Parigi assalto al commissariato: Marocchino ucciso dagli agenti, aveva una cintura esplosiva

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Era iniziato con una cerimonia solenne alla prefettura di polizia il primo anniversario della strage jihadista di Charlie Hebdo. Il presidente della Repubblica, Francois Hollande, voleva cominciare da lì la sua sequela di omaggi alle vittime degli attentati terroristici che hanno insanguinato Parigi nel gennaio 2015 e lo scorso 13 novembre.

Dalla polizia, dai gendarmi, dai pompieri, dai servizi segreti, insomma da tutti i nobili servitori dello Stato che lo scorso anno sono stati sollecitati come non era mai successo nella storia della Quinta Repubblica. Il capo di Stato socialista ha lanciato un appello alla «fermezza e all’unità», ha invocato una maggior cooperazione tra le varie divisioni delle forze dell’ordine, ha sottolineato i progressi nella lotta contro il terrorismo e ha infine reso omaggio ai tre poliziotti caduti lo scorso anno sotto le scariche dei kalashnikov dei fratelli Kouachi: «Sono morti afinché possiamo vivere liberi», ha lanciato Hollande.

Un discorso carico digravitas, il debutto solenne di una giornata storica che però, poco prima di mezzogiorno, ha preso una traiettoria inaspettata, facendo ripiombare Parigi e la Francia intera nelle sue mille paure e incertezze.

Nel Diciottesimo arrondissement, nei pressi del commissariato di rue de la Goutte-d’Or (a pochi passi da Montmartre e dalla Basilica del Sacro-Cuore), un uomo di poco più di venti anni e di no della stazione di polizia l’uomo ha gridato «Allah Akbar», secondo quanto confermato dal ministero dell’Interno. Descritto come «minaccioso» dai poliziotti presenti, che lo hanno freddato con tre colpi di pistola prima che cominciasse ad attaccarli, il ventenne marocchino aveva un coltello da macellaio con sé e una cintura esplosiva che inizialmente aveva fatto pensare alla sua volontà di farsi saltare in aria nel commissariato per compiere un’altra strage, ma che poi, dopo l’intervento degli esperti, ha fatto cambiare direzione agli inquirenti, dato che era finta. Secondo quanto dichiarato dal procuatore della Repubblica, Francois Molins, «sono stati ritrovati sul suo corpo un cellulare e un foglio di carta sul quale figuravano una bandiera dell’Isis e una rivendicazione in arabo».

Secondo una fonte vicino all’inchiesta citata dall’Afp, nel messaggio scritto a mano sul foglio l’individuo giurava fedeltà all’autoproclamato califfo dello Stato islamico Al Baghdadi, giustificando l’atto come «vendetta peri morti in Siria».

Un attentato scampato, questa volta, grazie alla prontezza delle forze dell’ordine, ma un altro segnale, inquietante, della continua minaccia terroristica che incombe sulla Francia, la quale resta il bersaglio numero uno dei jihadisti. L’individuo, secondo quanto riportato da Le Monde in serata, è stato identificato grazie alle sue impronti digitali nel Fichiers automa- tisés des empreintes digitales (Faed).

Una fonte giudiziaria citata dall’agenzia Reuters, ha confermato che si tratta di un marocchino nato nel 1995 a Casablanca, che era stato accusato per una rapina nel 2013. La ministra della Giustizia, Christiane Taubira, ha dichiarato su iTélé che l’uomo non avrebbe «nessun legame con la radicalizzazione violenta», evocando possibili «fragilità psicologiche» all’origine dell’atto.

Sappiamo come è andata a finire le scorse volte. All’inizio erano tutti degli “squilibrati”, “isolati”, “con problemi psciologici”. Poi, giorno dopo giorno, emergevano sempre più dettagli che scoperchiavano una rete molto più vasta e organizzata, mossa da ragioni puramente religiose. Gli inquirenti sono solo all’inizio del loro lavoro.

Un paio di giorni fa Marco Travaglio ci ha accusato di aver scritto un articolo di «rara stupidità». Si riferiva a quello, firmato dal sottoscritto, dedicato alla copertina del numero di Charlie Hebdo in ricordo della strage del 7 gennaio 2015. Quel giorno, un commando jihadista macellò gran p arte della redazione del giornale satirico, e altre persone incolpevoli. Un anno dopo, i superstiti hanno deciso di pubblicare sulla prima pagina l’immagine di un Dio armato di kalashnikov e con la veste insaguinata, assieme al titolo: «L’assassino è ancora in giro».

Il ragionamento dietro questa battuta è evidente: per gli atei libertari di Charlie i monoteismi sono da secoli causa di violenza. Non hanno tutti i torti: in nome di Dio, di qualunque Dio, si è ammazzato in lungo e in largo. Lo sanno anche i sassi, ma Travaglio ha voluto rispiegarcelo, e gliene siamo grati. Don Marco si è particolarmente risentito, però, per un passaggio dell’articolo. Quello in cui si diceva che Charlie stavolta se l’è presa col Dio sbagliato. Perché i tratti che il disegnatore Riss ha attribuito alla divinità sulla copertina del giornale sono quelli del Dio cristiano, che più e più volte nella storia è stato rappresentato in modo simile.

Piccolo problema: il mandante della mattanza che ha decimato la redazione del settimanale parigino non è Gesù e nemmeno Jahvè. Bensì un’altra entità sovrannaturale. O, meglio, il mandante della strage è un libro sacro chiamato Corano, che secondo la religione musulmana è stato creato da Allah, e dunque è perfetto e immodificabile. Dentro quel libro sono numerosi gli inviti a fare strame degli infedeli.

E nel mondo sunnita, in assenza di una gerarchia ecclesiastica, di un Papa e persino di un Ayatollah (o di un Travaglio, che è più o meno la stessa cosa), nessuno può dire che chi prende alla lettera gli inviti allo sterminio dei miscredenti sia un cattivo musulmano.
Altri massacri sono stati compiuti nel nome del Dio cristiano e cattolico. Ma non quello di Charlie. Non quello del Bataclan.

Il fanatico che ieri ha tentato di introdursi in un commissariato di Parigi armato di coltellaccio e bardato con una finta cintura esplosiva, gridava «Allah Akbar», non «Forza Vishnu». Sarà pure stato un folle, un cretino, uno spostato. Tutto quello che volete. Il problema è che le stesse persone che hanno ispirato la strage di Charlie Hebdo un anno fa sfruttano pure gli spostati, i pazzoidi, i frustrati.

Danno loro una buona ragione per uccidere. E quando offrono una motivazione per ammazzare, non stanno pervertendo un fede altrimenti pacifica. Stanno semplicemente applicando alla lettera i dettami di quella fede. Stanno seguendo la parola di un Dio che non manda suo figlio a dare all’umanità «un comandamento nuovo», quello di amare il prossimo prima di tutto, oltre tutto.

Viene gridato il nome di quel Dio, prima che il mitragliatore reciti la sua preghiera. Lo stesso nome, però, viene taciuto al momento di esercitare la libertà di critica e di pensiero. Charlie può farsi beffe di tutti gli dei, ma non disegna più Maometto, non si prende gioco di Allah. E perché, di grazia? Perché, dopo averlo fatto, è stato punito con la morte. E con il disprezzo giunto dagli intellettuali di sinistra e dai simpaticoni come Travaglio. «Non nominare il nome di Dio invano», recita il comandamento biblico. Ora c’è un nuovo comandamento da rispettare: «Non nominare il nome di Allah». O, meglio: non nominarlo se si tratta di criticare l’islam e i musulmani. Se invece si tratta di aprire il fuoco, quel nome si può scandire senza timore.

Dal lupo solitario che a Parigi voleva vendicare i morti della Siria -dopo aver giurato fedeltà al Califfo al Baghdadi -attaccando un commissariato con un coltello da cucina, al piano, sventato in Turchia, di un Capodanno di sangue con una serie di attentati nelle capitali europee.

NEL GIORNO dell’anniversario, mentre la Francia ricordava le vittime degli attentati compiuti dai fratelli Kouachi nella redazione di Charlie Hebdo, un ventenne di origini marocchine si è presentato davanti al commissariato della rue della Goutte d’or, brandendo un grosso coltello.

Un poliziotto gli ha più volte intimato di farsi indietro. Poi sono partiti gli spari; si è scatenato il panico nel quartiere di Barbès, a due passi della basilica del Sacro Cuore di Mon- tmarte, dove vivono numerosi immigrati africani. Alunni e maestri di due scuole sono rimasti barricati fino a quando l’allarme è rientrato. L’attentatore non aveva passaporto, ma le impronte digitali ne hanno svelato l’identità; era stato schedato per furto a Saint-Maxime (sud), nel 2013. All’epoca si era definito un ‘senza tetto’. Nel suo cellulare sono stati trovati sms in arabo e tedesco, Per il ministro della Giustizia francese, Christiane Taubira, il ragazzo “era noto e schedato per atti di piccola criminalità”, ma “da quanto sembra finora questa persona non aveva alcun legame con la radicalizzazione (islamica) violenta”. Poco prima dell’attacco, Francois Hollande era alla Prefettura per ricordare i poliziotti morti negli attentati di un anno fa: “Sulla Francia pesa una minaccia senza precedenti”, ha detto il presidente. Il governo di Parigi sta lavorando a un progetto di legge che concederà ulteriori poteri alla polizia e ai pubblici ministeri per eseguire ad esempio le perquisizioni, le quali hanno bisogno, ora, dell’approvazione dei giudici istruttori.

Ma non c’è solo la Francia nel mirino delle squadre della morte dell’Isis o comunque legate all’estremismo islamico, secondo i servizi segreti turchi che avrebbero sventato l’attentato di Capodanno arrestando la sera del 30 dicembre 2015 Musa Canoz e Adnan Yildirim, gli aspiranti kamikaze che volevano farsi saltare in aria nel centro di Ankara. Con loro, altri 11 attentatori erano partiti nei mesi scorsi per compiere attacchi simili in Austria, Belgio, Gran Bretagna, Francia e Germania.

TUTTI SI ERANO addestrati a Raqqa, la ‘capitale’ dell’Isis in Siria, e avrebbero agito sotto la guida coordinata di una delle figure di spicco del Califfato, Abu Mohammed al Adnani. È stato lui a inviare via email l’ordine di agire. Questo spiega perchè sono stati vietati i festeggiamenti in piazza per Capodanno a Bruxelles e le misure straordinarie di sicurezza adottate a Parigi, Londra, Vienna e Berlino.

I due arrestati erano sotto stretta sorveglianza dopo il loro rientro, lo scorso settembre, dalla Siria, dove erano fuggiti nel 2013; secondo i servizi turchi sono 273 gli affiliati dell’Isis provenienti da Ankara, rivela ora un rapporto d’intelligence, sono al momento 273.

Sempre ieri è arrivata anche la condanna in contumacia a 15 anni di carcere per il super latitante Salim Benghalem, sospettato di essere uno dei mandanti della strage al giornale satiricoe considerato dagli Usa uno dei dieci uomini più pericolosi dell’Isis. Benghalem è probabilmente sin dal 2013 in Siria: in un video di propaganda, diffuso nel febbraio 2015, esprime gioia per la strage di Charlie Hebdo e lancia un appello alle cellule dormienti a prendere le armi contro i cittadini francesi.

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