Vertice Ue, Renzi a Merkel e Hollande “Poco su crescita e immigrazione”

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Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ieri ha rotto i ranghi dell’Unione Europea, nel primo vertice informale dopo la Brexit che avrebbe dovuto mostrare l’unità dei 27 per rilanciare il progetto di integrazione comunitaria. «Non devo fare una recita a copione per far vedere che siamo tutti uniti», ha detto Renzi, mentre Angela Merkel e François Hollande tenevano una conferenza stampa congiunta per sottolineare lo spirito di «collaborazione» dell’incontro di Bratislava. «Io non sono disponibile a partecipare all’atteggiamento perbenista di chi dice il summit è andato bene, che va tutto bene», ha spiegato il presidente del Consiglio. La dichiarazione adottata dai capi di Stato e di governo contiene una road-map con misure da attuare nei prossimi mesi su immigrazione, sicurezza ed economia. Ma i temi più controversi – distribuzione dei rifugiati, riforma di Dublino, modifica dei trattati, flessibilità e Fiscal compact – sono stati tenuti fuori dall’agenda ufficiale.

«Non sono soddisfatto delle conclusioni del vertice sulla crescita e l’immigrazione. Non posso andare in conferenza stampa» con Merkel e Hollande «se non condivido alcune cose», ha affermato Renzi. La spaccatura è profonda, anche se il presidente del Consiglio si dice ottimista sulle «possibilità dell’Europa», in particolare in vista del vertice informale che si terrà a Roma nel marzo 2017 per celebrare i 60 anni dalla firma del trattato. «Per l’Italia iniziano sei mesi impegnativi». Anche se il Regno Unito «ha deciso di andarsene, l’Ue resta indispensabile per tutti noi», hanno detto i leader nella dichiarazione di Bratislava: «siamo determinati a fare dell’Ue a 27 un successo, costruendo sulla base della nostra storia comune». I leader si sono impegnati a «offrire ai cittadini una visione di un’Ue attrattiva in cui possano avere fiducia».Ma la road-map del vertice appare poco ambiziosa.

Sull’immigrazione, i leader hanno promesso di rafforzare la frontiera tra Bulgaria e Turchia e di lanciare entro la fine dell’anno i guardia-coste e guardia-frontiera targati Ue. La promessa di accelerare sui migration compact con i paesi terzi – in particolare il Nord Africa – per ridurre i flussi e aumentare i rimpatri non è bastata a Renzi. «Definire passo avanti il documento sui migranti di oggi richiede qualche forma di fantasia, da funamboli del vocabolario: si sono ridette le solite cose», ha spiegato il presidente del Consiglio. Anche sulla sicurezza e il terrorismo, la road-map non contiene nulla di nuovo. I 27 si sono impegnati a rafforzare la cooperazione tra servizi di intelligence e ad introdurre controlli sistematici nei confronti di chiunque attraversi la frontiera esterna dell’Ue.

IL TABÙ DELL’ECONOMIA È soprattutto sul capitolo economico che, secondo l’Italia, Bratislava ha lasciato a desiderare. La discussione sul Patto di Stabilità, il Fiscal Compact e il rafforzamento della zona euro è tabù, nel momento in cui Francia e Germania si preparano a elezioni presidenziali e politiche. L’obiettivo dichiarato della road-map è di «creare un futuro economico promettente per tutti, salvaguardare il nostro stile di vita e fornire migliori opportunità ai giovani». Ma, aldilà del raddoppio del fondo di investimenti di Jean-Claude Juncker, non ci sono impegni concreti. «Dobbiamo avere consapevolezza che la filosofia dell’austerity a tutti i costi in Europa non ha funzionato, lo dicono i numeri», ha sottolineato Renzi: «Ora si deve decidere che fare con il Fiscal compact. Dopo 5 anni va a scadenza. Dobbiamo decidere se ha futuro o no. Io credo di no». Gli altri leader hanno invece cercato di mascherare le divisioni sulle questioni più controverse, parlando di cooperazione e risultati concreti. «Bratislava è il punto di partenza di un lavoro intenso», ha detto Merkel. «L’Europa può e deve avanzare con priorità chiare e che corrispondono alle aspirazioni dei suoi cittadini: protezione, sicurezza, prosperità, gioventù», secondo Hollande.

LA SPERANZA DI TUSK Per il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, dopo il vertice si può dire «che c’è speranza» per l’Ue. Ma, mentre Tusk e Juncker parlavano, è arrivato l’ultimo avvertimento di Renzi su twitter: «Passo in avanti, ma piccolo piccolo. Troppo poco. Senza cambiare politiche su economia e immigrazione, l’Europa rischia molto»

A Il vertice di Bratislava, meglio il suo epilogo, segna una nuova svolta nella politica europea di Matteo Renzi. A meno di tre mesi dall’ingresso nel direttorio con Angela Merkel e François Hollande, frutto dello psicodramma seguito alla Brexit, il premier italiano se ne allontana. Sbatte la porta. Non si sa se definitivamente. Probabilmente ne resterà distante fino alla celebrazione del referendum costituzionale di fine novembre: le linee euro-critiche hanno dimostrato di aver un discreto ritorno elettorale. Si vedrà. Di sicuro, al momento, c’è che dopo le numerose promesse sussurrate a metà agosto a Ventotene, né il presidente francese, né la cancelliera tedesca a Bratislava hanno offerto sponde «vere e convinte» a Renzi per una nuova politica economica che il prossimo anno archivi il fiscal compact e l’austerity. Il premier italiano non ha ricevuto neppure l’atteso aiuto sul fronte dell’immigrazione. Tanto che Renzi, a sera, ha scandito: «Se l’Europa non fa accordi con i Paesi africani ce li faremo da soli. Ma di sicuro non può continuare che l’unica cosa che fa la guardia costiera europea è scaricarci i migranti in Sicilia». «Matteo», racconta uno sherpa che ha seguito Renzi durante il vertice, «si è arrabbiato perché da Merkel e Hollande non è arrivata l’attesa e promessa spinta per affermare una vera e forte politica a favore della crescita. E si è sentito tradito per il mancato sostegno ai Paesi, come l’Italia, in prima linea sul fronte dell’immigrazione».

LA TRATTATIVA CON BRUXELLES Eppure, a conti fatti, la trasferta di Bratislava non è andata poi così male. Anzi. Durante un faccia a faccia con Jean-Claude Juncker, a metà mattina, il premier italiano aveva infatti ottenuto l’impegno del presidente della Commissione a concedere all’Italia un’altra fetta di flessibilità: circa 10 miliardi con cui aiutare i pensionati più poveri e ridurre il cuneo fiscale, facendo passare il rapporto deficit-Pil dall’1,8% già concordato, al 2,4%. «Ma siamo stanchi delle mancette e di aiutini ottenuti con Bruxelles che chiude un occhio», dice un altro sherpa delle delegazione italiana. «Tantpiù che ogni volta, per ottenere flessibilità, è come scalare una montagna a piedi nudi. C’è la clausola dell’una tantum da aggirare, ci sono gli eventi eccezionali previsti dal fiscal compact da dimostrare…. Una via crucis».

«NUOVO PATTO POLITICO» Ebbene, il premier italiano chiede invece ai partner europei di «voltare pagina». Chiede all’Unione «una svolta definitiva» e «irreversibile» a favore della crescita. E punta ad ottenerla non tra qualche anno, ma in seimesi: «Non possiamo arrivare al 25 marzo, quando a Roma celebreremo i trattati che hanno dato vita all’Unione, in questa situazione. Serve un nuovo patto politico per rilanciare l’Unione dopo l’uscita della Gran Bretagna». Chiaro il modello da seguire: «Voglio portare in Europa i valori della crescita che hanno segnato il successo della politica economica americana». E confida: «E’ vero, con Juncker ho parlato dello 0,1-0,2 di flessibilità. Ma queste cose non mi interessano. L’Europa è l’area economica che cresce di meno nel mondo. E ci sarà una ragione! Ebbene, questa ragione è il fiscal compact, è l’austerity». Quell’austerity e quel trattato su cui a Bratislava né Hollande, né tantomeno la Merkel hanno voluto avviare una discussione. E che invece, da qui a marzo, diventerà il bersaglio di Renzi: «Dobbiamo stimolare l’economia, favorire la crescita, affermare una nuova politica economica. E io dico che nel 2017 si deve aprire una seria riflessione sul fiscal compact. Tanto più che lo stesso trattato il prossimo anno va a scadenza e dunque va ridiscusso…». Per questo il premier, a fine giornata, parla di «passettini», della «montagna che partorisce il topolino». Di vertice «insoddisfacente». Parole scandite proprio mentre negli stessi minuti, in una conferenza stampa congiunta, Merkel e Hollande celebravano il successo del summit. Una linea utile a Renzi in vista del referendum costituzionale. Perché, orfano di un pezzo della sinistra, il premier punta a conquistare alla causa della riforma Boschi almeno una parte dell’elettorato moderato e di destra. E in questa ottica, è decisamente utile anche l’offensiva sul fronte dei migranti.

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