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Le promesse irrealizzabili di Enrico Letta

letta-enrico-foto-2Enrico Letta (nella foto) ha appena annunciato – al netto di due clamorosi errori linguistici – che la nuova squadra di governo si riunirà in convento per “conoscersi meglio” e progettare il futuro del paese. In verità, non si capisce per quale ragione ministri, vice ministri e sottosegretari, debbano conoscersi meglio. Parliamo di gente che fa politica da quando era sulla culla. Molti degli esponenti di governo, tra l’altro, a partire dallo stesso premier, facevano parte della DC.

L’esecutivo Letta, che ha ottenuto la fiducia un paio di settimane, non ha ancora realizzato nulla, né dato alcuna risposta concreta ai problemi del paese. In compenso, il premier e i ministri si sono distinti per una serie di annunci a effetto che, come capisce anche un bambino, sono irrealizzabili tutti assieme.

L’eliminazione dell’Imu sulla prima casa per tutti, compresi Totti e Brunetta, Berlusconi e Formigoni, costerebbe circa 4 milioni di euro. La restituzione dell’imposta pagata l’anno scorso costerebbe altrettanto: e siamo già a 8 miliardi.

Letta junior ha poi parlato – anche se non sembra essersene accorto nessuno – di un reddito minimo per le famiglie più povere. Una misura assolutamente condivisibile. Impossibile fare calcoli, visto che il premier non è entrato nel dettaglio, ma è chiaro che uno strumento del genere sarebbe molto costoso, non meno della restituzione dell’Imu tanto cara al Pdl.

Pd, Pdl e Monti hanno poi parlato della necessità di ridurre drasticamente le imposte sul lavoro. Anche questa sarebbe una misura condivisibile e anche questa sarebbe parecchio onerosa per le casse dello Stato. Si calcola che l’Irap, l’imposta più odiata dagli imprenditori, vale circa 20 miliardi l’anno!

A fronte di queste promesse, che costerebbero almeno una trentina di miliardi annuali, Letta non spiegato in nessun modo da dove prendere i soldi! E come potrebbe? Le promesse di Letta sono semplicemente irrealizzabili, anche perché entro il 2018 il nostro Paese dovrà versare all’UE ulteriori 300 miliardi di euro -sì, 300, avete letto bene – per aiutare gli Stati e le banche in difficoltà.

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