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Arsenal – Napoli  Streaming, dove vedere la partita in tv

La partita Arsenal – Napoli verrà trasmessa Giovedi 11 Aprile in diretta e in esclusiva da Sky e nello specifico su Sky sport Serie A canale 102 Sky Sport 251. Tutti gli abbonati Sky potranno seguire la partita in streaming anche da dispositivi mobili come smartphone, pc, tablet e attraverso le piattaforme online Sky Go e Now TV. Molti sono i portali che danno la possibilità di assistere ad eventi sportivi in diretta streaming e sono davvero tanti. Esistono anche tanti siti che propongono eventi dal vivo, ma che non sono legali e danno anche nella stragrande maggioranza dei casi problemi e scarsa qualità video e audio. In genere questi siti vengono anche essere oscurati dalla Polizia informatica, proprio per la violazione del diritto di riproduzione. Esistono quindi dei portali legali che danno la possibilità di poter vedere le partite di calcio in streaming live, offrendo anche una qualità HD. Tra queste non possiamo non citare Sky Go e Premium Play che sono a pagamento, mentre altri sono gratuiti.

Rojadirecta Arsenal – Napoli

ROJADIRECTA Arsenal – Napoli – Come sito di streaming gratuito uno dei più famosi è Rojadirecta. Il sito spagnolo dovrebbe presentare il link della gara poco prima dell’inizio del match. Vi ricordiamo, come sempre, di non usare questa pratica, visto che potreste incorrere in multe e sanzioni elevate.

Un ballo sulle punte per ammaliare il pubblico dell’Emirates e sorprendere l’Arsenal. Il pensiero stuzzica non poco Carlo Ancelotti, cui la notte avrà portato consiglio. Perché la miglior difesa è l’attacco «e se ti difendi bene, poi attacchi meglio», sottolinea l’uomo di Reggiolo, con la concretezza che gli viene dalla sua terra. Ci sono momenti in cui ti devi inventare qualcosa e un tecnico esperto come lui sta cercando in tutti i modi di trovare la chiave per rilanciare i suoi. E così alla vigilia balena l’idea del tridente con Mertens-Milik-Insigne. Magari non dall’inizioma in corsa. Magari i tre giocheranno, manon tutti insieme. Diventa un modo per coinvolgere tutti e tenerli sulla corda nella partita fondamentale della stagione.

CHIAREZZA E CORAGGIO La prima è la qualità che ci sta mettendo il tecnico per ridare ordine mentale ai suoi che in quattro giorni fra Empoli e la partita al San Paolo col Genoa, hanno contribuito a crearsi dubbi e paure. Specie sulla fase difensiva e su quella ha battuto molto l’allenatore, preparando i suoi sia al movimento di due trequartisti dietro una punta, sia a uno schieramento col fantasista dietro due attaccanti. Ma questi movimenti li ha studiati soprattutto in chiave offensiva. Perché vuole una squadra capace di ribaltare l’azione, di colpire. Ed ecco qui sta il coraggio. Che il Napoli ha smarrito da tempo in un campionato portato avanti senza grandi entusiasmi per via di un secondo posto già blindato nel girone d’andata ed una Europa League che, finora, ha proposto avversari inferiori.

BIGLIETTO PARIGI-LONDRA Coraggio, dicevamo. La prima volta che ne parlò Carlo Ancelotti si era in ottobre, nel ventre dello stadio del Psg. Lo chiese ai suoi uomini che risposero la sera dopo alla grande ribattezzando per una sera lo stadio parigino, Parco dei principi azzurri. Era il periodo in cui imperversava la banda bassotti: Insigne e Mertens segnarono entrambi sfruttando velocità e verticalizzazioni. Ecco perché Carletto è anche attraversato dall’idea di lasciare fuori, almeno in partenza, Milik. Pensieri. Ma quello che più conta è lo spirito di quel Napoli, da ritrovare, perso soprattutto dopo lo shock dell’eliminazione dalla Champions, a dicembre, Liverpool. Ecco idealmente, in una sorta di «ritorno al futuro» il Napoli dovrebbe prendere un volo che dalla Parigi autunnale lo porti direttamente alla primavera di Londra.

INTERRUTTORE Per farlo occorre che la guida degli azzurri trovi l’interruttore da riaccendere subito. Non semplice da trovare nella testa di suoi. Dovranno essere capaci di resettareEmpoli e Genoa, ricordare come organizzare una fase difensiva attenta e aggressiva e tenere un ritmo elevato, capace con la verticalità di innescare le punte e colpire al cuore i Gunners. Ieri i figli del presidente, Luigi e Edoardo, hanno portato il messaggio del padre di stimolo alla squadra. Ed è probabile che oggi al telefono sia lo stesso Aurelio De Laurentiis, a casa per un breve periodo di riposo, a chiamare a Londra.

MEMORIA E ORGOGLIO Ci sono poi tre giocatori cui vanno ricordate le sfide del 2013 per stimolare l’orgoglio. Callejon, Mertens e Insigne erano nella squadra, allora guidata da Benitez, che nel girone di Champions fu eliminata con 12 punti – caso unico nella storia dei gruppi della coppa dalle grande orecchie -: una sconfitta 2-0 all’Emirates e poi una vittoria al ritorno al San Paolo con lo stesso punteggio,maun gol di differenza reti generale qualificò Borussia Dortmund e Arsenal. Callejon aveva realizzato nel finale il 2-0 ed esultava felice, salvo qualche minuto dopo piangere in ginocchio per l’eliminazione. Ricordare quella amarezza per trovare altri stimoli. Napoli: mission possible.

Si chiamava William Garbutt, è stato il primo tecnico che ha rivoluzionato il calcio italiano, si deve a lui se gli allenatori si chiamano mister. Arsenal e Napoli sono due capitoli della sua storia. ALL’ARSENAL William Garbutt nasce a Hazel Grove il 9 gennaio 1883. Nel 1904 comincia a giocare all’ala destra nel Reading. Vi rimane fino al 1906 e viene ceduto all’Arsenal, dove gioca fino al 1908. Quindi il passaggio al Blackburn dove rimarrà fino al 1911 e concluderà qui la sua carriera di calciatore per l’ennesimo incidente. Torna all’Arsenal l’anno dopo senza giocare mai.

LA SVOLTA DI NAPOLI Comincia ad allenare al Genoa (tre scudetti nel 1915, ‘23 e ‘25, con la guerra di mezzo: nell’aprile 1918 viene ferito ad una gamba, riceve due medaglie al merito e un’onorificenza): tutti lo chiamano Mister Garbutt. Da cui, «mister». Nel 1924 Vittorio Pozzo si avvale della sua collaborazione tecnica per l’Olimpiade di Parigi. Poi due stagioni alla Roma, ed ecco Napoli. 1929-30, primo campionato italiano a girone unico. Il presidente del Napoli, Giorgio Ascarelli, ingaggia Garbutt, che impone rigide regole di comportamento. Allo stadio ci sono tre spogliatoi: titolari, riserve e ragazzi. Questi ultimi potevano accedere al locale della prima squadra soltanto bussando, dando del lei o del voi ai big. Chiunque avesse avuto bisogno di parlare con Garbutt, poteva farlo soltanto in sede «perché al campo si viene soltanto per l’allenamento ». Garbutt resta a Napoli per sei campionati (terzo nel 1933 e nel ‘34). Dopo andrà a Bilbao, facendo vincere all’Athletic il primo campionato della sua storia.

LA FIGLIA MARIA Garbutt decide di far trasferire la famiglia a Bagnoli Irpino: l’aria pura è l’ideale per la moglie Anna che soffre di asma. Un giorno la signora sente una risata e il canto di una bambina provenire dalla casa vicina. Si chiama Maria Concetta Ciletti, 8 anni, ha perso la madre da poco, vive con la famiglia di modeste condizioni economiche. Frequenta casa Garbutt, tiene compagnia ad Anna che trova in lei la figlia che aveva sempre desiderato. Maria entra a far parte della famiglia Garbutt e non se ne separerà più anche se non verrà mai adottata legalmente.

LA FINE DEL MISTER Nel 1951 Garbutt torna in Inghilterra con Maria. Muore a Warwich il 16 febbraio 1964 per una leucemia linfatica cronica. Prima dell’ultimo respiro dice a Maria «Sei una brava ragazza». Attila Sallustro ricorderà così il suo mister: «Capelli bianchi, pipa fra i denti, innamorato di Napoli e del Napoli, del vero stile del calcio, della tecnica, della velocità, tre passaggi e gol».

La mattina sui campi di Cobham, le prime ore del pomeriggio a studiare inglese in ufficio, la sera qualche volta a cena da Chicca, la notte a dormire nella splendida casa a Knightsbridge. La Londra di Carlo Ancelotti è stata piacevole e, al netto delle problematiche di un club particolare come il Chelsea, spensierata. L’allenatore del Napoli trascorse nella capitale britannica due stagioni, dal 2009 al 2011. Fece il Double, Premier e F.A. Cup, nella prima annata, con il dessert del Community Shield all’esordio con i Blues, il 9 agosto 2009. Nella seconda, arrivò dietro allo United in campionato e fu eliminato ai quarti di Champions sempre dallo squadrone di Alex Ferguson, ma fu liquidato in modo sbrigativo negli spogliatoi dell’Everton dopo l’ultimo match di campionato, il 22 maggio 2011. E’ proprio vero: i miliardari possono comprare mille cose, ma signori, come diceva Totò, si nasce.

LA SUA LONDRA Ancelotti riuscì a godersi Londra, nei limiti dei ritmi forsennati del football inglese. Scelse di vivere in pieno centro. Non condusse un’esistenza «casalavorocasa ». Non optò per la campagna del Surrey per stare vicino a Cobham. Aveva una grande voglia di Londra: le sue atmosfere, i parchi con qualche seduta di jogging a Hyde Park, un ristorantino vicino casa. Le cene da Chicca, napoletana doc, furono un appuntamento abbastanza fisso. Carlo conquistò tutti, e non solo per le mance discrete da gran signore: semplicità, educazione e qualche battuta, scivolando di tanto nel romanesco con gli amici di passaggio. «Aho?». «Aho».

LE SERATE L’Ancelotti londinese coincise con Capello c.t. dell’Inghilterra e Franco Baldini team manager della nazionale. C’era Marco Tardelli, all’epoca vice di Trapattoni all’Irlanda. C’erano Vialli e Di Matteo, di stanza a Londra dagli anni Novanta. Ci si incontrava da Chicca, di fronte alla palestra frequentata da Capello. Qualche cena tra uomini di calcio rientra nella normalità, ma Ancelotti si concesse anche a qualche giornalista italiano. Si parlava di tutto: football, politica, mondo e, naturalmente, Londra. Qui decollò il rapporto con l’attuale moglie, Mariann. Anche per questo, Londra resterà sempre nel cuore di Ancelotti, stregato dalle atmosfere di una città multietnica, vera metropoli della vecchia Europa: la Brexit era ancora lontana. Carletto si meritò stima e simpatia da parte dei giornalisti inglesi. Ancora adesso chiedono di lui: Henry Winter del Times, Tony Banks del Daily Express, Martin Samuel del Daily Mail.

IL TOP Welcome to London. In queste ore in tanti hanno dato il bentornato a Carlo. «Ripeterò all’infinito che a Londra e nel calcio inglese ho vissuto un’esperienza fantastica. Qui c’è il top per il calcio e la Premier rispetto ai miei anni è ancora migliorata». Ancelotti è tra i più impegnati nella lotta al razzismo in Italia e parlando di quanto è accaduto nel weekend d’Oltremanica, con quattro episodi di xenofobia, dice: «La differenza è che in Inghilterra quando accadono queste cose è un scandalo. Da noi è la normalità. Quando anche da noi il razzismo ci scandalizzerà, beh allora vorrà dire che avremo intrapreso la strada giusta».

El Maestro: titolo impegnativo per la biografia di un allenatore di calcio. Unai Emery parla poco e alla vigilia della sfida ArsenalNapoli ha rifiutato le interviste con i giornalisti italiani, a parte quelle previste dai contratti tv. Per conoscerlo meglio, andando oltre le esperienze di manager, ecco allora il suo libro, El Maestro, rilanciato e aggiornato nella versione inglese con il capitolo dedicato all’Arsenal. Questo manager basco nonno, padre e zio ex giocatori , originario di Hondarribia, ripete come un mantra: «Lavoro, lavoro, lavoro: questa è la mia stella polare». La carriera di centrocampista è stata modesta, conclusa a Lorca e sempre a Lorca, nel 2005, iniziò quella di allenatore, decisamente più consistente. Nel 2005 portò il Lorca in Seconda divisione. La stagione successiva sfiorò la promozione nella Liga. La svolta avvenne nel 2006, ad Almeria, dove l’incontro con Alberto Benito, direttore sportivo del club, avviò una collaborazione diventata nel tempo amicizia. L’ascesa di Emery è stata irresistibile: Valencia, Spartak Mosca, Siviglia, Psg, Arsenal, le tre Europa League conquistate di fila dal 2014 al 2016, il campionato francese, le due coppe di Francia, altrettante Coppe di Lega e Supercoppe.

LUI E CARLO Nel suo cammino ha incrociato Ancelotti e un 30 del Psg contro il Bayern provocò, il 28 settembre 2017, l’esonero dell’attuale tecnico del Napoli. Emery ha speso parole importanti nei riguardi di Carlo: «E’ un top manager, un vincente. Ha vinto tre Champions, tanto di cappello».

LA TATTICA Emery si distingue rispetto ai colleghi spagnoli per un particolare: la cura minuziosa della tattica. Non è uomo da tiqui taca sempre e comunque, per capirsi. E non ha, soprattutto, un unico modulo di riferimento. Alla guida dell’Arsenal ha giocato su più tavoli: il 4231 che propose già ai tempi di Valencia, il 352, ora il 3412 alternato al 3421. I giornalisti inglesi dicono di lui: «Se già indovinare le formazioni con Wenger era difficile, con Emery è impossibile». Contro il Napoli dovrebbe proporre il 3412, con i rientri di Xhaka, Torreira e Aubameyang. «Sappiamo che sarà difficile contro il Napoli – spiega –. Sappiamo anche che questa sfida durerà 180 minuti, magari con la coda dei supplementari e dei rigori. Le possibilità sono cinquanta per cento a testa. Noi ci giocheremo le nostre chance, ma il Napoli merita enorme rispetto. Ha battuto in Champions Psg e Liverpool, in Italia da anni è protagonista. Servirà un grandissimo Arsenal per approdare alle semifinali. L’Emirates, all’andata, può darci la spinta decisiva».

Il fumo di Londra dev’essere accecante e sotto al sopracciglio batte un cuore che ispira: anche un Ancelotti, nel suo piccolo, si inc…., si arrabbia, e in queste notti che gli appartengono per intero, perché i Re sono per sempre, Arsenal- Napoli rappresenta la cartina di tornasole di un’anima apparentemente placida e comunque irritata. «L’ambiente non è attraversato da malessere, non almeno il nostro: la squadra, lo stato , la società. Certo, c’è qualche inc….tura ma anche la consapevolezza di quello che siamo stati appena dieci giorni fa». Il crocevia di quest’anno che non può essere catalogato di transizione è l’Emirates, poi il san Paolo, e c’è un bivio ora dinnanzi a sé: superarlo di slancio, vivendo poi avvolti in quel sogno che si chiama Baku, o «deragliare», calandosi in quella «normalità» in cui non rientra Ancelotti, tre Champions vinte e una bacheca nella quale, per orientarsi, serve il tom tom: «Noi abbiamo vinto a Roma appena due domeniche fa e mi pare che in quella circostanza siamo stati bravi: quindi non c’è da preoccuparsi. Se restiamo concentrati, possiamo fare bene. Ma bisogna difendere bene e questo non significa che faremo una gara difensiva. Ma non sarà decisiva, stavolta». LESSON ONE. Si comincia dall’Emirates, in un bunker, in quella atmosfera magica che ti cattura e ti fa oscillare pericolosamente: ma sono stati giorni in cui Ancelotti si è messo una maschera, e ancora la porta addosso, per spiegare al Napoli cosa bisognerà inventarsi, da oggi in poi. «Io so che, se non sono cambiati i calendari, tra una settimana giochiamo al san Paolo. Ma la partita di andata può indirizzare il ritorno. Sono convinto che torneremo quelli di Roma, per attaccare come vogliamo. E davanti che ho il dubbio: vedrò, tutti hanno una possibilità». E il Napoli e l’Arsenal, hanno le stesse: si parte alla pari, ognuno con la propria Storia, da voler ulteriormente arricchire, ognuno con la propria natura di squadra, ognuno con i vizi pubblici e le private virtù, che Ancelotti ha rilevato nel faccia a faccia ridimensionato per umane esigenze di copione pure dinnazi ad un gruppo di tifosi, amanti del bastone e non della carota. «Vero, ho incontrato qualche fans, che mi ha chiesto di essere diverso, più duro. Ma non ce n’è motivo, io non cambio il mio modo di essere e quanto al ritiro a Verona, si era deciso già prima della gara con il Genoa. Poi, sulla partita, c’è una certezza: cinquanta per cento di possibilità a testa. Emery ha la mia stima ed ha più esperienza di me in questa manifestazione. Domani, con lui in panchina, sarà difficile per noi. Ma io ho uno straordinario rapporto anche con Wenger, che ho incontrato di recente». THE LEGEND. Dici Ancelotti e pensi anche al Chelsea, in una conferenza stampa che sa di evento e in cui compaiono «fantasmi» assai vicini: «Non è il momento di parlare di altro ma so che Hazard è un grande calciatore guidato da un grande manager. Londra è fantastica e io al Chelsea ci sono stato bene. Qui non ci sono insulti, ora che è successo è diventato uno scandalo mentre da noi in Italia sembra sia la normalità: miglioreremo quando anche nel mio Paese ci stupiremo ». Let’s go: perché hanno virtualmente sistemato la palla al centro. E se dovesse sembrarvi una semplice, banale partita, converrà farsene una ragione: «Basterà sapere con chiarezza quello che dobbiamo fare, come affrontarli, sia che giochino con due punte che con una. E quella certezze le devo dare io». He’s backn

L’ombra che s’allunga sull’Emirates cambia di ora in ora e bisognerebbe stare (ma sul serio) nella testa di Ancelotti, per decifrarne i pensieri che in realtà nascondono una strategia: quella piccola, sfuggente, assai «scugnizza», appartiene a Lorenzino Insigne, che sta meglio e praticamente bene e rappresenta la variabile per far impazzire quel che nei gunners rappresenta l’attuale legittima difesa; e l’altra, ovviamente massiccia ed egualmente corpulenta, sa di Arkadiusz Milik, un «bisonte » ma sensibile assai con il piedino (il sinistro) e anche una sentenza. ALTO, BASSO. Avanti tutti però con l’inevitabile giudizio che conviene dosare in tre ore (supplementari esclusi) in cui c’è in palio mica solo l’onore ma anche la stagione e poi l’orgoglio e poi anche un bel po’ di punds e di euro: il Napoli pare fatto, nei suoi dieci-undicesimi e l’ultimo interrogativo, in questa vigilia fascinosa e misteriosa, è lì, dentro i sedici metri o poco fuori, in quella terra di nessuno che dovrà pur essere di qualcuno. E’ una scelta «ideologica», ovviamente, contiene in sé le diverse teorie per attaccare, attraverso movimenti che appartengono all’uno e nell’altro e viceversa. La notte, a volte, può anche portare consiglio, lasciare invariato il percorso di Ancelotti o modificarlo: ci vorrebbe una sonda, per strappargli l’identikit dell’ultimo uomo. E l’attesa continua, lsono e classiche situazioni della vigilia.

19 SQUILLI. Insigne è appena tornato e nell’ultimo mese (da Sassuolo all’Emirates) ha messo nelle gambe i ventitré minuti di domenica sera con il Genoa e due acciacchi ormai dimenticati. Ma Milik, che fa paura, diciannove reti come un top player, nello stesso periodo non si è (quasi) mai fermato, ha cominciato dalla panchina solo a Reggio Emilia, poi quattro partite pari a trecentosessanta minuti (e recupero da aggiungere) ma soprattutto tre gol e un assist. Le statistiche, però anche i muscoli, a volte hanno un’anima: ma è Insigne-Milik o Milik-Insigne.

Unai Emery si prepare per una competizione che conosce fin troppo bene, avendolo già vinta tre volte: l’Europa League. I suoi critici dicono che è un’arma a doppio taglio: se l’hai vinta così tante volte è perché invece di fare la Champions, fai l’Europa League. Lui però non la snobba: questa e’ la sua competizione ed e’ quella che vuole vincere. Pure Ancelotti ha vinto tre coppe in Europa, solo che le sue sono Champions. «Ho grande rispetto per tutti gli allenatori, ma per me Ancelotti rappresenta il top. Ha così tanta esperienza. E’ straordinario». I DUBBI. Contro il Napoli questa sera ha diversi nodi da sciogliere a cominciare da due giocatori in dubbio, Xhaka a centrocampo e il capitano, Koscielny, in difesa. «Deciderò in mattinata. Si sono allenati ma preferisco aspettare l’ultimo minuto per verificare le loro condizioni fisiche». In ogni caso e’ già pronto il piano B. Se Koscielny recupera, le ipotesi difensive sono due. La prima è il ritorno al 4-2-3- 1. In tal caso affianco del francese vi sarebbe Papasthatopoulos, con Monreal a sinistra e Maitland-Niles a destra. In mediana il rientrante Torreira e uno fra Xhaka (se recupera) e il giovane Guendouzi. Poi, Ramsey o Ozil dietro il centravanti Lacazette ed Aubameyang e Mkhitaryan (oppure Ozil sulle fasce). L’alternativa è la difesa tre. In tal caso, con Papasthapoulous ecco Monreal e Mustafa . Mainland-Niles sulla fascia destra e Kolasinac a sinistra, con i mediani invariati (Torreira e uno fra Guendouzi e Xhaka). Davanti Lacazette, Aubameyang e Ozil (o Mkhitaryan) con due schemi possibili: il modulo a due punte oppure Lacazette centrale e gli altri due larghi. Emery non si sbilancia sul rientro di Torreira, elemento fondamentale, liquidato con la solita battuta: «E’ importante il suo ritorno? Bah, ogni giocatore è importante e ogni allenatore è contento se ha il maggior numero possibile di giocatori a disposizione così ha la più ampia gamma di scelte. Abbiamo delle partite importanti da giocare, sia in Premier League che in Europa League quindi è logico che avere più opzioni ci favorisce». Scena muta anche su Aubameyang. «Non ha giocato l’ultima gara perché stava facendo un corso di antibiotici. Pero’ adesso sta meglio ed è pienamente recuperato. Giocherà? Forse. Forse sarà titolare. O forse lo metterò a gara iniziata». MISTERO OZIL. Emery non abbocca neanche sul discorso-Ozil. Il rapporto con il tedesco non è stato facile quest’anno (Ozil è finito spesso in panchina o in tribuna, specie in trasferta e gli si rinfaccia di giocare male lontano dagli Emirates). Domenica, dopo la sostituzione durante la sconfitta con l’Everton ha avuto un gesto di stizza e ha lanciato il giaccone verso la panchina. Ancora una volta, a precisa domanda, Emery dribbla le polemiche. «Io sono concentrato sulla partita cosi’ come lo sono tutti i miei giocatori. Questa è la cosa più importante, questa è la mia 􀃀 loso􀃀 a. Noi siamo uniti, nei momenti belli e in quelli meno belli».

Vamos: a testa alta, ignorando quel febbrone da cavallo che gli ha sottratto energia e tuffandosi in uno stadio che rapisce, ama l’estetica, i piedi buoni e anche la testa alta. Vamos: ed è il momento di Fabian Ruiz, la «grande scommessa» di Carlo Ancelotti, che gli ha affidato le chiavi del centrocampo dopo l’addio di Hamsik ed ha scelto di inventarsi un altro capitolo di una carriera nella quale di trasformazioni ne ha plasmate tante: Fabian è il centrocampista di sinistra che poi diventa trequartista che viene adattato da mediano che fa la mezzala o anche la sottopunta, sino a quando, Ancelotti non intravede in lui qualità diverse, da regista moderno.

RIVOLUZIONE. Il Napoli rivoluzionato dipende da Fabian Ruiz il rivoluzionario, il ventitreenne che ha ispirato la ricostruzione del Napoli ad Ancelotti: dal tridente a qualche tentativo di albero di Natale e poi, dalla Fiorentina in poi, gara d’andata, due mediani (li chiameremo per convenzione così) dinnanzi alla difesa, in genere lo spagnolo con Allan, avendo anche Diawara (che intanto si è fatto male), Hamsik (che poi è andato Cina) e Rog (che ha scelto incautamente la Liga ed il Siviglia).

RIECCOLO. Fabian Ruiz si è dovuto fermare proprio nel giorno forse più bello della sua carriera, quella che coincide con la prima convocazione nella nazionale spagnola, durante l’ultima sosta: gli viene un’influenza che lo esclude dalla gara con l’Udinese, che poi gli nega anche la Roja e lo spedisce per tre giorni in ospedale, a Madrid. E’ un’ondata di paura che però evapora in fretta, che riconsegna ad Ancelotti un calciatore poi integro però da recuperare e adesso, dopo essersi «scaldato», su ritmi blandi, ecco la prova della verità, in una partita che può dare un senso al Napoli e può definitivamente legittimare un calciatore a tutto campo. E’ la notte di Fabian Ruiz, servirà saggezza e anche temperamento, un carattere e una personalità che sappiano occupare lo spazio e la scena nell’Emirates: sarà necessaria la leggerezza nelle giocate e la personalità di un leader, la ferocia del suo primo semestre napoletano, quella sontuosa interpretazione che ha catturato il San Paolo e che ora punta ad abbattere la prossima barriera. Vamos, Fabian.

Buoni, state buoni: e varrà la pena godersi questo stadio futurista, che lascia spalancare ogi occhi, fino a stropicciarseli, perché ci sono luoghi che esaltano il calcio. Fate i bravi, ragazzi, com’è sempre successo recentemente, perché in Inghilterra non si scherza: tolleranza zero, ma sul serio, senza sconti per nessuno. C’è il clima giusto, anche quello meteorologico, e poi in questo teatro modernissimo, c’è semplicemente il desiderio di accomodarsi, per riempirsi di football: tremila napoletani, arriveranno anche con due charter che decollerrano in mattinata, sarà uno spicchio dell’Emirates ma riusciranno a farsi sentire, anche se gli altri saranno di più, è ovvio.

SOLD OUT. E’ una notte per sessantamila spettatori, non c’è più un biglietto, hanno cercato in tutti i modi, ieri, di trovarne qualcuno alcuni giovani che sono approdati sino all’Emirates: sold out, si può riparare in qualche pub, o ascoltarne dall’esterno il rumore sordo del pallone, ammesso che si riesca e sia la stessa cosa. Il viaggio è già cominciato, bastava fare un giro per Londra, nel centro, lungo le strade del tour turistico, e accorgersi che c’erano sciarpe e magliette azzurre: sono arrivate da Bologna, da Rimini, da Napoli ma anche dalla Spagna e dalla Francia e c’è chi stamani atterrerà dall’Olanda, perché questo è un appuntamento irrinunciabile. In tremila stasera e almeno in quarantacinquemila anche al ritorno, con uno slancio che lascia intravedere uno sbalzo ulteriore in avanti che consentirebbe di superare la soglia dei cinquantamila: in totale, (elementare, Watson) centodiecimila tifosi sparpargliati nei due stadi per un quarto di finale che dà un senso alla stagione e che rappresenta, a questo punto per entrambe, un obiettivo imperdibile. E per l’Arsenal, che è a rischio Champions, forse vale di più.

L’EMIRATES. E’ vietato esagerare, ovviamente, anche se non c’è ansia esagerata per una partita che viene considerata di routine: i tremila tifosi del Napoli saranno controllati dalla solita «squadra» di steward (circa ottocento) e di poliziotti (chiaramente anche a cavallo), con un’attenzione rigorosa ma non esagerata. Da ieri sera, sono stato già «blindate» le aree di accesso all’Emirates e la sicurezza terrà d’occhio, giustamente, le uscite delle fermate della metropolitana utili per accedere rapidamente all’Emirates.

«INFILTRATI». Ma gli italiani sono ovunque e i napoletani anche: almeno in duemila dovrebbero essere, avendo residenza in Inghilterra, sparsi qua e là in uno stadio che definire accogliente sembrerebbe riduttivo. E’ un motivo di preoccupazione assai relativo: buoni, state buoni, ragazzi.

Vi è stato un momento, circa un anno fa, in cui Alexandre Lacazette sembrava di aver finito l’avventura all’Arsenal. Wenger lo aveva prelevato dal Lione per 50 milioni, il centravanti dei Gunners avrebbe dovuto essere lui. Ma da lì al mercato di gennaio – complice anche la pessima forma della squadra e l’incertezza sul futuro del tecnico – Lacazette ha faticato ad incidere. E, proprio nelle ultime ore del mercato invernale, il club aveva speso 65 milioni per assicurarsi Pierre-Emerick Aubameyang.
Lacazette, che fino a quel momento aveva segnato 7 gol, si sentiva sotto pressione. L’infortunio di febbraio, che lo aveva tenuto lontano dai campi da gioco per sei settimane, non ha aiutato le cose, anche perché nel frattempo Aubameyang continuava a segnare parecchio, giocando nel suo ruolo. Oggi però è tutto dimenticato. I due spesso giocano assieme, a volte nel modulo a due punte (con un suggeritore dietro come Henrikh Mkhitaryan o Mesut Özil), a volte con Aubameyang largo, come alle origini, e Lacazette in trincea. E il francese è diventato un leader, che vuole trascinare i Gunners fino in fondo in Europa League dopo l’eliminazione in semifinale lo scorso anno. «Chiaro che è uno stimolo – afferma – L’anno passato abbiamo perso in prossimità della finale e quest’anno vogliamo completare la missione arrivando fino in fondo. Non sarà facile, dobbiamo essere al massimo».
LA SFIDA. L’Arsenal quest’anno è una squadra a due facce. Temibile all’Emirates, molto meno in trasferta, dove ha subito gol in ogni partita lontano dalle mura amiche in campionato. «Non vi è dubbio che rendiamo meglio in casa – afferma – Lo sappiamo bene questo. Però siamo fiduciosi che possiamo fare bene anche in trasferta. E dal nostro punto di vista è importante sia l’andata che il ritorno. Poi, chiaro, in casa abbiamo il supporto del pubblico, che per noi è molto importante – continua il francese – Ci dà più sicurezza, siamo a casa nostra, è tutto diverso. Non lo so spiegare, ma dobbiamo fare meglio in trasferta, questo sì. Comunque il fatto che siamo più forti in casa non significa che è una cosa intenzionale o che ci impegniamo meno lontano da casa. E’ la vita. A volte vuoi fare una cosa e semplicemente non ci riesci anche se fai del tuo meglio».

IL TANDEM. Lacazette dedica parole ai compagni. «Mi piace giocare con Aubamyeang, certo, è un grandissimo giocatore. Abbiamo raffinato l’intesa. Ma io mi trovo bene con tutti i compagni». Özil resta croce e delizia per Unai Emery. Contro l’Everton domenica in campionato ha giocato male e dopo essere stato sostituito ha lanciato il giaccone a bordo campo. Un gesto che non è piaciuto. «Özil non si discute, è uno dei nostri leader nello spogliatoio, lui lo sa bene che ha sbagliato. A volte capita di fare cose sbagliate. Ma ora è già tutto dimenticato». Con Aubameyang compone una delle migliori coppie di marcatori in campionato. Quest’anno, tra Premier e coppe sono già a quota 37, di cui ben trenta solo in campionato. Meglio di loro – guarda caso – i due club capofila in Premier: Liverpool (dove il tandem composto da Salah e Mane ha segnato 35 reti) e Manchester City (Sterling-Aguero sono arrivati a 34). «Se segniamo parecchio, il motivo è semplice: i compagni ci creano occasioni da gol». Parole da vero bomber. E l’Arsenal è fortunato: ne ha due.

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