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Toscana shock: anziana muore nel Pistoiese: “risultati choc dell’autopsia”

Ancora non è certo, ma potrebbe essere stato il morbo “mucca pazza” a uccidere una anziana donna di 76 anni, ma da Asl Toscana Centro non c’è conferma. La donna, sempre secondo il giornale, aveva iniziato ad avvertire i primi sintomi a inizio aprile, ma tutto lasciava supporre un improvviso sviluppo dell’Alzheimer.A comunicarlo sono stati i familiari della signora deceduta, che avrebbero avuto conferma delle cause della morte direttamente dai medici. La salma della donna era stata subito trasferita a Bologna per l’autopsia e solo dopo gli esami è stata riconsegnata ai familiari. Per il momento, comunque, l’Asl Toscana Centro si limita a parlare di “decesso per sospetto morbo della mucca pazza”.

Il primo caso di “mucca pazza” (encefalopatia spongiforme bovina, che nell’uomo prende la forma della malattia di Creutzfeldt-Jakob) fu registrato in Gran Bretagna nel 1986. “Il corpo di mia madre ci è stato quindi restituito ermeticamente chiuso in una cassa mortuaria, senza possibilità di riaprirla”. Era diabetica e stava assai attenta all’alimentazione. I funerali della signora settataseienne deceduta si svolgeranno oggi, mercoledì 21 giugno nella chiesa di San Michele a Pescia.

Dieci anni fa mucca pazza….ricordi e riflessioni

Il 2 gennaio del 2001 segnò l’avvio, in tutti i paesi della UE, del piano straordinario ed obbligatorio di sorveglianza attiva per la BSE (la “mucca pazza”) nei bovini. La decisione di anticipare e potenziare il piano – l’avvio era stato programmato per la primavera del 2001 – si rese necessaria ai fini di “rassicurare l’opinione pubblica sulla salubrità della carne e riportarne i livelli di consumo nella norma”. Gli ultimi mesi del 2000 furono, infatti, particolarmente difficili per la zootecnia europea a seguito dell’identificazione in Francia di un numero considerato abnorme di casi di BSE.

I mass-media diedero costante e larga evidenza alla vicenda “mucca pazza”, forse più attratti dallo scoop che dal fare reale informazione. La politica si fece trovare impreparata di fronte all’evento, come pure la parte tecnico-scientifica che avrebbe dovuto gestirlo. Tutto ciò si tradusse in una forte preoccupazione e diffidenza dell’opinione pubblica per l’alimento carne bovina. La conseguenza fu una drastica diminuzione dei consumi con pesantissime perdite economiche per l’intera filiera, in primis ovviamente degli allevatori e per altro più in Italia che altrove nell’UE. L’IZSLER, insieme ai servizi veterinari territoriali regionali, fu chiamato allora ad uno straordinario sforzo tecnico ed organizzativo.

Si trattò di allestire, a partire dalla prima settimana di dicembre del 2000, nuovi laboratori che consentissero di esaminare, mediante i famosi “test rapidi”, circa1500- 2500 campioni al giorno, provenienti dai macelli e dagli allevamenti della Lombardia e dell’Emilia Romagna (pari al 50% dei test nazionali). Grazie all’impegno di tutte le componenti dell’IZSLER, sanitarie, tecniche ed amministrative, due laboratori, uno presso la sede di Brescia ed uno presso la Sezione di Modena, cominciarono ad eseguire i primi test con l’inizio del 2001 (un terzo laboratorio, minore, fu aperto a Milano un anno dopo).

II 12 gennaio 2001 il laboratorio di Brescia individuò il primo caso italiano di “mucca pazza” in una bovina macellata a Lodi, passata alla storia come la “vacca 103”. Quei giorni segnarono presumibilmente l’apice della “crisi” mucca pazza. Poiché la bovina proveniva da un’azienda del bresciano, l’altrettanto famosa “Malpensata”, i veterinari dell’IZSLER furono chiamati ad operare, in stretta collaborazione con i colleghi delle ASL e con il costate e deciso supporto dell’Assessorato all’Agricoltura e alla Sanità della Regione Lombardia alla gestione sul territorio del “caso”.

Non fu per nulla facile, nel clima di paure e di forti tensioni che si era creato, far comprendere agli allevatori il perché, a fronte di un singolo animale “malato” per allevamento e di una patologia “infettiva” ma non trasmissibile fra animali, fosse necessario procedere allo ”stamping-out” dell’allevamento, ovvero all’abbattimento di pressoché tutti gli animali, come previsto dalle norme comunitarie. Il caso Malpensata fece scuola per tutti i successivi 144 casi individuati su tutto il territorio nazionale ad oggi, che via via sono andati a “semplificarsi” come gestione, anche grazie ai continui aggiornamenti legislativi comunitari. Già verso la fine della primavera di quell’anno le parole”mucca pazza” e “BSE” sono andate progressivamente scomparendo dai mass-media e la pesante crisi dei consumi di carne è andata lentamente a risolversi.

Ad oggi i “test rapidi” continuano ad essere eseguiti su tutto il territorio nazionale su i bovini con più di 48 mesi di età. L’IZSLER ha eseguito dal gennaio 2001 oltre 3 milioni di test. L’ultimo caso di BSE identificato in Lombardia risale al settembre 2008 ed in Emilia Romagna al gennaio 2007. Nel 2010 in Italia non è stato riscontrato alcun caso di BSE. Anche se con tempi diversi, la scomparsa della BSE è stata registrata in tutti i Paesi membri della Comunità Europea e la sua definitiva eradicazione dalla popolazione bovina è prevista nell’arco di 4-5 anni. Alla certificazione della eradicazione della BSE, obiettivo centrale del piano di sorveglianza straordinario, seguirà una dismissione ponderata e graduale delle relative misure imposte dalla UE per il controllo e la gestione della BSE (il cui costo per il solo 2009 è stato stimato in circa 700 milioni di euro). Punto focale sarà la regolamentazione sull’uso e gestione generale delle farine animali (derivanti dai diversi scarti animali) prima ed in pratica unica causa del diffondersi dell’ epidemia di BSE in Gran Bretagna negli anni 70’-80’ e nel resto dell’Europa negli anni 80-90.

Il piano “straordinario” andrà ad essere sostituito da nuove misure a carattere continuativo il cui obiettivo sarà quello di evitare la reintroduzione della BSE nella popolazione bovina. Tali misure verranno prese anche sulla base delle consistenti conoscenze scientifiche accumulate in questi ultimi dieci anni sulle malattie da prioni in generale e più in particolare delle Encefalopatie Trasmissibili Spongiformi (EST) che colpiscono la popolazione bovina, ricerche a cui lo stesso IZSLER ha contribuito.

Due ultime riflessioni conclusive. I dati epidemiologici raccolti durante i dieci anni del piano di controllo straordinario stanno a dimostrare che l’epidemia di BSE in Europa era già sotto controllo e la sua eradicazione già iniziata, prima del 2001, grazie a più misure legislative varate ed applicate intorno alla metà degli anni 90’.

Quanto poi deciso nel 2000 ha certamente contribuito a definire con chiarezza la reale situazione epidemiologica della BSE, a dare maggiori garanzie sulla sua eradicazione ed a portare al massimo possibile i livelli di sicurezza per il consumatore. Ciò dimostra che chi allora sosteneva che la BSE fosse al di fuori del controllo delle autorità sanitarie nazionali e comunitarie avesse torto. Più semplicemente i casi di BSE erano relativamente pochi ed il sistema utilizzato sino al 2000 per identificarli (la sola sorveglianza passiva su base clinica) non aveva la capacità di farlo, né in Italia né in buona parte della UE.

In questi anni è stato scientificamente dimostrato che la BSE è una “zoonosi” cioè è malattia trasmissibile alla specie umana per via alimentare ove causa la “variante di Creutzfeldt-Jakob” (vCJD). All’oggi nel mondo sono morte in totale di 221 persone, di cui 174 nel Regno Unito (2 in Italia), numeri, per mera fortuna, molto inferiori al valore massimo indicato dalla stima iniziale calcolata (decine di migliaia). Come per la BSE, i dati epidemiologici della vCJD indicano che è in via di scomparsa.

In tal caso però le cautele nel dichiarare in via di “eradicazione” la vCJD dalla specie umana devono essere maggiori e ciò NON in connessione al consumo di carne, ma alla possibile diffusione della malattia per via iatrogena fra esseri umani, sopratutto attraverso le trasfusioni di sangue o i trapianti d’organo. In aggiunta la sensibilità all’infezione da BSE nell’uomo (la probabilità che all’infezione faccia poi effettivamente seguito la malattia) è legata anche a fattori genetici e non è da escludere che la malattia, a distanza di decenni dall’infezione,possa colpire in sottopopolazioni umane sino ad oggi apparentemente indenni.
A conclusione corre l’obbligo ricordare che il successo dell’operazione “mucca pazza” è stato ottenuto dal Sistema Sanitario Nazionale nel suo complesso, che include, oltre alle organizzazioni sopra citate, le Direzioni Generali dei Servizi Veterinari Regionali e l’Istituto Zooprofilattico di Torino che, quale centro di referenza nazionale delle EST, ha costituito un costate punto di riferimento tecnico.

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