Giornata mondiale del diabete, oggi la giornata mondiale dedicata alla malattia

L’informazione e la sensibilizzazione costituiscono il primo importantissimo passo da compiere. Nella giornata mondiale del diabete, in programma per domani, sabato 12 novembre, presso l’ambulatorio di diabetologia di Moderata Durant a Vibo Valentia, dalle ore 9 alle ore 13, personale specializzato dell’Azienda Sanitaria eseguirà uno screeninggratuito a tutti coloro che vorranno valutare il fattore di rischio per lo sviluppo della malattia.

La retinopatia rappresenta la prima causa di ipovisione e/o cecità in età lavorativa (tra i 20 e i 65 anni) nei paesi sviluppati. A breve verrà resa nota la seconda data della Moc (Mineralometria Ossea Computerizzata), tecnica di riferimento per prevenire, diagnosticare e controllare l’evoluzione dell’osteoporosi.

Diabete di tipo 1 e diabete di tipo 2.

Sai quali sono le differenze tra diabete di tipo 1 e diabete di tipo 2?

Nel mondo ne sono affette 415 milioni di persone ma nel 2040, con gli attuali tassi di natalità, potrebbero diventare 642 milioni. In Italia colpisce colpisce 3,3 milioni di persone (pari al 5,5%), cui va aggiunto un altro milione di cittadini che ignorano di avere già la malattia. Per questo è fondamentale prestare attenzione agli stili di vita, compresa una corretta alimentazione. I messaggi chiave che guidano la campagna sono principalmente due: lo screening del diabete di tipo 2 è importante per modificare il suo corso e ridurre il rischio di complicanze; l’individuazione delle complicanze del diabete è una parte essenziale della gestione di tutti i tipi di diabete. La terapia chirurgica viene praticata nelle fasi avanzate, quando si sono formatediabete emorragie e proliferazioni che invadono il corpo vitreo oppure si è verificato un distacco di retina.

Questa patologia, infatti, secondo le recenti ricerche scientifiche, può essere contrastata proprio grazie allo sport: una nuova ricerca ha indicato che alcune attività in particolare, come il nuoto o la corsa, possono rendere minore la necessità di infusione di insulina, controllando anche la patologia e riducendo gli attacchi.

Entro il 2030 il diabete passerà dall’11a alla 7a causa di morte nel mondo: un triste primato, che nei Paesi industrializzati assume contorni anche più nefasti, perché la malattia sarà al 4° posto, dietro solo alle patologie cardiovascolari, a quelle cerebrovascolari e ai tumori delle vie respiratorie.

Non vogliamo spaventarti, ma semplicemente metterti in guardia: gestisci al meglio il tuo diabete, non sottovalutarlo, attieniti alle indicazioni dei medici, perché le conseguenze di una cattiva gestione sono spesso a lungo termine, come le complicanze.
Se leggi i dati che riportiamo qui sotto, ti renderai conto che il diabete ha un impatto notevole sulla vita e sulla sua qualità. Non prenderlo sotto gamba.
Cosa dicono le statistiche
Presentato di recente al Ministero della Salute, l’Italian Barometer Diabetes Report 2014, il rapporto annuale sulla malattia dell’Italian Barometer Diabetes Observatory (IBDO) Foundation fa un quadro sui casi di diabete in Italia e le sue complicanze. E purtroppo i dati non sono incoraggianti, soprattutto per quello che riguarda la mortalità: in Italia infatti, ogni anno il diabete uccide circa 27 mila persone nella fascia di età compresa da i 20 e i 79 anni, vale a dire un decesso ogni 20 minuti. Gli esperti ritengono si tratti di un dato sottostimato, perché non tiene conto delle persone over 79 e perché molti decessi per altre cause, come infarto, ictus o tumore, possono essere in realtà riconducibili al diabete.

In poche parole il diabete riduce l’aspettativa di vita di 5-10 anni, ma è anche la causa di complicanze serie e invalidanti. Basti pensare che dal 60 all’80% delle persone affette da diabete muoiono a causa di malattie cardiovascolari, con una frequenza da 2 a 4 volte superiore rispetto a chi non ha il diabete.
Anche la retinopatia diabetica costituisce la principale causa di cecità legale tra le persone in età lavorativa ed è responsabile del 13% dei casi di handicap visivo.
Circa 1/3 delle persone con diabete è affetto da retinopatia e ogni anno l’1% viene colpito dalle forme più severe di questa malattia.
Altra complicanza temuta è l’insufficienza renale terminale, vale a dire quella che necessita di dialisi: dopo 25 anni di diabete, ne soffre il 30-40% dei diabetici di tipo 1 e il 5-10% di quelli con tipo 2. In Italia oltre il 10% della popolazione dializzata è affetta da diabete e la percentuale sale a oltre il 30% nella fascia di età fra 46 e 75 anni.
Se parliamo delle complicanze agli arti inferiori, dovute sia al danno vascolare che a quello neurologico, i dati si fanno meno drammatici, almeno se si rimane sotto i 70 anni di età.
L’impegno
Se da una parte le istituzioni devono concentrare la loro attenzione sulla prevenzione e sull’assistenza dei pazienti, dall’altra i pazienti devono prendere in carico la propria malattia e cercare un compenso glicemico ottimale: solo in questo modo il diabete potrà non fare più paura.

Tra nuove insuline per meglio controllare la glicemia e prevenire l’ipoglicemia e la metformina, che in più di un caso dimostra ulteriormente la sua efficacia, la terapia del diabete migliora. Ma dei farmaci ancora, almeno nell’immediato futuro, non si può fare a meno.

Il futuro dei farmaci per il diabete di tipo 1
Da un’analisi di Global Data emerge che il mercato dei farmaci per la cura del diabete di tipo 1 è in crescita. In ogni caso, le insuline umane e gli analoghi dell’insulina rimarranno le terapie principali per il diabete di tipo 1, considerando che nessuno dei trattamenti in fase di studio per i prossimi 10 anni avrà ancora la capacità di rigenerare pienamente le betacellule del pancreas. D’altro canto, alcuni farmaci attualmente utilizzati per il diabete di tipo 2, come gli agonisti del recettore del glucagon-like peptide-1 (Glp-1 Ra) e gli inibitori del riassorbimento tubulare del glucosio (inibitori Sglt 2), potrebbero essere approvati anche come terapia del diabete di tipo 1 a partire dal 2017, come trattamenti aggiuntivi alle insuline, soprattutto nei pazienti obesi o in quelli con un fenotipo misto di diabete di tipo 1 e 2.
Arriva in America una nuova insulina
La Food and Drug Administration ha dato l’ok per l’immissione sul mercato statunitense della nuova insulina Toujeo prodotta da Sanofi. Si tratta di una nuova formulazione di insulina glargine, un analogo dell’insulina umana prodotto con la tecnica del DNA ricombinante. Ha una lunga durata d’azione, si somministra una volta al giorno ed è indicata per il controllo glicemico dei pazienti adulti con diabete di tipo 1 e 2.

Il diabete mellito sta dilagando nel mondo. Una crescita inarrestabile ovunque: nei paesi sviluppati, in quelli emergenti e in quelli ancora in via di sviluppo. Nelle zone del mondo più sviluppate (Europa, Nord America, Australia) cresce meno che in Africa, Asia e Sud America ma cresce comunque moltissimo. Gli individui affetti dalla malattia nel mondo sono ormai vicini ai 400 milioni e la stima è che raggiungano i 600 milioni entro il 2035 . Per questo la lotta al diabete è una delle tre emergenze sanitarie identificate dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS o WHO), insieme alla malaria e alla tubercolosi, unica delle tre ad essere malattia non trasmissibile, anche se questo concetto, come scritto più avanti, potrebbe non essere del tutto corretto. Cresce soprattutto il diabete tipo 2, che rappresenta circa il 90% dei casi in Italia, fortemente legato anche nel nostro Paese all’eccesso ponderale (3), a sua volta riferibile a iperalimentazione e a scarsa attività fisica ma anche alla struttura stessa della società. Una società che sembra essere infettata da un “virus” che lentamente condiziona lo sviluppo della malattia in tante persone. Un “virus” che è alimentato da industrializzazione, meccanizzazione, urbanizzazione, stress psico-fisico, ricerca di una facile ricompensa nel cibo che, d’altro canto, è di semplice accesso, larga diffusione di alimenti ad elevato tenore calorico, grande pressione pubblicitaria nei confronti di prodotti alimentari, modificazioni dieto-indotte e di tipo obesiogeno e diabetogeno della flora batterica dell’intestino, probabile presenza di sostanze con azioni negative (endocrine disruptors) sui meccanismi di controllo della glicemia in quello che mangiamo, beviamo e respiriamo. Un “virus” che, accanto alla forte componente genetica, fa dubitare del fatto che il diabete debba continuare ad essere annoverato fra le malattie non trasmissibili. La malattia ovviamente non è virale e tecnicamente non è trasmissibile ma esiste una predisposizione al diabete che viene ereditata e gli individui che lasciano alle generazioni successive questa eredità sono sempre più numerosi. Esiste poi la trasmissione da una generazione all’altra di uno stile di vita malsano (troppo cibo e poca attività fisica) e di un ambiente poco salutare. Condizioni che sono largamente indipendenti dal libero arbitrio dell’individuo e che vanno ricondotte ai contesti familiari e sociali in cui gli individui nascono, crescono e vivono. Ci sono zone del mondo in cui al momento della nascita l’individuo ha una probabilità di quasi il 100% di sviluppare diabete tipo 2 nel corso della vita. Questa probabilità sta diventando elevata, troppo elevata, anche per chi nasce in Italia, nonostante la malattia sia poligenica e multifattoriale e non monogenica. L’imprinting diabetogeno è importante: se in casa c’è abbondanza di dolciumi, il bambino considererà che fanno parte dell’alimentazione quotidiana. Se in casa nessuno mangia verdura, l’adolescente crederà che sia normale non nutrirsene. Se nel frigorifero di casa accanto all’acqua minerale c’è la bottiglia della bibita zuccherata i minori riterranno quella un liquido alternativo con cui dissetarsi. Se in famiglia nessuno fa attività fisica ma si passa il tempo libero davanti alla TV o al computer, quel comportamento sarà considerato il riferimento a cui ispirarsi. Il diabete tipo 2 non è virale ma lo stile di vita diabetogeno lo è. E sta infettando il mondo. Il diabete ha un notevole impatto socio-sanitario ma esso stesso ha una forte spinta da parte della società moderna.

IMPATTO SOCIO-SANITARIO DEL DIABETE Non cresce solo il diabete tipo 2 ma cresce anche il diabete tipo 1, seppure meno in termini assoluti, causato da una aggressione autoimmune: il proprio viene considerato estraneo e da distruggere e in questo caso si tratta delle cellule che producono insulina. Una autoimmunità che non sembra essere estranea a fattori ambientali patogeni la cui natura è poco definita ma che sembrano in parte coincidenti con alimenti, farmaci, inquinamento. Anche in questo caso, quindi, la struttura della società moderna contribuisce allo sviluppo della malattia. Il diabete tipo 1 è la varietà di malattia che più colpisce l’opinione pubblica per la necessità delle persone affette di somministrarsi insulina più volte al giorno e per il fatto di comparire soprattutto in bambini, talora piccolissimi, adolescenti o giovani adulti. Il diabete tipo 2 ancora oggi purtroppo viene sottovalutato, sia da chi ne è affetto che dai suoi familiari e, non raramente, anche dagli “addetti ai lavori”. Fra i primi sono ancora troppo diffuse espressioni gergali come “ho un po’ di diabete”, “porto la glicemia alta”, “ha un po’ di zucchero nel sangue” oppure “ho il diabete alimentare ma se mi impegno scompare” o “ha il diabete che viene agli anziani”. Fra i secondi è abbastanza frequente rilevare che il diabete è considerato una malattia cronica che, in quanto molto diffusa, può essere affrontata con un approccio minimalista. In effetti la percezione di malattia è spesso errata: il diabete è una malattia molto complessa, sistemica e da affrontare seriamente perché può condizionare in maniera importante la vita di chi ne è affetto. Il diabete non è curabile ma è controllabile e il buon controllo permette di avere una vita piena di gioie e soddisfazioni nella famiglia, nel lavoro, nello sport. Il cattivo controllo, però, può portare a disabilità e anche premorienza. In Italia i casi noti di diabete erano circa 1,5 milioni nel 1985 e si avvicinano ora ai 4 milioni , quindi sono più che raddoppiati in 30 anni. Si tratta di un caso ogni 16 residenti. E accanto ai casi noti non vanno dimenticati i casi non diagnosticati perché spesso, e talora per anni e anni, la malattia non dà segni di sé. Si stima che siano un milione gli italiani con la malattia misconosciuta. In totale, quindi, circa 5 milioni di persone in Italia ha il diabete, pari ad 1 caso ogni 12 residenti. E il numero degli individui affetti salirà probabilmente a 7 milioni fra 15-20 anni. I dati epidemiologici italiani suggeriscono circa 250.000 nuove diagnosi di diabete tipo 2 e circa 25.000 nuove diagnosi di diabete tipo 1 ogni anno .

Il diabete ha una rilevanza sociale oltre che sanitaria e questo è stato sancito, in Italia prima ancora che negli altri Paesi del mondo, da una legge (n. 115 del 1987) che è diventata un punto di riferimento ineludibile. Una legge che ha anche valorizzato il ruolo dell’assistenza da parte dei centri diabetologici. Una legge che ha largamente ispirato numerosi documenti nazionali e regionali dei successivi 30 anni  e anche il Piano Nazionale della Malattia Diabetica deliberato nel 2013 dal Ministero della Salute . Un Piano che ha consolidato il modello italiano di cura della malattia e identificato diverse aree di intervento per rendere omogenei gli interventi di prevenzione, diagnosi, monitoraggio e cura delle persone con diabete che vivono in Italia. Un modello che consta, oltre che dei medici di famiglia, di una rete capillare di centri specialistici diffusi su tutto il territorio nazionale, basati su competenze multiprofessionali (diabetologo, infermiere, dietista, talora psicologo e/o podologo, e secondo necessità cardiologo, nefrologo, neurologo, oculista, ecc.) e che forniscono con regolarità consulenze per circa il 50% delle persone con diabete, prevalentemente, ma non esclusivamente, quelle con malattia più complessa e/o complicata. Per effetto di questa rete l’Italia è il Paese occidentale con il più basso livello medio di HbA1c e i più bassi tassi di complicanze croniche e di eccesso di mortalità nelle persone con diabete. A tale proposito va sottolineato il ruolo dell’assistenza diabetologica nel ridurre la mortalità nelle persone con diabete: coloro che sono assistiti nei centri diabetologici hanno una minore mortalità totale e cardiovascolare rispetto a chi non li frequenta . Anche per questo il Piano Nazionale della Malattia Diabetica prevede una presa in carico di tutte le persone con diabete da parte dei centri diabetologici, con l’applicazione di una incisiva gestione integrata con i medici di famiglia. Una presa in carico che è previsto avvenga già nella fase iniziale della malattia. È stato infatti recepito il concetto che il team diabetologico non dovrebbe intervenire per la prima volta quando si è sviluppato grave scompenso metabolico o quando si sono sviluppate complicanze della malattia perché la comparsa di queste condizioni cliniche testimonierebbe l’inefficacia di quello che è accaduto prima di quel momento e sancirebbe il fallimento del sistema di cura. Sarebbe paradossale se l’assistenza specialistica non svolgesse la sua parte quando potrebbe cambiare la storia naturale della beta-cellula e, quindi, della malattia ma venisse chiamata di fatto a decretare un insuccesso. E sarebbe parimenti paradossale che i circa 2500 diabetologi italiani e i loro team non fossero coinvolti nella cura quando questa mira a prevenire il danno d’organo e venissero chiamati in causa solo quando questo si è verificato, talora in maniera eclatante (infarto, ictus, insufficienza renale avanzata, retinopatia grave, piede diabetico, ecc.). I team diabetologici italiani costano circa 1% del totale della spesa sostenuta per curare le persone con diabete e possono incidere in misura assai significativa sull’altro 99%, riducendolo. Prevenendo le complicanze croniche che rappresentano il 90% della spesa, fra ricoveri, specialistica e farmaci. Accorciando la durata delle degenze con una presa in carico al momento dell’accoglimento nei reparti di chirurgia, ortopedia, ginecologia, ecc. Ottimizzando l’uso dei farmaci anti-iperglicemizzanti e dei dispositivi per il monitoraggio e la cura. Evitando sprechi con la terapia insulinica (la voce di spesa maggiore fra i farmaci antidiabetici). Osservando una scrupolosa appropriatezza nelle prescrizioni di esami di laboratorio e strumentali. Collaborando nelle scelte sulle strategie di cura operate a livello nazionale, regionale e locale. Il team diabetologico è importante ma la persona con il diabete deve essere protagonista della cura. Non esiste alcuna altra malattia cronica in cui il ruolo dell’individuo affetto è così importante e decisivo sull’esito. Un ruolo che è tanto maggiore quanto più precocemente compare la malattia, considerando che questa, al giorno d’oggi, grazie ai successi della cura, può durare molte decadi. L’età media alla diagnosi del diabete tipo 2 in Italia è attualmente 50-55 anni ma ormai non pochi soggetti con questa varietà di diabete ne ricevono la diagnosi prima di aver compiuto 30 anni, soprattutto nelle etnie non caucasiche, ed hanno quindi la prospettiva di vivere con la malattia per 50-60 anni. Senza dimenticare che i diabetici tipo 1, la cui diagnosi avviene quasi sempre prima dei 20 anni e non infrequentemente nei prima anni di vita, spesso raggiungono e superano gli 80 anni di età e totalizzano quindi una durata di malattia di 7-8 decadi e anche più. Si tratta di persone che vivono con la malattia gli anni della scuola, dell’attività sportiva e del lavoro, con quello che questo comporta in termini di inserimento in contesti dove il diabete talora è erroneamente interpretato da terzi come un problema, una limitazione, un ostacolo, una disabilità. Ignorando il fatto che una persona con diabete può raggiungere tutti i traguardi nella vita: dalla possibilità di essere più volte madre al successo come attore, cantante, musicista o uomo di stato, dal vincere molteplici medaglie olimpiche al conquistare la vetta di altissime montagne. Ciononostante, è innegabile che il prezzo da pagare per questi e altri successi, solo apparentemente meno importanti, consista in una meticolosa applicazione personale nella cura. La stima è che nel corso della vita una persona con diabete debba imporsi un’azione specifica in termini di alimentazione, attività fisica, assunzione di farmaci, controlli glicemici domiciliari, esecuzione di esami di laboratorio o strumentali, visite mediche da 100 a 500 mila volte, in rapporto alla durata della sua malattia. Questa persona, quindi, va educata alla gestione della malattia in tutte le sue numerose sfaccettature. E vanno educati anche coloro che stanno intorno alla persona con diabete: nella famiglia, nella scuola, nell’ambiente di lavoro o ricreativo. Quella persona potrebbe avere bisogno dell’assistenza degli altri e gli altri non possono ignorare di cosa ha bisogno una persona con diabete per poter esprimere sé stessa in tutti gli ambiti e non possono ignorare cosa devono fare in alcune circostanze per una persona con diabete (ad esempio in occasione di una ipoglicemia severa).

Considerando i 4 milioni di cittadini affetti da diabete (9), è possibile affermare che praticamente la malattia è oggi presente in ogni famiglia italiana, se la consideriamo allargata ai parenti di secondo/terzo grado. Se non è un genitore o un figlio, si tratta di un fratello, un nonno, uno zio, un nipote. Una famiglia in cui avere un proprio membro, e talora più membri, con il diabete significa modificare, a volte o sempre, le abitudini alimentari per non creare troppe difformità a tavola fra chi ha e chi non ha il diabete o, più saggiamente, per seguire tutti uno stile di vita più sano che riduca il rischio che altri della famiglia sviluppino la malattia. Una famiglia in cui la presenza del diabete in un proprio membro comporta, se questo è un piccolo bambino oppure un anziano o una persona non autosufficiente, la necessità di aiutarlo, se non proprio accudirlo, nelle sue necessità quotidiane o periodiche: assumere farmaci, misurare la glicemia, fare sport o anche solo una passeggiata, andare dal pediatra o dal medico di famiglia, recarsi in ospedale dal diabetologo, ecc. Una famiglia in cui assistere una persona con diabete può determinare assenza dal lavoro o rinuncia ad attività ricreative o alle vacanze. Tutti segni inequivocabili del peso sociale della malattia. Il diabete, è inutile celarlo, può diventare una malattia grave, con un impatto notevolissimo sulla qualità della vita quando causa disabilità. Il diabete è la prima causa di cecità, la seconda causa di insufficienza renale terminale con necessità di dialisi o trapianto, la prima causa di amputazione non traumatica degli arti inferiori, una concausa di metà degli infarti e degli ictus. I dati epidemiologici documentano che in Italia ogni 7 minuti una persona con diabete ha un attacco cardiaco, ogni 26 minuti una persona con diabete sviluppa un’insufficienza renale, ogni 30 minuti una persona con diabete ha un ictus, ogni 90 minuti una persona subisce un’amputazione a causa del diabete e ogni 3 ore una persona con diabete entra in dialisi. Complicanze tanto gravi da far sì che il diabete sia responsabile di una premorienza stimata mediamente in 7-8 anni. Il diabete non è una malattia fastidiosa, un numero asteriscato su un referto di laboratorio, con cui convivere. Il diabete, sarebbe sbagliato nasconderlo, è una malattia che può uccidere e non poche voltelo fa senza dare grossi segni della sua presenza, come un killer silenzioso. In Italia ogni 20 minuti una persona muore a causa del diabete anche se il diabete spesso non è menzionato nella sua scheda di morte. Il diabete costa moltissimo alla comunità. In Italia la quota di spesa che il Fondo Sanitario Nazionale si accolla per curare le persone con diabete, una malattia che condiziona un più facile sviluppo di qualsiasi altra malattia , è di circa 15 miliardi di euro all’anno, pari ad oltre il 10% del totale. Questa somma è calcolata utilizzando i costi reali dei ricoveri e della varie prestazioni specialistiche e non le tariffe virtuali. Utilizzando questi ultimi, comunque, la spesa, seppure inferiore a quella di altri Paesi occidentali, è comunque ingente e ammonta a circa 10 miliardi di euro per anno (9, 15). A questa grande quantità di denaro pubblico vanno aggiunti circa 3 miliardi di euro di spese dirette sostenute dalle persone e dalle loro famiglie e non meno di 10-12 miliardi di euro di costi indiretti, molti dei quali a carico delle casse dello stato per prepensionamenti e assenze dal lavoro (16). Il totale ammonta a 25-30 miliardi di euro, l’equivalente di una finanziaria o, come si usa dire oggi, di un patto di stabilità. Una somma in continuo aumento e che fra poco non sarà più sostenibile se non si riuscirà a circoscrivere la diffusione del “virus”. Per questo “virus” esiste un solo vaccino: la conoscenza della malattia, dei suoi fattori di rischio, del modo di prevenirla cambiando lo stile di vita degli individui ma anche cambiando la struttura della società per evitare il “contagio”.

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