività fisica come causa di obesità, assolvendo le bibite zuccherate. I primi finanziamenti per queste conferenze sono del 2011 e la prima conferenza si tenne nel 2012, con 20 partecipanti. Il professore universitario che aveva ricevuto questo finanziamento scrisse una mail alla Coca Cola dopo l’evento classificandolo come un “home run” (un punto a baseball; un gol, in termini calcistici). E aggiunse che “i giornalisti ci hanno detto che questa conferenza è favolosa e può ispirare molti articoli e servizi”; “penso che nelle prossime conferenze potremo coinvolgere altri sponsor”. Per le successive conferenze il finanziamento aumentò a 45.000 dollari. Un manager della ditta scrisse allo stesso professore: “ho letto tutto il rapporto sull’evento: eccellente. Conti su di noi per il prossimo”. Una giornalista, dopo aver scoperto che il finanziamento per la conferenza cui aveva partecipato proveniva dalla Coca Cola, si lamentò con la National Press Foundation (NFP). Gli organizzatori della conferenza, interpellati dal presidente della NFP in seguito a questa lamentela, contattarono la giornalista e le dissero che i finanziamenti provenivano dalla fondazione dell’università del Colorado, dalle risorse messe a disposizione per l’educazione, nascondendo il fatto che la fondazione riceveva i soldi dalla Coca Cola. La giornalista accettò la spiegazione, a dimostrazione del fatto che non è facile, nemmeno per un giornalista, distinguere tra informazione scientifica e marketing, quando quest’ultimo è occultato a dovere. Il lavoro investigativo dell’autore dell’articolo del BMJ è stato possibile grazie

all’applicazione del Freedom of Information Act (FOIA), una legge statunitense che permette di avere accesso, su richiesta, a tutti i documenti, compresi quelli di natura confidenziale, relativi al problema oggetto di indagine. Dal maggio 2016, un FOIA è in vigore anche in Italia, anche se obbliga alla totale trasparenza, sempre su richiesta, solo la pubblica amministrazione. Se interrogata, difficilmente la Coca Cola renderebbe pubblica tutta la documentazione riguardante le sponsorizzazioni di ricerche, progetti e attività educative in Italia. Ma si potrebbe chiedere i dati ai riceventi. Perché, per esempio, non chiedere trasparenza totale sui soldi ricevuti e sul modo in cui sono stati usati alle varie istituzioni partecipanti al progetto EUROBIS in Umbria? O, sempre in Umbria, al progetto Beat the Street.E sarebbe anche interessante sapere dalla Federazione Nazionale Stampa Italiana se per caso non siano state organizzate anche nel nostro paese delle conferenze per giornalisti.

L’altro gusto della vita: Coca Cola

La Coca-Cola (anche nota come Coke soprattutto negli Stati Uniti) è una bevanda industriale analcolica di tipo soft drink, il suo colore scuro è dovuto al colorante sintetico detto “caramello” presente in essa La Coca-Cola ” fu inventata dal farmacista statunitense John Stith Pemberton l’8 maggio 1886 ad Atlanta, inizialmente come rimedio per il mal di testa e per la stanchezza. Il primo nome che venne dato alla bevanda fu “Pemberton’s French Wine Coca”. Quella di Pemberton era una variazione del cosiddetto “vino di coca” (o Vin Mariani), una miscela di vino e foglie di coca che aveva avuto largo successo in Europa quando era stata creata dal farmacista còrso Angelo Mariani. L’alcol venne in seguito sostituito con un estratto delle noci di cola, una pianta tropicale reputata non dannosa per la salute. Dall’uso combinato dei due ingredienti principali, la coca e la cola, la bibita acquisì il nome attuale. Quando anche la coca venne bandita (dalla pianta si estrae infatti la cocaina), venne scartato l’alcaloide dagli estratti dalle foglie di coca, mentre la cola (in noci) continuò a essere utilizzata.

Nel 1927 la Coca-Cola viene importata anche in Italia, nel 1960 comparve la prima Coca-Cola in lattina, mentre nel 1980 anche quella in bottiglia PET. La Coca-Cola viene preparata secondo una ricetta mantenuta segreta, gli ingredienti principali sono: lo zucchero, l’anidride carbonica, l’acido ortofosforico (conservante), il caramello (colorante), contiene inoltre la caffeina, ed estratti e aromi ci cola(un albero africano) e delle foglie di coca (in precedenza decocainizzate); l’unico principio nutritivo è lo zucchero, mentre l’altra sostanza presente in forte quantità e la caffeina. Nella produzione si presta particolare attenzione a filtrare l’acqua, per garantire ovunque lo stesso sapore. Da un punto di vista alimentare non c’è molta differenza fra la Coca-cola e moltissime bevande estive presunte dissetanti, come anche altri integratori alimentari o succhi di frutta, un litro di succo di frutta o un litro di Coca forniscono lo stesso apporto calorico, anzi molti succhi concentrati sono molto più calorici, l’aspetto da tenere in considerazione è che l’assunzione in eccesso di una bevanda ricca di zuccheri semplici non è salutare.

Prodotti Coca-Cola e mercato

Prodotti Coca-Cola e mercatoLa Coca-Cola è la bevanda analcolica per eccellenza, che dal 1886 anno della sua creazione si è diffusa in tutto il mondo divenendo oggi un prodotto inconfondibile e inimitabile, nonché il marchio più conosciuto del pianeta. Accanto alla Coca-Cola tradizionale, i prodotti che destano maggiore curiosità e che occupano una gran fetta di mercato ad oggi sono senza dubbio la Coca-Cola Zero, e la Coca-Cola Light. La Coca-Cola Light è stata introdotta sul mercato nel 1982, mentre la Coca-Cola Zero solo nel 2005. Entrambe queste bevande sono prive di calorie; nella Coca-Zero e anche nella Coca-Light, non vi sono zuccheri, ma è contenuto aspartame, un dolcificante artificiale composto da amminoacidi, acidi aspartici e felanina, questa sostanza rende dolce le due bevande in modo non naturale Negli ultimi anni ha riportato i maggiori successi proprio la coca cola zero, che nel 2011 ha raddoppiato per il 5 anno consecutivo il suo valore di vendita. Fare innovazione di prodotto risulta, per le imprese già affermate e con i loro prodotti di punta in fase già matura, sempre più difficile e rischioso in termini di vendita ma anche di possibile erosione delle quote di mercato preesistenti. Il successo di coca cola zero, commercializzato in Italia a partire dal 2007,e riconducibile a diversi fattori: innanzitutto il prodotto si rivolge ad un target di consumatori che, nella maggior parte dei casi, non si sovrappone a quello della tradizionale coca cola, allargando cosi lo spettro delle potenziali occasioni di consumo. La coca cola zero si propone infatti come una valida alterazione della sorella maggiore, mantenendo inalterato il gusto (a differenza della tanto criticata coca cola light). Una delle ultime pubblicità “bere per credere”, in collaborazione con Uci Cinemas, vede numerosi clienti ignare vittime dello zucchero della Coca-Cola, bere Coca-Cola zero al posto di una tradizionale, tutto ciò allo scopo di convincere anche i più scettici che Coca-Cola zero conserva inalterato il gusto Coca-Cola ma senza una traccia di zucchero.

La Coca-Cola zero, quest’ultima contiene l’educolorante ciclammato, vietato negli USA ma autorizzato in Europa. La bevanda Coca-Cola zero venduta in Italia non e uguale a quella degli USA, la differenza è poco vistosa ma significativa, ed è nella presenza del ciclammato, vietato perchè la Food and Drung Administration(FDA) ha avanzato sospetti sulla tossicità ,non escludendo l’ipotesi che possa trattarsi di un composto cancerogeno. Nonostante il divieto degli USA, l’Europa ha commercializzato la ricetta includendo il ciclammato con autorizzazione del Comitato Scientifico per l’Alimentazione Umana, questo non è l’unico caso in cui Europa e USA esprimono pareri diversi sulla tossicità dei prodotti e degli additivi alimentari. L’ufficio stampa della Coca-Cola Italia, sostiene che il ciclammato sia un additivo della famiglia degli educoloranti, e ricorda che l’utilizzo del ciclammato come educolorante negli alimenti e nelle bevande e permesso in più di 50 paesi in tutto il mondo tra cui Canada, Australia e Messico. E’ interessante notare come uno stesso marchio riesca a mantenere sul mercato ben tre prodotti, di cui due assolutamente simili, senza mai perdere i suoi consumatori ormai fedeli che rimangono legati al gusto Coca-Cola – tradizionale, light o zero che sia La Coca-Cola è disponibile nella maggioranza dei luoghi di ristorazione del mondo, ed è la bevanda per eccellenza nei fast food è importante far si che l’eventuale consumo sia occasionale e ricordare sempre che l’acqua rimane comunque la bevanda migliore, soprattutto durante i pasti.

Per additivo alimentare si intende “qualsiasi sostanza normalmente non consumata come alimento in quanto tale e non utilizzata come ingrediente tipico degli alimenti, indipendentemente dal fatto di avere un valore nutritivo, che aggiunta intenzionalmente ai prodotti alimentari per un fine tecnologico nelle fasi di produzione, trasformazione, preparazione, trattamento, imballaggio, trasporto o immagazzinamento degli alimenti, si possa ragionevolmente presumere che diventi, essa stessa o i suoi derivati, un componente di tali alimenti, direttamente o indirettamente” (Direttiva del Consiglio 89/107/CEE). Gli additivi alimentari svolgono svariate funzioni che sono spesso date per scontate. Gli alimenti sono soggetti a molte variabili ambientali, come le oscillazioni di temperatura, l’ossidazione e l’esposizione a microbi, che ne possono modificare la composizione originaria. Gli additivi alimentari sono essenziali per conservare le qualità e le caratteristiche degli alimenti che i consumatori richiedono e mantenere il cibo sicuro, nutriente e appetitoso dal campo alla tavola. Queste sostanze sono oggetto di una rigorosa regolamentazione e per poter essere impiegate devono avere una comprovata utilità, essere sicure e non confondere il consumatore. Gli additivi alimentari possono essere aggiunte intenzionalmente agli alimenti, in qualsiasi fase del loro ciclo produttivo, al fine di: • mantenere il più possibile inalterate le qualità nutritive. • migliorare le caratteristiche organolettiche come sapore, odore, colore e consistenza. • prolungare i tempi di conservazione. • favorire la tecnologia produttiva. Per legge, tutti gli additivi aggiunti a un prodotto devono essere indicati sull’etichetta, per ogni additivo deve essere riportato il gruppo di appartenenza che indica la funzione (ad esempio: ”antimicrobici”) inoltre va specificata anche la sigla europea(E=europa) seguita da tre o quattro cifre(ad esempio: calcio sorbato o E203).

Additivi che mantengono la freschezza dei cibi e ne impediscono il deterioramento Alcuni additivi alimentari contribuiscono a mantenere la freschezza e la sicurezza degli alimenti. Permettono di allungare la durata del prodotto proteggendo gli alimenti dal deterioramento provocato dall’ossidazione e dai microrganismi. Possono essere suddivisi in due categorie in base alla loro funzione principale. Antiossidanti Impediscono l’ossidazione degli alimenti che provoca rancidità o perdita di colore. Sono utilizzati nei prodotti da forno, nei cereali, nei grassi, negli olii e nei condimenti per insalata. I principali antiossidanti liposolubili sono: • Tocoferoli (E306-309), BHA (butil-idrossi-anisolo o E320) e BHT (butil-idrossi-toluolo o E321) – impe discono ai grassi commestibili, agli olii vegetali e ai condimenti per insalate di irrancidire. • Acido ascorbico (E300) e acido citrico (E330) – conservano il colore della frutta e della verdura appena tagliata. Conservanti Limitano, ritardano o arrestano la crescita dei microrganismi (es. batteri, lieviti, muffe) che sono presenti o che si introducono nel cibo, prevenendone il deperimento o la tossicità. Sono utilizzati, per esempio, nei prodotti da forno, nel vino, nel formaggio, nelle carni salate, nei succhi di frutta e nella margarina. Ecco alcuni esempi: • Diossido di zolfo e solfiti (E220-228) – contribuiscono a prevenire l’alterazione del colore della frutta secca e della verdura. I solfiti inibiscono anche la crescita di batteri nel vino e negli alimenti fermentati, in alcuni snack e nei prodotti da forno. I solfiti hanno anche proprietà antiossidanti. • Calcio propionato (E282) – impedisce al pane e ai prodotti da forno di ammuffire. • Nitrati e nitriti (sali di sodio e di potassio) (E249-252) – sono utilizzati come conservanti nelle carni lavorate, per esempio nei wurstel, e per mantenere la sicurezza dei prodotti impedendo la crescita dei batteri che producono il botulino.

Additivi che esaltano o accentuano le caratteristiche sensoriali Gli additivi sono impiegati anche per conferire determinate caratteristiche agli alimenti, migliorandone la consistenza e contribuendo ai processi di produzione degli alimenti. Tra questi vi sono: Agenti che modificano il gusto e la consistenza Rientrano in questa categoria: • Emulsionanti e stabilizzanti – lo scopo di questi additivi alimentari è mantenere una consistenza uniforme e impedire la separazione degli ingredienti in prodotti come margarina, creme ipocaloriche da spalmare, gelato, condimenti per insalata e maionese. Molte versioni a basso contenuto di grassi dei comuni alimenti si basano su questa tecnologia. Qualsiasi ricetta che richieda la miscelatura di ingredienti che normalmente non si amalgamano, come il grasso e l’acqua, necessita di emulsionanti e stabilizzanti per ottenere e mantenere la consistenza desiderata. Ne sono esempi la lecitina e i mono e di-gliceridi. • Addensanti – queste sostanze contribuiscono ad aumentare la viscosità delle preparazioni alimentari. Vengono aggiunti ad alimenti quali i condimenti per insalate e il latte aromatizzato. Come addensanti si utilizzano spesso sostanze presenti in natura, per esempio la gelatina o la pectina. • Edulcoranti – sia i dolcificanti “di massa” (aggiunti in grande quantità perché ipocalorici) che quelli “intensivi” (aggiunti in piccolissime quantità) conferiscono un sapore dolce agli alimenti e sono molto utili nella preparazione di prodotti ipocalorici e prodotti dietetici speciali, come quelli destinati ai diabetici. Gli edulcoranti intensivi, come l’acesulfame K (E950), l’aspartame (E951) e la saccarina (E954) sono rispettivamente 130-200, 200 e 300-500 volte più dolci dello zucchero e sono privi di calorie. La taumatina (E957), una proteina naturalmente dolce estratta dal frutto della pianta Thaumatococcus danielli, è 2.500 volte più dolce dello zucchero e viene utilizzata in dosi estremamente ridotte per le sue caratteristiche aromatiche. Tra gli edulcoranti di massa ci sono il sorbitolo (E420), l’isomalto (E953) e il maltitolo (E965) che possono essere contenuti nei dolcificanti “da tavola” e negli alimenti a basso contenuto energetico, di cui incrementano il volume e la gradevolezza al palato. Queste sostanze hanno un valore calorico ridotto e forniscono 2,4 kcal/grammo rispetto alle 4 kcal/grammo degli altri carboidrati. • Esaltatori di sapidità – il più noto è probabilmente il glutammato monosodico (MSG; E621) che è utilizzato per isolare ed esaltare i sapori negli alimenti a cui viene aggiunto. Viene usato prevalentemente nei cibi molto saporiti e in vari piatti orientali. • Altri additivi – in aggiunta ai precedenti, questo gruppo comprende acidi, regolatori di acidità (utilizzati per controllare l’acidità e l’alcalinità in vari tipi di prodotti alimentari), agenti antiagglomeranti (utilizzati per evitare la formazione di grumi negli alimenti in polvere), agenti anti-schiuma (che riducono le schiume, es. nella cottura dei prosciutti), gas di imballaggio (utilizzati per determinati tipi di confezioni sigillate, per esempio per la carne, il pesce, i frutti di mare, le verdure e le insalate pronte che si trovano nel banco frigorifero), ecc.

l colore è una delle principali caratteristiche sensoriali e contribuisce a far sì che un alimento risulti ben accetto o sgradito. Se l’aggiunta del colore può apparire, agli occhi di qualcuno, di natura puramente cosmetica, non vi sono dubbi sul fatto che il colore sia un fattore importante nella percezione, da parte del consumatore, dell’alimento che spesso viene associato ad un determinato sapore o ad una specifica intensità di sapore. I coloranti sono utilizzati per aggiungere o ripristinare il colore in un alimento, per migliorarne l’attrattiva visiva e soddisfare le aspettative del consumatore. La trasformazione industriale dei piselli e la preparazione delle marmellate, per esempio, possono determinare una perdita di colore che i coloranti possono compensare. Alcuni coloranti vengono usati come semplice decorazione estetica su torte e prodotti di pasticceria. Rimane tuttavia inaccettabile che queste sostanze siano utilizzate per mascherare o nascondere una scarsa qualità. Per maggiori informazioni consultare la sezione coloranti.

L’etichettatura dei prodotti alimentari è definita come l’insieme delle indicazioni, marchi di fabbrica e di commercio, immagini o simboli che si riferiscono al prodotto alimentare e che figurano direttamente sull’imballaggio o su un’etichetta appostavi o sul dispositivo di chiusura o su cartelli, anelli o fascette legati al prodotto medesimo o sui documenti di accompagnamento del prodotto alimentare. Per mezzo dell’etichetta il produttore veicola informazioni essenziali sui prodotti (quantità netta, data di scadenza, modalità di conservazione e d’uso, ecc.), così come informazioni che, sebbene non essenziali, sono considerate utili (etichettatura nutrizionale, dettagli sul riciclaggio degli imballaggi, ecc.). L’etichettatura dei prodotti alimentari è disciplinata da una serie di provvedimenti europei e nazionali che possiamo sommariamente suddividere in due categorie: • le norme orizzontali (lex generalis), che regolano i princìpi generali dell’etichettatura (Il decreto legislativo 109/92 e succ. modif., ad esempio, definisce i criteri per l’etichettatura di tutti i prodotti alimentari preconfezionati); • le norme verticali (lex specialis), che intervengono per disciplinare l’etichettatura di prodotti specifici (ad esempio latte, uova, carni bovine, prodotti ittici, ecc.).

L’etichettatura dei prodotti alimentari mira a garantire che i consumatori dispongano di informazioni complete sul contenuto e sulla composizione dei prodotti, allo scopo di tutelarne la salute e gli interessi. Alcuni prodotti alimentari, come gli OGM, i prodotti alimentari allergeni ,i prodotti alimentari destinati ai lattanti o varie bevande sono poi soggetti di altri a regolamentazioni specifiche. L’etichettatura dei prodotti alimentari deve riportare le informazioni obbligatorie, che devono essere facilmente comprensibili e visibili, chiaramente leggibili e indelebili, alcune di esse devono figurare nello stesso campo visivo. Le indicazioni obbligatorie comprendono: • la denominazione di vendita; • l’elenco degli ingredienti costituito dalla loro enumerazione in ordine decrescente di peso e dell’indicazione del loro nome specifico; • la quantità di un ingrediente o di una categoria di ingredienti; • la quantita netta espressa in unita di volume per i prodotti liquidi; • Il termine minimo di conscervazione:Il termine e preceduto dalla dicitura <> quando la data comporta l’indicazione del giorno oppure << DA CONSUMARSI PREFERIBILMENTE ENTRO FINE…>> negli altri casi. • le condizioni particolari di conservazione e di utlilizzo; • il nome o la ragione sociale e l’indirizzo del fabbricante o del condizionatore o di un venditore; • il luogo di origine o di provenienza; • le struzioni per l’uso; • titolo alcolometrico volumico e effettivo.

Fenomeno di unificazione dei mercati a livello mondiale, consentito dalla diffusione delle trasformazioni economiche, dalle innovazioni tecnologiche e dai mutamenti geopolitici che hanno spinto verso modelli di produzione e di consumo più uniformi e convergenti. Coniato dalla rivista “The Economist” nel 1962, il termine globalizzazione si è diffuso solo a partire dalla metà degli anni Novanta del XX secolo, e talvolta è inteso come sinonimo di liberalizzazione, per indicare la progressiva riduzione degli ostacoli alla libera circolazione delle merci e dei capitali su scala planetaria.

La globalizzazione (o mondializzazione) è un processo storico di lunga durata, che iniziò con lo sviluppo degli imperi coloniali spagnolo e portoghese a partire dai secc. XV e XVI. Le esplorazioni geografiche e i regolari scambi commerciali, infatti, misero in contatto diretto l’Europa, l’Africa, l’Asia e l’America e da questi rapporti, principalmente di natura economica, si sviluppò una stabile interdipendenza, oltre che l’avvio di una divisione del lavoro a livello mondiale legata al sistema del colonialismo. Tra la metà del XVIII e la fine del XIX sec., l’espansione della capacità di produzione, trasporto e comunicazione avviata dalla Rivoluzione industriale contribuì all’affermarsi di intensi rapporti economici su scala mondiale. Verso la fine dell’Ottocento si delineò una politicizzazione della globalizzazione, tipica dell’età dell’imperialismo: le società rappresentate dagli Stati-nazione intendevano gestire politicamente gli effetti prodotti dalle reti dell’economia mondiale.

Fra il 1870 e il 1914, si assisté alla prima fase della globalizzazione propriamente detta, caratterizzata da una imponente crescita dei flussi di capitali e dei flussi migratori, e dal raddoppio del commercio mondiale. Ne derivarono però anche gravi scontri tra le maggiori potenze, che preannunciarono un’epoca di crisi e di conflitti mondiali. Alla fine della Seconda guerra mondiale, la tendenza fu nuovamente invertita. Nelle intenzioni dei paesi vincitori, l’ordine politico definito in seno all’ONU doveva essere accompagnato da un nuovo ordine dell’economia mondiale. Già nella Conferenza di Bretton Woods del 1944 le potenze vincitrici si accordarono sul principio di fornire una cornice giuridico-istituzionale all’economia mondiale, al fine di impedire che i problemi economici venissero affrontati unilateralmente e di promuovere la cooperazione internazionale. Furono create a questo scopo istituzioni che ancora oggi caratterizzano la globalizzazione economica, dalla Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo al Fondo monetario internazionale, al GATT (Termine inglese che identifica l’accordo generale sulle tariffe e sul commercio).

Dal 1960 (l’anno-simbolo della decolonizzazione) al 1980 ebbe luogo una seconda fase della globalizzazione, in cui fu coinvolto un maggior numero di Paesi. Le esportazioni come percentuale del PIL crebbero non solo nei Paesi industrializzati, come all’inizio del secolo, ma anche in molti Paesi in via di sviluppo (PVS), sebbene con differenze notevoli: le economie di nuova industrializzazione dell’Asia (NIEs) aumentarono nettamente i propri legami con l’economia mondiale, e tale processo riguardò in una certa misura anche le economie del Secondo mondo, ossia del campo socialista, mentre l’Africa e l’America Latina furono coinvolte nel processo di integrazione principalmente attraverso la spirale crediti/debito estero. Intanto, all’inizio degli anni Settanta, la fine della convertibilità del dollaro decisa dagli USA segnò la fine del sistema di Bretton Woods, ma non certo dell’internazionalizzazione dell’economia; il sistema dei cambi flessibili, anzi, contribuì ad accentuarla. Nella terza fase della globalizzazione, iniziata negli anni Ottanta e tutt’ora in corso, il rapporto fra flussi di esportazioni e importazioni e PIL è aumentato, arrivando a livelli mai raggiunti prima.

Si è manifestata una radicale trasformazione della struttura del commercio: sono aumentati notevolmente sia il commercio intraindustriale fra Paesi con uno stesso livello di sviluppo sia gli scambi fra Paesi in fasi di sviluppo diverse, e soprattutto è avanzata la liberalizzazione degli scambi, fortemente sostenuta assieme alla deregulation dai teorici e dai politici protagonisti della stagione del Neoliberismo. Il crollo del campo socialista ha consentito inoltre di reintegrare pienamente quelle economie e quei mercati nel mercato mondiale. Una serie di riforme economiche in Paesi emergenti come Cina e India ha indotto un forte aumento del prodotto mondiale, del commercio e dei flussi di investimenti diretti. A partire dai primi anni Novanta si è accelerata anche la globalizzazione finanziaria, come dimostra il rapido aumento simultaneo di attività e passività sull’estero di molti Paesi.

Sono nel contempo aumentati gli investimenti diretti, che accentuano la divisione internazionale del lavoro e il dominio economico delle maggiori potenze. Hanno assunto particolare rilievo gli investimenti che riducono i costi di produzione, e molte imprese dei Paesi industriali hanno delocalizzato in Paesi a basso costo del lavoro le fasi produttive a minor valore aggiunto. D’altra parte, lo sviluppo delle economie emergenti è stato impressionante: nel 1974-2004 il reddito pro capite della Cina è aumentato di ben sei volte e quello dell’India è raddoppiato; in Cina il PIL è passato dal 3% di quello mondiale al 13%, le esportazioni dall’1% di quelle mondiali al 6% e gli investimenti diretti in entrata dal 2% al 10%. La diffusione delle tecnologie ha avuto una forte accelerazione; il progresso tecnico, con i suoi effetti sui costi di trasporto e comunicazione, ha ridimensionato le barriere naturali agli scambi. In questo mercato «globale», le aziende multinazionali sono diventate il principale motore della globalizzazione.

Tuttavia, mentre le restrizioni normative alla libera circolazione di merci e capitali si sono ridotte, i movimenti di lavoratori sono rimasti invece a un livello inferiore a quello dei primi anni del XX sec., e hanno continuato a essere regolamentati da legislazioni restrittive. Inoltre le nuove tecnologie hanno facilitato il coordinamento di attività distanti tra loro e favorito la frammentazione dei processi produttivi e la delocalizzazione dei loro segmenti in Paesi diversi, il che ha finito per indebolire i lavoratori salariati. La corsa al ribasso nelle condizioni dei lavoratori e la crescente tendenza al predominio sull’economia mondiale da parte delle grandi multinazionali, sempre più autonome dai singoli Stati, la crescente influenza di queste imprese e delle istituzioni finanziarie internazionali sulle scelte dei governi hanno provocato un aggravarsi degli squilibri economici e sociali interni ai singoli Stati e nei rapporti tra Paesi e aree economiche. La globalizzazione è stata quindi accompagnata da un complessivo aumento delle disuguaglianze.

Questi elementi, accanto all’emergere di «problemi globali», quali quelli legati all’ambiente, ai mutamenti climatici ecc., hanno fatto sì che la globalizzazione vedesse anche il sorgere dei suoi avversari e dei suoi critici, a partire da quel movimento no global che esordì a Seattle nel 1999 in occasione di un vertice della WTO (organizzazione mondiale del commercio). Secondo la critica dei no global, il libero scambio e le organizzazioni che lo regolano rappresentano una minaccia ai diritti sociali e al rispetto dell’ambiente. In particolare, il libero scambio rischia di non essere equo in quanto si realizza tra nazioni caratterizzate da livelli diversi di sviluppo e vede una (o un gruppo) di queste in posizione di enorme vantaggio rispetto alle altre. Anche economisti che hanno avuto un ruolo dirigente negli organismi sopranazionali, come J. Stiglitz, hanno manifestato critiche simili, mentre studiosi come M. Chossudovsky hanno parlato di «globalizzazione della povertà».

Molti dei critici ritengono dunque necessario varare misure correttive in grado di garantire più che un libero commercio (free trade) un commercio equo (fair trade). In tal senso il movimento di critica alla g. è definito anche new global, in quanto si pone in larga parte non in modo ostile alla g. in quanto tale, ma alla globalizzazione presente, e muove dall’idea di adoperare i potenziali vantaggi derivati dall’integrazione economica mondiale per mutarne il segno e porla a disposizione degli interessi dell’umanità.

 La sponsorizzazione è un fenomeno assai variegato ed in costante e continua evoluzione nella prassi. Diversi sono i profili civilistici che offrono spunti di riflessione per un’analisi codicisticamente orientata delle clausole contenute nei contratti. Inquadramento del fenomeno e cenni storici Per “sponsorizzazione” si intende, nella più comune accezione linguistica del termine, il “finanziare un’attività sportiva, uno spettacolo, una manifestazione artistica o culturale a scopi pubblicitari”. Il termine trae origine dal latino “sponsor, sponsoris” ovvero garante, mallevadore, padrino e dall’inglese “sponsor” ovvero colui che finanzia l’attività sportiva di un atleta o di una squadra, oppure di uno spettacolo o di una manifestazione artistica o culturale allo scopo di ricavarne pubblicità per i propri prodotti. In questi ultimi tempi si è andato sempre più diffondendo nella prassi negoziale italiana e straniera il fenomeno della sponsorizzazione, fenomeno impostosi all’attenzione di giuristi ed esperti del settore in maniera crescente così da acquisire una rilevanza autonoma nell’ambito più generale dei contratti di pubblicità. Storicamente la sponsorizzazione è sempre esistita nella prassi. In un primo tempo si trattava di un contratto a struttura fondamentalmente unilaterale consistente in atti di donazione per spirito di mecenatismo. In seguito il contratto si è evoluto in qualcosa di più complesso in cui lo spirito di liberalità veniva via via a sfumare, pur rimanendo il carattere dell’unilateralità, in quanto alla prestazione del “mecenate” non corrispondeva a carico della controparte alcuna prestazione se non quella di opporsi a che il fatto venisse divulgato. Successivamente lo sponsor cominciava a non accontentarsi più di un mero comportamento accondiscendente dello sponsorizzato, ma richiedeva a quest’ultimo degli specifici comportamenti per cui il contratto diventava a prestazioni corrispettive.

In particolare l’atleta o la squadra sportiva sponsorizzata si impegnavano a svolgere la funzione di veicolo di messaggio pubblicitario di beni prodotti dallo sponsor e forniti gratuitamente o a condizioni particolarmente vantaggiose al soggetto sponsorizzato. Questo tipo di sponsorizzazione c.d. “interna” secondo una terminologia proveniente dalla giurisprudenza e legislazione francese, è stata probabilmente la prima forma in cui si è manifestato il fenomeno, allo scopo di rendere noto al pubblico che l’attività ed eventualmente i successi di uno sportivo, sono stati realizzati utilizzando abbigliamento o attrezzature fornite da una determinata impresa. Attualmente la nostra società, caratterizzata da un consumismo dilagante, che induce spesso a privilegiare nella scelta l’immagine dei beni piuttosto che le loro qualità, ha incentivato notevolmente la sponsorizzazione ed ha visto infine così nascere quel particolare contratto mediante il quale un contraente- impresa (sponsor), trasforma a suo vantaggio, in un veicolo pubblicitario, le prestazioni dell’altro contraente (sponsee) che si possono realizzare nei più diversi campi (allestimento di spettacoli sportivi, iniziative artistiche o culturali, ecc.). La dottrina economica riconosce nella sponsorizzazione una particolare tecnica di comunicazione aziendale facente parte del cosiddetto “marketing-mix”, e cioè dell’insieme degli strumenti utilizzati dall’impresa per conseguire i propri obiettivi commerciali. Anche il brand coca cola ha ultilizzato ed utilizza in maniera massiccia le tecniche di marketing per colpire il suo target di riferimento e imporre la sua mission i suoi obbiettivi.Il marchio coca cola ha sempre puntato e legato la sua immagine allo sport e alla vita all’aria aperta,da smepre ha sponsorizzato i grandi eventi sportivi a livello mondiale o piccole manifestazioni a livello locale(coca-cola coop). Anche quest’anno sara a fianco dei mondiali di calcio che si terrano in brasile per diffondere il suo concetto di prodotto “felicita.La bibita piu famosa al mondo e ormai associata allo sport e a tutti i momenti di vita associativa e che danno gioia e allegria. Nonostante la coca cola sia una bibita zuccherata e gassata(ipercalorica),oggi viene sempre piu spesso legata all attivita fisica e addirittura e un regime di alimentaqzione sano e salutistico.Coca cola ha saputo adattarsi ai tempi e alle mode anche grazie a scelter oculte e a campagne pubblicitarie e promozionali vincenti.

Natura giuridica del contratto di sponsorizzazione Dal punto di vista giuridico il discorso risulta essere più complesso in quanto, nonostante gli sforzi della dottrina, l’istituto in esame non ha ancora ricevuto una definitiva collocazione codicistica. Ciò è dovuto in gran parte al fatto che si tratta di un settore influenzato e condizionato dai mutamenti economici, per cui è estremamente difficile inquadrare in schemi rigidi e predefiniti una realtà in continua evoluzione. Ogni tentativo di classificazione e di sistemazione dogmatica della sponsorizzazione, è reso ancor più arduo dal significato ambivalente attribuito al termine in esame, utilizzato sia per individuare il negozio giuridico che intercorre tra sponsor e sponsorizzato, sia per rappresentare il risultato di esso. Come accennato poc’anzi, i tentativi di collocare la sponsorizzazione all’interno degli schemi di un contratto tipico, che trovi nella normativa codicistica una sua regolamentazione, non ha per il momento condotto a risultati positivi. La tesi che ravvisa nella sponsorizzazione un contratto di appalto di servizi, è stata ampiamente criticata in dottrina partendo dalla considerazione che nell’appalto l’obbligazione dedotta in contratto è un’obbligazione di risultato, e l’appaltatore è necessariamente un soggetto organizzato in forma d’impresa; nella sponsorizzazione, invece, non viene garantito alcun risultato, ed inoltre, il soggetto sponsorizzato non sempre è un imprenditore (si pensi ad esempio al fenomeno delle sponsorizzazioni di singoli atleti, di manifestazioni sportive, di spettacoli in genere). Inoltre, come è stato da più parti ribadito, il soggetto sponsorizzato agisce per il perseguimento di finalità proprie (come ad es. la vittoria in una competizione sportiva) che non hanno nulla a che vedere con i servizi prestati allo sponsor. Sulla base di quanto argomentato, risulta condivisibile l’indirizzo dominante che qualifica il contratto di sponsorizzazione come un contratto atipico a titolo oneroso ed a prestazioni corrispettive, la cui causa è individuabile nell’utilizzazione a fini direttamente o indirettamente pubblicitari, dell’attività, del nome o dell’immagine altrui in cambio di un corrispettivo che può consistere in un finanziamento in denaro o nella fornitura di materiale o di altri beni. Trattandosi di contratto atipico è chiaro che la legittimazione di tale istituto dipende, ex art. 1322 c.c., comma 2, dalla valutazione della meritevolezza degli interessi perseguiti dalle parti.

Sponsorizzazione e pubblicità Il contratto di sponsorizzazione è un contratto atipico che viene ricondotto nella fattispecie della vasta categoria dei contratti di pubblicità dai quali però si differenzia. Infatti nei contratti di pubblicità oggetto del negozio è la mera diffusione diretta di un messaggio finalizzato a promuovere le vendite di un determinato bene o servizio, nella sponsorizzazione, invece, il messaggio trasmesso non consiste nell’esaltazione della qualità del prodotto o del servizio di un’impresa, ma si realizza invece nella divulgazione del segno distintivo dello sponsor. Vi è concordia in dottrina nel ritenere le sponsorizzazioni una delle forme di propaganda pubblicitaria fra le più evolute. La sponsorizzazione fa appello ai sentimenti, alle passioni, all’emotività dei consumatori, molto più di quanto non riesca a fare la pubblicità tradizionale. Il messaggio commerciale si diffonde mediante l’impiego di avvenimenti a rilevante contenuto d’immagine; l’effetto sarà quello di una persuasione sottile e discreta, ma intensa e, dunque, di induzione all’acquisto di questo o quel prodotto il cui marchio viene veicolato dalla squadra o dall’atleta cui esso è collegato. Elemento caratteristico della sponsorizzazione è il cosiddetto “effetto di ritorno” per cui il messaggio pubblicitario diffuso in modo indiretto nel corso di avvenimenti che si sarebbero comunque svolti, indipendentemente da una loro “programmazione”, viene utilizzato per valorizzare ed accrescere la conoscenza del prodotto o dell’impresa sponsorizzata. E’ stato osservato che la sponsorizzazione radiotelevisiva è il tipo di sponsorizzazione che più si avvicina al contratto di diffusione pubblicitaria. Si tratta in particolare dell’abbinamento del nome di un prodotto o azienda ad una trasmissione radiofonica o televisiva, in modo tale che il pubblico la possa facilmente identificare come riferibile direttamente allo sponsor. La sponsorizzazione televisiva differisce però dalla pubblicità tradizionale per le modalità di diffusione del messaggio che viene, di regola, inserito in un programma riguardante attività estranee a quella dello sponsor, ed è condizionato nella sua efficacia dallo svolgimento del programma stesso e dalle capacità comunicative del conduttore.

Dalla sponsorizzazione va distinto in primo luogo il patrocinio o mecenatismo che non presuppone un intento commerciale e quindi un obbligo di promozione pubblicitaria, ma rientra negli atti di liberalità di un mecenate appunto, che è mosso invece dall’intento di accrescere, attraverso finanziamenti, la diffusione dello sport, dell’arte, della cultura, ecc. Tra le varie forme di sponsorizzazione rintracciabili nella prassi vi sono le seguenti: sponsorizzazione di una manifestazione sportiva; sponsorizzazione di un club o scuderia, sponsorizzazione di singoli atleti; sponsorizzazione tecnica; comitati e consorzi per le sponsorizzazioni di particolari “intraprese” (agonistiche, sportive, di viaggi); sponsorizzazione televisiva (c.d. bartering). Sponsorizzazione di una manifestazione sportiva – Oggetto del contratto di sponsorizzazione può essere una manifestazione che si esaurisce in un breve spazio di tempo (ad es. una partita di calcio) o un evento sportivo di maggiore rilievo e di più lunga durata (ad es. un campionato di basket).

Le diverse figure contrattuali Dalla sponsorizzazione va distinto in primo luogo il patrocinio o mecenatismo che non presuppone un intento commerciale e quindi un obbligo di promozione pubblicitaria, ma rientra negli atti di liberalità di un mecenate appunto, che è mosso invece dall’intento di accrescere, attraverso finanziamenti, la diffusione dello sport, dell’arte, della cultura, ecc. Tra le varie forme di sponsorizzazione rintracciabili nella prassi vi sono le seguenti: sponsorizzazione di una manifestazione sportiva; sponsorizzazione di un club o scuderia, sponsorizzazione di singoli atleti; sponsorizzazione tecnica; comitati e consorzi per le sponsorizzazioni di particolari “intraprese” (agonistiche, sportive, di viaggi); sponsorizzazione televisiva (c.d. bartering). Sponsorizzazione di una manifestazione sportiva – Oggetto del contratto di sponsorizzazione può essere una manifestazione che si esaurisce in un breve spazio di tempo (ad es. una partita di calcio) o un evento sportivo di maggiore rilievo e di più lunga durata (ad es. un campionato di basket). Nel primo caso lo sponsor consente con i propri contributi, di organizzare la gara, riservandosi in genere il diritto di intitolare la suddetta manifestazione a suo nome, di usare gli spazi in cui si svolge la competizione sportiva per posizionare cartelloni, striscioni ed altri mezzi di propaganda al fine di un ritorno pubblicitario, di distribuire nel corso della manifestazione volantini ed opuscoli, di ricordare il nome della propria ditta o dei propri prodotti tramite l’uso di altoparlanti. Accanto a queste modalità di sponsorizzazione che sono le più comuni, si assiste, nei casi di eventi di maggiore rilievo, ad un accordo di licensing per il quale allo sponsor viene concesso di usare nella propria pubblicità o nei propri prodotti, i marchi ufficiali della manifestazione accompagnati dall’indicazione “sponsor ufficiale” o “fornitore ufficiale”.

Il termine Decadentismo indica un movimento culturale sorto in Europa verso la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento come reazione al Positivismo in filosofia ed al Realismo in letteratura. La parola deriva da Decadent,termine usato in Francia per indicare i “poeti maledetti”che con la novità della loro arte e una vita irregolare apparivano corrotti e dissoluti. Essi non si offesero, ma si impadronirono della parola e ne fecero il titolo della loro rivista. Benedetto Croce stigmatizzò i decadenti con un’accezione negativa e, con essi, tutta la produzione di fine Novecento. Il Decadentismo ebbe il suo centro di irradiazione in Francia per due ordini di motivi: il primo fortuito, dovuto al contemporaneo fiorire di artisti, poeti e scrittori in questa zone e il secondo è di carattere storico-letterario: il Romanticismo, in Francia, era stato un movimento acquisito, non autonomamente creato, lasciando aperti e vivi, temi e problematiche che altrove (Germania, Inghilterra ed Italia) avevano trovato soluzione. Il Decadentismo ha una genesi filosofica ed una storica: sorge, infatti, come reazione alla crisi del Positivismo, anche grazie alla psicanalisi che contribuisce a distogliere l’uomo dalle sue certezze. Freud dimostra che non tutte le azioni sono il frutto di scelte autonome ma, spesso, sfuggono alla nostra coscienza. La sfiducia nella ragione prima esaltata dal Positivismo, genera un crisi dei valori tradizionali. Il Decadentismo è, inoltre, originato da conflitti internazionali e ciò contribuisce alla crisi dei valori del Positivismo. Il Decadentismo intende la poesia come strumento di conoscenza del mistero nonché unico tramite con l’ignoto; il poeta è il veggente: l’esploratore del mistero. Si tratta di una poesia fatta di sfumature, sensazioni ed atmosfere musicali. Si assiste al rifiuto delle forme metriche rigide e tradizionali, prediligendo un ritmo fatto di cadenze e versi liberi. Il tema di fondo è l’angoscia esistenziale, senza consolazione perché non sorretta dalla fede, unita ad un profondo senso del mistero, fatto di una totale immersione nella natura.

La Coca-Cola fa male, va tassata

L’India tassa il consumo di Coca-Cola per tutelare la salute pubblica  La decisione di creare una nuova imposta del 5 per cento sulla Coca-Cola è contenuta nelll’ultima  legge finanziaria . La motivazione che ha portato a questa decisione  è semplicissima  questa bevanda fa male alla salute. L’annunciato rincaro ha incontrato il favore dei medici, sempre più preoccupati per l’aumento di casi di diabete e obesità, soprattutto nei bambini. Contrari, ovviamente, i produttori che saranno costretti ad aumentare i prezzi
di Agnese Tondelli

Che bere Coca Cola faccia male alla salute, esperti e scienziati lo affermano ogni giorno, accendendo aspri dibattiti tra i sostenitori e gli oppositori di uno dei più grandi colossi del mercato alimentare. Ma c’è chi ha fatto qualcosa in più che mettere semplicemente in guardia i consumatori.  Il governo del Partito del Popolo Indiano (BJP) ha infatti deciso di creare una nuova imposta sulla bevanda gassata tra le più consumate nel mondo, per scoraggiarne l’acquisto.

La decisione di creare una nuova imposta del 5 per cento sulla Coca Cola è contenuta nella legge finanziaria 2014-2015.La motivazione che ha portato a questa decisione, fanno sapere i politici del neo governo indiano di Narendra Modi, è semplicissima ed è che questa bevanda fa male alla salute. La tassazione, effettuata come misura volta a tutelare la salute pubblica, è stata accompagnata da un rincaro di altri prodotti nocivi, come le sigarette, il tabacco e il “pan masala”, una miscela di spezie da masticare.

L’urgenza di prendere provvedimenti per bloccare il consumo di Coca Colasembra essersi presentata anche a fronte della costante crescita delle vendite del prodotto. Nei mercati nuovi ed emergenti dell’Asia, come quello cinese, la Coca Cola registra un aumento di vendite di nove punti percentuali l’anno, mentre in quello indiano la crescita delle vendite si attesta al 10 per cento.

Naturalmente, c’è anche chi ha commentato il provvedimento con un certo scetticismo, affermando che un semplice rincaro non scoraggerà il consumo delle bibite gassate, soprattutto visto che continuano a essere pubblicizzate dalle star di Bollywood. L’annunciato rincaro ha incontrato il favore dei medici, sempre più preoccupati per l’aumento di casi di diabete e obesità, soprattutto nei bambini. Contrari, ovviamente, i produttori che saranno costretti ad aumentare i prezzi.

quitindiaSecondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, gli affari per la Coca Cola in India, nonostante la crescita del consumo, non stanno andando bene. Lo stabilimento di Varanasi, ad esempio, ha dovuto temporaneamente chiudere a causa dell’assenza di un permesso che avrebbe dovuto autorizzare l’uso delle falde acquifere della città. L’azienda avrebbe investito 5 miliardi di dollari sul territorio per aumentare i guadagni e adesso rischia di vedere i suoi progetti di ampliamento andare in fumo.

Nonostante le ripetute azioni di  Greenwashing adottate dall’azienda in questi ultimi anni, non ultima la Coca-Cola life dolcificata con la stevia, sembra proprio che questo colosso stia iniziando a perdere presa sui consumatori. Almeno su quelli più attenti. Un’azione simile a quella dell’India, e sicuramente più drastica, è stata proposta ad esempio due anni fa dalla Bolivia. Il governo di allora, infatti, decise di bandire dal Paese il prodotto fissando una dead line al 21 dicembre 2012.

La decisione fu presa perché, secondo quanto affermato dall’allora ministro degli esteri, David Choquehuanca: “il contenuto della Coca Cola ha sostanze che pregiudicano la salute e che potrebbero provocare attacchi cardiaci e tumori. Si tratta di una decisione di salute ma anche di cultura”. Non solo, in Bolivia, la multinazionale è stata più volte attaccata anche per i modus operandi utilizzati nei processi di produzione.

In questa sede abbiamo più volte parlato dei rischi di bere bevande gassate. In particolare, abbiamo visto cosa questi prodotti provocano nel nostro organismo minuto per minuto e come riescano ad arrecare ai nostri denti gli stessi danni creati da cocaina e metanfetamine.

Manifesto europeo per un sistema Coca-Cola socialmente sostenibile

Nelle imbottigliatrici di tutta Europa, Coca-Cola sta sferrando continui attacchi ai posti di lavoro, all’equilibrio lavoro-vita privata e ai diritti dei lavoratori, con incessanti richieste di maggiore flessibilità. Tale atteggiamento rivela chiaramente che, nonostante i notevoli profitti finanziari registrati dal sistema Coca-Cola, l’azienda considera come unica forma di riduzione dei costi i tagli dell’organico e un generale deterioramento delle condizioni di lavoro. Questa strategia industriale sta avendo effetti devastanti su numerosi lavoratori europei e può realmente considerarsi come la ‘formula segreta’ dell’azienda per conseguire gli ambiziosi obiettivi del progetto “Vision 2020”.

In qualità di membri del Gruppo di coordinamento Coca-Cola dell’EFFAT, costituito da delegati sindacali nazionali, rappresentanti sindacali di riferimento e membri dei comitati aziendali nazionali e dei comitati aziendali europei, in rappresentanza della forza lavoro Coca-Cola impiegata in The Coca- Cola Company, Coca-Cola Enterprises, Coca-Cola Hellenic Bottling Company, Coca-Cola Iberian Partners e Coca-Cola Erfrischungsgetranke AG:

• Esprimiamo il nostro totale disaccordo per le strategie industriali attuate in Europa dalla direzione Coca-Cola, le cui decisioni aziendali aventi un notevole impatto sui dipendenti sono prese senza un adeguato coinvolgimento dei rappresentanti dei lavoratori. Denunciamo con forza l’atteggiamento di questa azienda, così lontano dalla cooperazione più costruttiva cui eravamo abituati diversi anni addietro.
• Non accettiamo che un gruppo che registra un aumento del 20% nel valore delle sue azioni e che presenta una solidissima situazione finanziaria, possa scegliere di smantellare il suo capitale umano con un attacco senza precedenti ai posti di lavoro e ai diritti dei lavoratori.
• Non possiamo tollerare che in Coca-Cola il valore per gli azionisti sia l’unico interesse perseguito dalla direzione aziendale: mentre i lavoratori ricevono continue richieste per una maggiore flessibilità e vengono messi nell’impossibilità di provvedere a uno standard di vita dignitoso per sé stessi e le loro famiglie, i massimi dirigenti continuano ad aumentare i propri emolumenti e bonus. Tutto ciò avviene senza garantire la crescita sostenibile del gruppo mediante una politica d’investimento trasparente, ma, piuttosto, tagliando sui costi a detrimento delle condizioni di lavoro di chi davvero produce gli utili.
• Non possiamo più fidarci di un’azienda che dedica enormi risorse alla cura del suo marchio e della sua reputazione, ma che, allo stesso tempo, non rispetta i diritti e il benessere della sua maggiore risorsa, ovvero i suoi lavoratori, i quali con enormi sforzi giorno dopo giorno fanno di Coca-Cola un prodotto di rinomanza mondiale.
• Non accettiamo che si prendano decisioni aziendali che comportano processi di ristrutturazione e chiusure di impianti senza tenere conto della sostenibilità e dei potenziali effetti di questi interventi sui lavoratori, le loro famiglie e le comunità nelle quali tali fabbriche sono integrate, e, per di più, senza tenere in considerazione le misure alternative e le controproposte presentate dai sindacati.
• Esprimiamo la più forte condanna per la violazione dei diritti sindacali. I sindacati devono essere sempre considerati l’interlocutore principale della direzione aziendale. Non solo i Comitati aziendali Europei, ma anche le organizzazioni sindacali devono essere informate e consultate tempestivamente e adeguatamente sulle questioni internazionali, in quanto sono poi quest’ultime che devono occuparsi delle drammatiche conseguenze sociali di strategie industriali senza scrupoli.
• Esprimiamo la nostra più sentita solidarietà e il nostro solidale sostegno a tutti i colleghi che hanno perso il lavoro a causa di iniziative di ‘produttività’.

Le nostre richieste alla Direzione centrale di Coca-Cola Company, Coca-Cola Enterprises, Coca-Cola Hellenic Bottling Company, Coca-Cola Iberian Partners e Coca-Cola Erfrischungsgetranke AG

Nel corso degli ultimi anni la strategia aziendale di Coca-Cola ha prodotto effetti devastanti in tutte le aziende imbottigliatrici attive nell’UE e nello Spazio economico europeo (SEE).
Alla luce di questa situazione critica e del disinteresse per una collaborazione costruttiva con il movimento sindacale dimostrato dalla direzione Coca-Cola in Europa, il Gruppo di coordinamento Coca-Cola dell’EFFAT, riunito a Madrid il 20-21 marzo 2014 in rappresentanza della forza lavoro Coca-Cola impiegata presso The Coca-Cola Company, Coca-Cola Enterprises, Coca-Cola Hellenic Bottling Company, Coca-Cola Iberian Partners e Coca-Cola Erfrischungsgetranke AG, attribuisce un mandato ufficiale all’EFFAT per esprimere le seguenti rivendicazioni:

• Chiediamo che Coca-Cola apra un dialogo permanente e costruttivo a livello europeo con l’EFFAT, parte sociale europea ufficialmente riconosciuta, e con i sindacati nazionali ad essa affiliati. Chiediamo che siano indette riunioni regolari, con frequenza almeno trimestrale, tra i rappresentanti della Direzione centrale (responsabili delle Risorse umane di tutte le aziende di imbottigliamento attive in Europa e rappresentanti della Direzione di The Coca-Cola Company) e l’EFFAT e i sindacati nazionali ad essa affiliati. Tutte le tematiche che riguardano la forza lavoro europea devono essere trattate e discusse con i sindacati in Europa e non altrove.
• Chiediamo che Coca-Cola instauri un dialogo a lungo termine con l’EFFAT e i sindacati nazionali affiliati sui temi dell’anticipazione, preparazione e gestione delle ristrutturazioni che hanno luogo in Europa. Esortiamo Coca-Cola a elaborare un piano condiviso per una migliore adattabilità e occupabilità dei lavoratori in Europa, promuovendo l’occupabilità attraverso il potenziamento della formazione continua.
• Chiediamo che Coca-Cola illustri esaurientemente all’EFFAT e ai sindacati nazionali affiliati ogni proposta di ristrutturazione che interessi i paesi dell’UE e dello SEE, al fine di consentire ai sindacati e ai rappresentanti dei lavoratori di procedere a una valutazione approfondita e di essere regolarmente consultati, evitando così, o quanto meno mitigando il più possibile, il violento impatto sociale ed economico conseguente alle ristrutturazioni.
• Chiediamo che Coca-Cola non faccia ricorso agli esuberi e ponga fine all’outsourcing dei nostri posti di lavoro, tenendo in considerazione tutte le misure alternative possibili e le controproposte presentate dai sindacati. A tal proposito, chiediamo che Coca-Cola assuma un ruolo più propositivo a supporto dei dipendenti messi in esubero, per esempio assistendoli nella ricerca di una nuova occupazione.
• Chiediamo che Coca-Cola ponga fine alle continue richieste di flessibilità sul lavoro che comportano enormi sacrifici per i lavoratori e sono fonte di rischi psicosociali e di stress. La flessibilità mina l’equilibrio lavoro-vita privata e i diritti acquisiti del personale dell’azienda.
• Chiediamo che Coca-Cola rispetti integralmente i diritti dei sindacati e dei lavoratori e ponga fine a qualsiasi forma di discriminazione personale contro i rappresentanti eletti dai lavoratori. Non tollereremo più queste vergognose violazioni dei diritti fondamentali.

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