Un arresto a Siena per il 37enne ucciso a novembre in piazzale Loreto. Caccia al complice

Il primo lo hanno arrestato nella notte tra il 5 e il 6 dicembre in provincia di Siena, l’altro forse è in Spagna. Entrambi sudamericani. La sera del 12 novembre scorso in una piazzale Loreto ancora sveglia, davanti a sei passanti sotto choc, hanno accoltellato Antonio Rafael Ramirez, 37enne di Santo Domingo. I filmati delle telecamere della liliale della Cariparma (e non solo) restituiscono tutta la brutalità dell’aggressione: prima le coltellate, una ferita di circa trenta centimetri alla scapola sinistra e un taglio dall’anca all’ascella, poi il colpo di grazia alla schiena con una semiautomatica. I giubbotti bianco e grigio, il cappellino, la fuga verso via Padova. Ogni fotogramma è stato analizzato dagli investigatori per arrivare a un volto e a un nome.

Ora gli uomini della Mobile, diretti da Lorenzo Bucossi, hanno entrambi ma sono riusciti a stringere le manette solo a uno dei due. Il fermo è stato convalidato ieri, le sue generalità restano top secret, verrà svelato durante una conferenza stampa convocata questa mattina in questura. Si capirà anche se il movente è davvero legato alle pandillas o si tratta di un “semplice” regolamento di conti per uno sgarro, magari nel mondo della droga. Eppure Ramirez non aveva precedenti e non risulta fosse affiliato a qualche gang sudamericana. In zona lo conoscevano di vista, quel giorno è stato affrontato all’uscita di un barbiere con una ferocia che evidentemente nascondeva qualcosa di più profondo della semplice lite di strada.

È morto due giorni dopo al San Raffaele a causa delle ferite riportate. Intanto i due aggressori si sono nascosti e hanno tentato di organizzare la loro latitanza contando su una rete di conoscenti. Sembra che l’uomo arrestato in un piccolo paese in provincia di Siena,abbia scampato di poco l’arresto in un appartamento in zona via Padova ma ormai gli uomini della Mobile lo avevano agganciato. Più scaltro il suo complice che avrebbe già abbandonato l’Italia. Sarebbe in Spagna ma su questo resta strettissimo il riserbo degli investigatori perché le indagini sono tutt’altro che chiuse. Bucossi non ha mai confermato l’ipotesi della faida tra bande sudamericane, anzi ha sempre invitato alla cautela nell’analisi. Le sue parole non hanno comunque fermato la macchina politica, il 12 novembre hanno scoperto tutti d’incanto che via Padova non è Brera, che è piena di extracomunitari e che non sarebbe stato un errore aumentare i servizi di polizia e carabinieri.

Aveva un appoggio e amicizie nel Senese, aveva un «covo» per proteggere la latitanza e fiancheggiatori per sorvegliarlo. Era convinto che la distanza potesse bastare. Ma aveva lasciato tracce. E non è stato bravo a cancellarle. La Squadra Mobile di Milano ha arrestato uno dei due killer che alle 19.01 del 12 novembre, in piazzale Loreto, avevano ammazzato Antonio Rafael Ramirez, 37enne dominicano: l’avevano accoltellato e poi, per assicurarsi che morisse, gli avevano esploso addosso un colpo di pistola. Adesso manca soltanto il complice, ugualmente sudamericano e da subito scappato dall’Italia; il fermato, sul quale a tarda serata c’era ancora molto riserbo da parte degli investigatori, dovrebbe essere della stessa nazionalità dell’ucciso.

Quella sera sull’affollato marciapiede, in un fatto di sangue che aveva innescato pesanti polemiche sulla sicurezza a Milano e avevano portato il sindaco Giuseppe Sala a chiedere l’Esercito, non era la prima volta che assassini e vittima si incontravano. Il giorno prima, nell’hinterland a sud della città, a Rozzano, i tre stranieri si erano visti al disco club La Kalle, un capannone trasformato in locale per sudamericani, un postaccio feudo dei Trinitarios, la feroce pandilla dominicana, luogo di lame e regolamenti di conti, di incontri per discutere dei traffici di cocaina. Ramirez, da poco in Italia e non (ancora) affiliato alla banda, aveva litigato con gli altri ed era stato cacciato dai buttafuori. Nel parcheggio c’era stata una seconda discussione. Forse Ramirez voleva chiarimenti su una partita di stupefacenti oppure su invasioni di campo. Troppa insistenza, troppa «arroganza». La pandilla, una di quelle rimaste attive dopo la decimazione del variegato esercito sudamericano di Milano e provincia per merito di incisive inchieste, aveva deciso la punizione.

Ramirez aveva esagerato e doveva pagare con la vita. Erano andati a cercarlo, l’avevano agganciato, pedinato, l’avevano visto entrare nel negozio di parrucchiere Studio 54 all’inizio di via Padova (una delle lunghe strade che partono da piazzale Loreto, l’altra è il commerciale corso Buenos Aires) e avevano fatto irruzione: trascinato all’esterno, Ramirez era stato freddato. I killer erano stati visti, bene e nitidamente, da alcuni passanti ed erano comparsi nelle riprese delle telecamere di sorveglianza. La Squadra Mobile di Milano, diretta da Lorenzo Bucossi, ha fatto dell’analisi e della conoscenza delle pandilla un motivo di vanto; gli investigatori, coordinati dal pm Piero Basilone, sono partiti dal disco club La Kal- le, hanno provato a squarciare l’esteso velo di omertà dei sudamericani, il tutto mentre era iniziata l’attività tecnica, con l’esame delle «celle» dei telefonini. Il questore Antonio De Iesu aveva garantito che i responsabili sarebbero stati catturati. Fonti investigative, nel sottolineare certe fughe di notizie che potrebbero aver danneggiato la ricerca del complice, invitano a considerare eventuali piste oltre alla droga, che non racchiude per intero il movente. Ramirez era morto due giorni dopo. L’asportazione di un rene e di parte del colon, gravemente compromessi, non era bastata.

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