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Vaccino contro il tumore e fondazione Pascale: Tra la scoperta di nuove molecole e farmaci di ultima generazione, l’ospedale è ormai internazionale…

è un Sud che non ti aspetti. All’ombra del Vesuvio, che sonnecchia minaccioso, l’Istituto nazionale per lo studio e la cura dei tumori di Napoli Irccs “Fondazione Giovanni Pascale” è un crogiolo di iniziative, scoperte, ricerche. L’ultima, la più importante – che ha portato l’ospedale sulla cronaca internazionale – è il vaccino contro il tumore. L’unico al mondo. Il Pascale – che prende il nome dal suo fondatore e primo presidente – è il maggiore Irccs (Istituto di ricerca e cura a carattere scientifico) oncologico del Mezzogiorno ed è centro di riferimento per la rete oncologica nazionale e regionale. Fondato nel 1933, oggi conta più di mille dipendenti, di cui circa 200 medici, per più di 10 mila ricoveri all’anno.

Da dieci anni, una struttura satellite del Pascale è il Crom (Centro ricerche oncologiche di Mercogliano), in provincia di Avellino. Inoltre, è stata costituita l’Alleanza mediterranea oncologica in rete “Amore”, una fondazione che riunisce gli Irccs Pascale di Napoli, Giovanni Paolo II di Bari, il Crob (Centro di riferimento oncologico per la Basilicata) di Rionero in Vulture, per promuovere iniziative congiunte di sperimentazione. Uno dei primi obiettivi della Fondazione è la costituzione della Scuola mediterranea di chirurgia oncologica, insieme a una “rete delle reti oncologiche” delle Regioni meridionali per la condivisione di percorsi diagnostico-terapeutici. Perché il Sud vuole contare.

Unici al mondo

E, in effetti, i risultati ottenuti in questo Ireos, lo dimostrano. È stata aperta al Pascale Tunica sperimentazione clinica di un vaccino per il tumore al fegato attualmente in corso nel modo: Hepavac. Spiega il dottor Luigi Buonaguro, responsabile della Struttura dipartimentale di Immunoregolazione dei tumori del Pascale, che coordina il team dei ricercatori di questo ospedale che hanno fatto la scoperta: «Al contrario della maggior parte dei vaccini cui siamo abituati, Hepavac è terapeutico, non preventivo. Cioè, serve a curare la malattia e non a evitare che si presenti». È realizzato con un farmaco specifico che ha lo scopo di indurre una risposta immunitaria tale da ritardare il ripresentarsi del tumore o favorire un’ulteriore regressione dello stesso dopo il trattamento locale. «Quello sviluppato da noi», precisa Buonaguro, «è uno dei primi vaccini per il tumore del fegato ed è Punico attualmente in sperimentazione nel mondo». I primi risultati dovrebbero arrivare già a giugno 2019.

Il Pascale coordina il progetto a livello europeo e sponsorizza lo studio clinico che vede impegnati il centro di Varese in Italia, Tubinga in Germania, Pamplona in Spagna, Anversa in Belgio, Birmingham in Inghilterra e Nantes in Francia. In Italia, è inoltre coinvolto l’Ospedale Sacro Cuore di Negrar – Verona. Se i risultati del prossimo anno confermeranno le tesi dei ricercatori, si potrà poi procedere alla sperimentazione su vasta scala. «Il trattamento», specifica ancora il medico, «consiste in otto punture intradermiche (cioè, iniettando una piccola quantità di farmaco nello spazio tra l’epidermide e il derma, per farlo assorbire più lentamente, ndr.) da effettuare periodicamente e precedute da un’unica infusione endovena di ciclofosfamide a bassa dose, un chemioterapico che ha lo scopo di preparare il terreno».

La forza dì ricominciare

Mirosa è una donna energica e risoluta. Due anni fa, le hanno diagnosticato un tumore dell’ovaio di origine genetico-eredi- taria in stadio avanzato. «Un fulmine a ciel sereno», ammette ora, dopo aver combattuto come una leonessa la sua battaglia. «Ho subito un intervento chirurgico e, come da protocollo, mi sono sottoposta a un ciclo di 22 chemioterapie. Le sofferenze sono tante, fisiche e psicologiche, difficili da descrivere…». È arrivata al Pascale perché qui era in corso una sperimentazione (il risultato della ricerca si è già ottenuto ed è positivo) per evitare la recidiva in pazienti con mutazione dei geni Brca 1 e Brca 2. Il medicinale utilizzato è in grado di far regredire il tumore per oltre due anni dopo che la paziente si è sottoposta a chemioterapia. «Purtroppo», lamenta Mirosa, che ha fondato Acto Onlus Campania (www. actoonlus.com/it), per offrire informazioni e sostegno su questa problematica,

«non esiste un programma di screening per una diagnosi precoce». Accanto a lei, tre giovani e attive ricercatrici: Carmen Pisano, Marilena Di Napoli e Sabrina Cece- re (gruppo coordinato dal dottor Sandro Pignata). «Lo studio per la realizzazione di nuove molecole», affermano, «è fonda- mentale per la sopravvivenza dei pazienti e per permettere la cronicizzazione del tumore. Oggi, a differenza di pochi anni fa, le pazienti hanno a disposizione numerosi farmaci: immunoterapici, biologici e inibitori… ». Il Pascale è centro di riferimento europeo per la patologia ovarica e coordina il gruppo di ricerca italiano Mito, che include 80 centri di tutte le Regioni.

Urologia e robot

Salvatore e Nicola hanno subito due interventi importanti: il primo alla prostata, il secondo è stato invece operato, ormai più di 20 anni fa, per un tumore alla lingua. Sono due napoletani veraci e allegri, nonostante la malattia, che raccontano con delicatezza e partecipazione. Grazie ai medici del Pascale e grazie al robot. «Lo utilizziamo per la chirurgia urologica dal 2012», afferma il dottor Sisto Perdonà, che dirige il reparto di Urologia. «I vantaggi sono numerosi: maggior precisione nell’intervento, tempi di recupero rapidi (da 15 giorni a 5 di degenza), minori complicanze, minimo impiego di medicine o di trasfusioni e, praticamente, nessuna controindicazione». Attualmente, «il 60 per cento dei nostri pazienti», dichiara Perdonà, «chiede di essere operato con il robot, perché ormai tutti sanno i grandi benefìci di questa metodologia. Che, certamente, è costosa, ma l’obiettivo di un’azienda sanitaria pubblica è il benessere del paziente, non fare utili…». Tanto che, a breve, verrà istallato un secondo robot, per un più veloce e miglior smaltimento delle liste di attesa.

Franco Ionna, direttore della Struttura complessa di Chirurgia maxillo-facciale e Ori, quando operò Nicola era un giovane chirurgo. Oggi, con 20 anni di esperienza alle spalle, è convinto: «La robotica permette di ridurre la tossicità della radioterapia e dei farmaci». Il tumore alla lingua non è comune: rappresenta il 6 per cento di tutti i tumori maligni «ed è strettamente legato al fumo di sigaretta, all’alcol, ma anche alle protesi dentarie fatte male. L’uso del robot, nel nostro campo, ci permette di evitare l’apertura della mandibola e la tracheotomia, ma anche di raggiungere cavità laterali e suturare i punti dall’interno». A tutto vantaggio, appunto, del paziente.

Colon e pancreas

Di grande rilievo anche la ricerca per il colon e il pancreas. Nel primo caso, sono tre gli studi clinici avviati, con l’obiettivo di impedire al tumore di adattarsi con meccanismi di resistenza al trattamento e, dunque, di migliorarne l’efficacia e al tempo stesso attenuare alcuni effetti collaterali dei farmaci, e di evitare, attraverso l’immunoterapia, la formazione di metastasi a distanza. In particolare, lo studio Revolution, che comincerà l’arruolamento entro l’estate ed è risultato vincitore del finanziamento di ricerca finalizzata da parte del Ministero della Salute, valuterà, in pazienti con tumore del colon avanzato con mutazione del gene Ras, l’impatto sulla sopravvivenza, di un farmaco generico a basso costo. Mentre il progetto di validazione intemazionale di un nuovo test, Immunoscore, permetterà di stabilire in modo accurato l’evoluzione della malattia, cioè le possibilità di recidiva e, di conseguenza, di sopravvivenza delle persone colpite da questa neoplasia. Lo studio ha coinvolto un consorzio di 14 centri di 13 Paesi, sotto l’egida della Società dell’immunoterapia contro il cancro (Site). Il progetto per la validazione è partito proprio da Napoli nel febbraio 2011 e il Pascale è il centro in Italia che ha annoiato il maggior numero di pazienti.

Per quanto, infine, riguarda il pancreas, è stato sperimentato per la prima volta in Europa il trattamento dell’elettroporazione per i tumori che non possono essere operati. Tale metodica dura pochissimi secondi e consiste nell’emissione, attraverso degli aghi, di scariche elettriche (elettroporazione), che determinano l’apertura di pori e permettono la diffusione di farmaci all’interno della cellula tumorale. La conseguenza è la regressione dei noduli tumorali. Insomma, nonostante i luoghi comuni, l’eccellenza italiana è anche al Sud

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