Pasta con glifosato e sostanze cancerogene in Italia, ecco i dettagli della ricerca

La vendita di agro chimici vale 3 miliardi di dollari il 10% dei guadagni della produzione agricola e investito nel costo degli agro chimici. Se si proibisce il glifosato, l’agricoltura va in crisi. Questo significa che lo Stato è complice, è una violazione di diritti umani, e come quella che c’era durante la dittatura. I medici che curano tutte queste popolazioni sanno che le persone si ammalano a causa dell’esposizione agli agro chimici. C’erano più bambini con malformazioni. Normalmente soltanto 2% dei nati a malformazioni come sindrome di Down, problemi cardiaci, ma abbiamo iniziato a vederne il doppio e il triplo. Queste sono state le affermazioni di un noto professore che si è pronunciato sul caso di Fabian Tomasi nel servizio sviluppato dalle Iene.

Il glifosato è un essiccante utilizzato in alcune parti del mondo, sui cereali in Europa non può essere utilizzato su questo tipo di prodotto, ma può essere utilizzato su altri tipi di alimenti, quindi il terreno contaminato lo stesso. L’ultimo studio dice che esiste una buona parte delle parte le quali mangiamo sono contaminate. Ci sono da capire un paio di cose prima sul glifosato, questo prodotto è sulla lista delle sostanze inizialmente cancerogene del Iarc fanno parte del gruppo 2B, il quale specifica quelle sostanze probabilmente cancerogene, mentre il gruppo uno sono quelle affermate per la loro pericolosità.

Nel gruppo uno, sia quelle che sappiamo per certo che sono cancerogene, c’è l’alcol etilico, l’amianto, e le carni processate, quindi praticamente qualunque insaccato che vuoi conoscete, un po’ meno cancerogeno degli insaccati abbiamo il glifosato che nella stessa lista ad esempio delle carni rosse. Detto questo, cosa si basa questo studio pubblicato.

L’ultimo test de ‘Il Salvagente’ su 23 produzioni a marchio dei pastai, i principali brand sullo scaffale, promuove la qualità raggiunta dalla pasta italiana e del frumento made in Italy. I risultati delle nostre analisi raccontano di un frumento diverso, “coltivato in aree meno umide e per questo più solarizzato”, dice Alberto Ritieni, esperto di micotossine, nel mensile leader nei Test di laboratorio contro le truffe ai consumatori. Per il ricercatore ”la presenza contenuta di glifosato, poi, segnala l’impiego di un grano meno trattato di quello del Nord America che è “essiccato”chimicamente con il noto erbicida della Monsanto, ritenuto “probabile cancerogeno” dalla Iarc.

In altre parole i nuovi risultati delle analisi del Salvagente confermano che la materia prima è oggi diversa da quel grano, canadese e statunitense, spesso troppo contaminato dal Don e con residui di glifosato davvero preoccupanti. Tuttavia aver ridotto l’uso di un grano come quello nord americano mette al riparo da alcuni rischi, come quello del glifosato che in questi paesi è autorizzato anche in fase di pre-raccolta per favorire la maturazione dei chicchi: si usa la chimica perché la natura – il sole – è meno clemente.

I dati del mensile dei consumatori invitano a un ”cauto ottimismo. Trovare campioni con anche 4 o 5 residui di pesticidi, con il rischio dell’effetto combinato sulla nostra salute, così come l’insorgenza di micotossine diverse da quelle a cui eravamo abituati suggeriscono che è ancora presto per cantar vittoria. Ma non va abbassata la guardia”.

Fino a qualche anno fa era un perfetto sconosciuto, oggi è al centro di una querelle scientifica e politica. Stiamo parlando del glifosato, l’erbicida sintetizzato per la prima volta nel 1950 da un chimico svizzero e commercializzato 24 anni dopo dalla Monsanto con il nome di Roundup. Il glifosato è un erbicida impiegato sia su colture arboree che erbacee e aree non destinate alle colture agrarie (industriali, civili, argini, scoline). È utilizzato in 750 prodotti per l’agricoltura ma il più noto resta quello della Monsanto.

IL BOOM? CON GLI OGM L’impiego è cresciuto negli anni di pari passo con le coltivazioni transgeniche: basti pensare che il consumo dell’erbicida è passato dai 67 milioni di chili del 1995 (l’anno precedente ai primi campi Ogm) agli 826 milioni di chili nel 2014. Numeri impressionanti, soprattutto se si tiene conto che il volume di glifosato spruzzato è sufficiente per trattare tra il 22 e il 30% dei campi coltivati al mondo. Nessun pesticida è mai stato irrorato in maniera così vasta nella storia.

 ROULETTE RUSSA Dalla materia prima al prodotto finito il passo è breve. Tracce di erbicida sono state trovate in alimenti, in oggetti di uso comune e perfino nelle urine umane. Il Test-Salvagente lo ha cercato lo scorso aprile nei prodotti a base di cereali (pasta, farina, biscotti, fette biscottate e corn flakes) e nelle acque potabili. E i risultati dimostrano una sorta di roulette russa che difficilmente può assicurare aziende e consumatori. Lotti di aziende in cui è stato rintracciato accanto a lotti delle stesse marche che non lo contenevano, acque di rubinetti che a poca distanza ne hanno fatto registrare la presenza o l’assenza. Difficile stare tranquilli.

RICERCHE CONTRO Da tempo ci sono voci, segnali e indizi sui danni per la salute: dapprima la discussione appassionava esclusivamente i sostenitori dell’agricoltura biologica e di quella convenzionale. Oggi, dopo l’intervento dell’International agency for research on cancer (Iarc) che ha classificato l’erbicida tra le sostanze probabilmente cancerogene e la presa di posizione dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) e di una commissione Fao-Oms che lo hanno assolto, il dibattito è entrato nel vivo e lo sarà ancora di più fino a quando arriverà la decisione della Commissione europea sul rinnovo dell’autorizzazione per i prossimi 15 anni.

UNA PRIMA SCONFITTA Bruxelles e più volte ha dovuto fare dietrofront. Non è un mistero che la Commissione Ue spinga per l’approvazione della misura entro il 30 giugno, data della scadenza dell’autorizzazione per l’utilizzo del glifosato. Avrebbe potuto già approvarlo, senza bisogno di una maggioranza qualificata, così come usualmente fa con l’immissione in commercio dei prodotti transgenici. Ma trattandosi di una questione molto controversa e dibattuta, è determinata ad avere una “copertura politica” da parte degli Stati membri. All’ultima votazione è riuscita a far passare tutti i grandi stati contrari, tra cui Francia e Italia, ad una posizione di astensione, lasciando la sola Malta a opporsi formalmente col proprio voto. Il 23 giugno basterà che uno degli astenuti passi al voto favorevole per archiviare proteste e contrapposizioni e darla vinta ai produttori di glifosato. Sulla decisione dell’esecutivo europeo pesa anche il fatto che la direttiva del 2009 sui pesticidi vieta la commercializzazione di prodotti cancerogeni o probabilmente cancerogeni e il glifosato rientra in quest’ultima classificazione, almeno secondo la Iarc. La Commissione, infine, deve fare i conti con le statistiche. In una recente intervista al Corriere della Sera Fiorella Belpoggi, direttore del Centro di ricerca sul cancro Cesare Maltoni dell’Istituto Ramazzini, ha detto che non esiste una sola sostanza che la Iarc ha definito “probabilmente cancerogena” che col tempo non si sia rivelata come tale.

 

 Saverio De Bonis, 52 anni, lucano, è un produttore di grano duro e presidente dell’associazione GranoSalus.

I suoi attacchi alle industrie – supportati da analisi di laboratorio – continuano a scatenare polemiche furibonde tra i pastai più noti. La controversia non è ancora risolta.

Lo scorso ottobre il tribunale di Roma ha dato ragione a GranoSalus che ha riportato articoli secondo cui la pasta di alcuni marchi contiene sostanze contaminanti e quindi, per deduzione, sarebbe lavorata anche con grano importato dal Canada. Perché avete commissionato quei test che hanno scovato glifosato, micotossine e cadmio?

Sette anni fa un microbiologo che partecipava alle attività dei nostri circoli ha lanciato l’allarme sulla presenza di micotossine. È un fungo patogeno che si sviluppa sul grano a causa dell’umidità. Le istituzioni non ci hanno ascoltato e così abbiamo deciso di cambiare strategia per parlare anche ai consumatori.

GranoSalus nasce così: piccoli produttori locali si associano per tutelare il diritto alla salute e alla produzione di qualità. Lo scorso febbraio abbiamo effettuato i primi test prendendo la pasta sugli scaffali e abbiamo trovato tracce di glifosato e cadmio in otto campioni esaminati, sono perturbatori endocrini e quindi dannosi a prescindere dalla quantità rilevata. Le analisi sono state condotte da un laboratorio di Cuneo certificato e utilizzato anche dall’Unione europea.

Quali paste avete fatto analizzare?

Barilla, La Molisana, De Cecco, Divella, Garofalo, Granoro, Voiello e Coop. Le industrie che hanno presentato ricorso (Coop non lo ha fatto ma ha precisato con una nota) sono state condannate a risarcire le spese processuali perché negli articoli non c’era diffamazione.

Avete fatto controlli sulle navi.

Due a Manfredonia e due a Bari, dove arriva il 60 per cento del grano duro importato. Anche in quel caso i test hanno confermato la presenza degli stessi contaminanti sulla materia prima: micotossine, cadmio e glifosato.

I vostri test però sono stati duramente criticati dalle industrie della pasta. Vi hanno accusato di allarmismo ingiustificato.

Gli articoli in questione, come scrive la prima sezione civile del Tribunale di Roma, costituiscono legittima espressione del diritto di critica e manifestazione del pensiero, trattandosi di temi di tale delicatezza e rilevanza per la salute pubblica.

Le industrie dicono di avere accusato il colpo con un calo delle vendite, ma hanno solo cercato di riposizionare la propria immagine vantando la bontà degli approvvigionamenti dall’estero, come fa Barilla: hanno imposto agli agricoltori italiani un disciplinare su cui scrivere che il grano venduto non contiene glifosato, ma è del tutto superfluo poiché in Italia nessuno spruzza diserbante sulle spighe.

Le sostanze rilevate però sono presenti in quantità che rispettano i limiti previsti dalla legislazione europea, dunque qual è il problema?

Sono nei limiti, però non ci sono prove scientifiche che dimostrino che tutti questi contaminanti, assunti insieme, non provochino danni alla salute. Sui limiti ci sarebbe da discutere. La Fao fissa la presenza della micotossina DON (deossinivalenolo) a 1.000 ppb (parti per miliardo), solo che in Europa a partire dal 2006 questa soglia è stata portata a 1.750.

In Canada il grano che supera la soglia di 1.000 ppb non viene dato nemmeno agli animali: è questa la roba che finisce in Europa. Quanto al glifosato, nel 2016 l’Europa, essendo impossibile stabilire una soglia di pericolosità, si è messa al riparo vietandolo del tutto. Quindi, teoricamente, le paste con tracce di glifosato dovrebbero essere fuorilegge. Abbiamo rivolto la questione al ministero della Salute, ma non ci hanno saputo rispondere.

Se il grano che già oggi importiamo dal Canada è inquinato, cosa cambierebbe qualora venisse approvato il Ceta?

Con il mutuo riconoscimento della legislazione, l’Europa sarebbe costretta ad accettare l’impalcatura giuridica canadese. Il legislatore italiano, per fare solo un esempio, non potrebbe più rifiutare la pasta contaminata al glifosato, quindi verrebbe neutralizzato il principio di precauzione.

Chi utilizza solo grano italiano produce pasta non contaminata?

Il grano italiano non garantisce nulla. La vera garanzia sarebbe scrivere su un’etichetta che nella pasta non ci sono sostanze contaminanti. Anche nel grano prodotto in Italia possono trovarsi elementi di tossicità, nelle zone più umide del paese per esempio è più facile che si sviluppi la micotossina.

Comunque va detto che in Italia si producono ottime paste a 0 ppb fatte con grano secco dove il fungo non si sviluppa. Che prendano il grano dove vogliono, ma le industrie devono dire al consumatore cosa contiene a livello di residui tossici. Del buon grano turco, o spagnolo, può avere le stesse caratteristiche qualitative di quello italiano.

Il grano duro italiano di alta qualità viene anche esportato. Eppure la produzione totale non soddisfa il fabbisogno interno.

Il nostro grano è prezioso e viene venduto all’estero a prezzi più alti. Noi abbiamo l’oro e lo esportiamo, poi per soddisfare il mercato interno a volte lo tagliamo con un po’ di argento. Sta succedendo questo. Nel Maghreb vogliono il nostro grano, non quello canadese: oggi è più tutelato un marocchino che mangia cous-cous di un italiano che mangia la pasta.

Cosa potrebbe fare il governo per tutelare produttori e consumatori?

Dotarsi di una politica di settore che non ha mai avuto. Il cibo, invece, continua ad essere utilizzato come merce di scambio per trattati internazionali e per incrementare l’export. Il governo dovrebbe decidere cosa è strategico per il paese e poi potenziare i controlli.

Un esempio: il ministero ha un elenco di sostanze da cercare negli alimenti stoccati nei porti italiani e tra queste non figura il glifosato. Come mai? Servono controlli seri su tutti i derivati dai cereali: pasta, pane, pizze, dolci.

Tutti gli agricoltori italiani sono impegnati in questa campagna?

Non tutti nello stesso modo. Il sistema agricolo italiano accetta supinamente la filiera capestro imposta dalle multinazionali dei pastai che fissano i prezzi minimi e massimi. Con la complicità del governo.

Syngenta, in occasione del World Pasta Day 2018, propone ‘Pasta e… Basta?’, una riflessione in dieci punti che accompagna in un percorso ‘alla scoperta dei segreti del cibo italiano più amato al mondo’. Tra i protagonisti della filiera del grano italiano, Syngenta condivide la sua esperienza maturata nell’ambito di Grano Armando, il progetto di filiera di cui l’azienda è partner attivo e sostenitore. Una serie di curiosità, falsi miti e segreti sulla pasta di qualità, il cui successo parte dal campo e dalla materia prima: dalla selezione e produzione del migliore grano duro di qualità.
Regina di gusto e semplicità. Semola di grano duro e acqua: sono solo questi, e nient’altro, gli ingredienti della pasta: vera regina della dieta mediterranea, è l’alimento italiano più amato al mondo ed è considerata unica nelle sue proprietà nutrizionali e organolettiche. Proprio per la semplicità delle materie prime di cui si compone, è evidente come per ottenere un’ottima pasta sia essenziale partire da un grano di alta qualità.
Pasta italiana a norma di legge: forse non tutti sanno che la pasta italiana è l’unica al mondo che per legge deve contenere solo grano duro di qualità. A tutela dei consumatori, che così hanno la garanzia di gustare prodotti pregiati e dall’elevato valore nutrizionale, esiste una legge di purezza (legge 4 luglio 1967, n. 580) che prescrive l’obbligo per la pasta italiana dell’impiego esclusivo di sfarinati di grano duro con un minimo di proteine di almeno il 10,50% (considerando che l’attuale livello medio dei produttori italiani si attesta intorno al 12-13%).
Meglio al dente o ben cotta: non esistono dubbi. La pasta, con la P maiuscola, è quella cotta al dente. A confermarlo non sono solamente i grandi chef e i buongustai del Belpaese, ma soprattutto scienziati e nutrizionisti. Infatti, la pasta cotta al dente è innanzi tutto più digeribile, poiché la rete di glutine riesce a trattenere al suo interno i granuli di amido che rendono la pasta assimilabile dall’organismo in modo graduale. Questa cottura, quindi, preserva tutte le caratteristiche migliori della pasta evitando che le proprietà nutritive vengano disperse.
Un falso mito: fa ingrassare. Uno dei principali luoghi comuni sulla pasta la vede colpevole dell’aumento di peso e di massa grassa nel corpo. In realtà, la pasta è una grande alleata della salute. Infatti, 100 grammi di pasta scondita ci consentono di saziarci assumendo appena 350 calorie. La porzione ideale è di 80 grammi e, in caso di regime alimentare controllato, è sufficiente non eccedere nei condimenti per un pasto completo, nutriente e leggero al tempo stesso. Possiamo quindi affermare, su basi scientifiche, che la pasta è il migliore dei comfort food perché fa stare bene: è perfetta contro lo stress grazie alle vitamine del gruppo B che aiutano il sistema nervoso a funzionare in modo adeguato e per la presenza dell’amido, che liberando glucosio aiuta la sintesi della serotonina, il neurotrasmettitore responsabile del benessere. Le diete prive di glutine? Hanno senso e sono fondamentali solamente per i celiaci e coloro che presentano forme di intolleranza.
La pasta è un alimento sicuro: abbiamo visto come per ottenere una buona pasta sia necessario disporre di grano di elevata qualità ed è inevitabile parlare di qualità escludendo il concetto di sicurezza alimentare. Secondo i dati riportati da Aidepi, ogni giorno nei pastifici italiani vengono effettuati 2.000 controlli e costituiscono solo l’ultimo livello di un sistema di controllo pubblico per la sicurezza del grano che è costituito da almeno 15 livelli.
Tenace e nervosa: che carattere. La pasta non è tutta uguale e una pasta di qualità si riconosce anche a prima vista, da cruda, grazie alle sue caratteristiche fisiche, prima tra tutte il giallo dorato che rimanda proprio al grano. C’è poi una caratteristica essenziale, che fa sorridere perché ci ricorda una qualità normalmente associata al carattere di alcune persone. Una pasta di qualità dev’essere nervosa, tenace, dove per ‘nervo’ o ‘tenacità’ intendiamo lo sforzo che occorre per tagliare con i denti la pasta, la sua resistenza al taglio, la sua elasticità e capacità di tenere la cottura. Questa caratteristica della pasta di qualità è strettamente connessa al contenuto proteico del grano utilizzato per realizzarla: più questo è alto, più la pasta risulta tenace.
Il miglior jolly della cucina. Grazie alla sua estrema versatilità, la pasta è una risorsa fondamentale per la cucina di tutti i giorni. Si tratta di un alimento accessibile e pratico: a fronte di un costo mediamente basso, che caratterizza anche la pasta di alta qualità, la pasta ha la capacità di adattarsi a qualsiasi esigenza di preparazione. Veloce da cucinare, gustosa, leggera e nutriente al tempo stesso, ha tutte le carte in regola per essere il cibo preferito da tutti, dagli studenti alle prime armi in cucina ai maestri dell’arte culinaria.
Una storia che parte dalla terra. Il grano duro è al centro dell’agricoltura nazionale: con una produzione annua di 4,4 milioni di tonnellate e un’estensione agricola di oltre 1,3 milioni di ettari (dati Agri-Istat) l’Italia risulta essere tra i maggiori produttori di frumento al mondo. La filiera del grano è fondamentale anche per l’economia del nostro Paese: le aziende agricole italiane che coltivano grano duro sono circa 203.000, mentre sono 1.187 i centri di stoccaggio (dati Ismea). Nonostante questi numeri enormi, la produzione italiana di grano duro, a causa di molteplici fattori, copre solo il 70% del fabbisogno dei produttori di pasta italiani. Il dato, in continua evoluzione, rende comunque necessaria l’importazione di un’ampia percentuale di grano duro dall’estero, che è sottoposto a rigidi controlli di qualità e sicurezza, per garantire sempre il prodotto migliore sulle tavole degli italiani e degli amanti della pasta italiana nel mondo.
L’unione fa la forza: il patto Grano Armando. E’ possibile produrre pasta di alta qualità con grano 100% italiano. La filiera Grano Armando è tra le più importanti per la produzione di grano duro made in Italy e nasce dalla collaborazione tra Syngenta e il pastificio De Matteis. Sono circa 1.700 gli agricoltori che aderiscono al patto di filiera seminando varietà selezionate di grano duro e coltivandole secondo il disciplinare sviluppato da Syngenta, in 24.000 ettari di terreno distribuiti su 9 regioni del Centro-Sud. Questa collaborazione, che si sviluppa su più livelli, permette di produrre grano duro di alta qualità (con un indice proteico del 14,5%) con rese superiori alla media, assicurando all’agricoltore l’acquisto del proprio raccolto da parte del pastificio De Matteis.
In Italia si mangia solo pasta, che noia! Con 26 chili all’anno di consumo pro capite, non siamo solo numeri uno in produzione ma anche in appetito. Gli italiani sono decisamente innamorati dell’alimento che li rende famosi nel mondo: considerando un consumo medio di 80 grammi a pasto, possiamo contare circa 325 piatti ciascuno, più di sei a settimana a base di pasta.
A leggere questi numeri, potremmo quindi sembrare un popolo monotematico dal punto di vista culinario. Ma sappiamo che non è così: sono oltre trecento i formati di pasta registrati in Italia tra fresca, secca, ripiena e all’uovo. Le ricette per condirla, inoltre, sono veramente infinite: possono basarsi sulle tradizioni locali oppure sulla stagionalità degli alimenti. In definitiva è un vero e proprio punto di incontro e crocevia di tutte le filiere agroalimentari italiane. L’unico punto fermo alla base della sua semplice bontà? Il grano di qualità.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *