Le trivelle? Già bloccate. Dietro il voto solo un gioco di potere dei governatori

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L’episodio risale a qualche giorno fa. Nella Conferenza unificata tra Stato e Regioni, è andato in scena un duro braccio di ferro tra governatori e Palazzo Chigi. Oggetto del contendere il dimezzamento dei tempi della burocrazia per l’autorizzazione delle opere strategiche della riforma Madia. I governatori non vogliono che il provvedimento disponga, come prevede il testo, di poteri sostitutivi a favore di Palazzo Chigi nel caso in cui loro tardino a dare il via libera all’investimento. Si tratta, insomma, di una mera questione di potere.

La stessa questione che ha portato al cosiddetto referendum sulle trivelle. Cosiddetto perché, come ha spiegato Gianfranco Borghini, presidente del comitato «Ottimisti e Razionali», schierato contro la consultazione attraverso l’astensione, anche in questo caso il punto centrale è il potere. Il referendum, infatti, con le trivellazioni in mare non c’entra nulla. Quelle entro le 12 miglia sono già state bloccate per legge. Tutte le autorizzazioni richieste sono state negate dal ministero dello Sviluppo.

C’è già, insomma, una moratoria. Allora val la pena domandarsi cosa esattamente chiede il quesito referendario. La domanda, in sostanza, è se quando scadranno le concessioni in essere, le piattaforme in attività debbano essere fermate o, nel caso vi fosse ancora gas da estrarre, si possa continuare a farlo. Se il referendum dovesse raggiungere il quorum, alla scadenza delle concessioni trentennali, gli operatori dovrebbero chiudere il rubinetto e non estrarre più gas (l’80% delle piattaforme estrae metano, non petrolio). O meglio, secondo le interpretazioni date da alcuni dei governatori che hanno promosso la consultazione, potrebbero continuare a farlo attraverso una proroga della concessione che spetterebbe agli stessi governatori concedere. Non ci sono nuovi pozzi da trivellare, ma solo piattaforme attive da anni, eventualmente da fermare.

La questione, come detto, è dunque di potere. Alcune Regioni, tra cui la Basilicata, la Puglia, la Calabria, la Sardegna, il Veneto, (ma non per esempio l’Emilia Romagna nel cui mare c’è la quasi totalità delle piattaforme in attività) hanno promosso il referendum, perché temono di perdere potere decisionale in una materia centrale come quella energetica. Non a caso ieri due governatori, come il pugliese Emiliano e il lucano Lacorazza, entrambi del Pd, hanno invitato a non rispettare l’indicazione sull’astensione arrivata dal partito. In discussione c’è il loro peso politico, esattamente come nel caso della riforma della Pubblica amministrazione. Il vero tema è se, dunque, in campo energetico, le decisioni spettino a governo e Parlamento o ai governatori. Anche i temi ambientali sono solo sullo sfondo. Tanto è vero che nel comitato contro il referendum, c’è anche una esponente storica dell’ambientalismo italiano, Rosa Filippini di Amici della Terra. «Se dovesse prevalere il sì», ha spiegato, «paradossalmente aumenterebbe il traffico di petroliere nel mar Mediterraneo».

Non è una questione secondaria. Negli ultimi anni nel mare nostrum ci sono stati 27 incidenti con sversamento. E in tutti i casi si è trattato di petroliere. Le piattaforme che estraggono soprattutto gas, elemento non inquinante, esistono da trent’anni e non si è mai verificato un incidente. Siccome nel 2015, la produzione nazionale ha consentito di coprire il 9,1% dei consumi totali di petrolio in Italia e il 10,2% di quelli di gas, con 11,1 milioni di tonnellate equivalenti, evitando il transito nei mari di circa 85 superpetroliere l’anno, la questione non è poi così secondaria.

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