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La Favorita di Yorgos Lanthimos, Recensione Streaming Film

The Favourite Irlanda/GB/Usa, 2018 regia Yorgos Lanthimos Con Olivia Colman, Emma Stone, Rachel Weisz, Nicholas Hoult, Joe Alwyn Distribuzione 20th Century Fox Durata 2h IL FATTO — Inghilterra, 1702 – 1707, corte della regina Anna (Olivia Colman). Il paese è in guerra con la Francia, ma nel palazzo reale è in corso il catfight fra Lady Sarah Churchill, duchessa di Marlborough (Rachel Weisz) e la giovane cugina Abigail Masham (Emma Stone), per diventare la favorita della regina. Anna, ultima della casata Stuart, ai problemi di salute (gotta) unisce quelli caratteriali (timidezza e insicurezza). Che preda…

L’OPINIONE — Lanthimos ha definito commedie tutti i suoi film precedenti, perfino i più sanguinari, forse per evitare il facile parallelo fra la suanazionalità greca e la tragedia. Ed ecco a sorpresa una vera commedia, che addirittura sfocia nella farsa. Tre protagoniste come non se ne vedevano da tempo, e dalla Mostra di Venezia in poi il vero problema è dover distinguere tra loro senza poterle premiare tutte insieme, come l’unicum che sono.

SE VI È PIACIUTO GUARDATE ANCHE… Eva contro Eva (1950) di Joseph L. Mankiewicz, mentre fra i film di corte ecco i titoli che Lanthimos spera d’ora in poi saranno associati al suo: I misteri del giardino di Compton House (1982) di Peter Greenaway e La pazzia di Re Giorgio (1995) di Nicholas Hytner. Ma.Gio.

Alla parola “animale”, Yorgos Lanthimos alza le antenne e apre bene le orecchie. È o non è il regista che ha trasformato un bel gruppetto di umani incapaci di trovare l’amore, in uno zoo di cani, lupi, aragoste e anche razze e creature indefinite? Il film era il distopico The Lobster; ma anche in La Favorita c’è una bella quantità di oche da corsa, 17 coniglietti bianchi che rappresentano i 17 figli della regina Anna nati morti, e svariate aragoste che forse sono un’autocitazione. Eppure la domanda – rischi delle traduzioni simultanee – non era affatto offensiva e anche parecchio metaforica. Come è riuscito a diventare un infallibile segugio di premi, un “vero animale da festival”? Pericolo e possibile rissa scampata, e Lanthimos, sterza abilmente sul fatto di essere la persona sbagliata a cui chiedere, perché un artista sa di se stesso, di cosa lo spinge a esprimersi, ma non degli altri, di cosa penseranno delle sue espressioni.

Insomma come un saggio e celebre concittadino ateniese vissuto oltre due millenni prima di lui, “sa di non sapere”… Ma la notizia c’era, non era una fake news: tre dei suoi sette film (Dogtooth, The Lobster, Il sacrificio del cervo sacro) hanno vinto un premio a Cannes e due (Alps, La Favorita) a Venezia, ed è praticamente dal 2009 che non sbaglia un colpo. E tutto lascia prevedere che La Favorita si batterà efficacemente per parecchie categorie dell’Oscar, come in passato Dogtooth (film straniero) e The Lobster (sceneggiatura originale). Non è mai stato un regista prevedibile, Lanthimos, che ha 45 anni e un lungo passato teatrale. Tre anni fa The Lobster era stato il suo primo film senza sottotitoli, direttamente in inglese; l’anno scorso Il sacrificio del cervo sacro il primo girato in America; La Favorita è il primo girato in Inghilterra.

Se fa parte di una strategia, allora l’obiettivo finale sembra la conquista del mondo. Un critico ha paragonato la naturale internazionalità di ogni progetto di Lanthimos a quella dei nostri registi Sorrentino e Guadagnino. Però questo è anche il primo film di cui non firma la sceneggiatura, che finora è stata sia la sua nota più caratteristica ma, forse, anche la più divisiva, visti i temi e i tagli che predilige, sempre in bilico fra dramma, melodramma, surreale e assurdo.

Lo script è dell’australiano Tony McNamara, che ha riscritto l’originale dell’inglese Deborah Davis, andata in onda su BBC radio col titolo Balance of Power. È anche il suo primo film storico e sembra avere notevolmente accelerato la sua produttività: tre film in quattro anni, mentre gli altri quattro li aveva girati in un arco di undici anni. Naturalmente non è d’accordo con nessuna di queste affermazioni, perché ci tiene a sottolineare il fatto che questo è il film a cui ha lavorato di più, circa dieci anni. Ma ammette che per lui il fascino perverso di un film ambientato in un’altra epoca non sia quello di sottolineare le differenze, ma piuttosto analogie e relazioni con i nostri tempi.

Concede, con una scarica di paradossi: «A parte i costumi, quelli che si indossano non quelli morali, la mancanza dell’elettricità e peggio ancora di Internet, non molto è cambiato. Comportamento umano, società, potere, restano assai simili e assai prevedibili». Sulle ispirazioni del film preferisce citare le meno ovvie, quelle che non hanno niente a che fare con una corte reale inglese: Il servo di Joseph Losey, Il diario di una cameriera di Luis Buñuel, Sussurri e grida di Ingmar Bergman, Amadeus di Miloš Forman. E specificamente per la tecnica, The Cremator di Juraj Herz per l’uso del grandangolo, Possessione di Andrzej Zulanski per i movimenti di macchina. Uno dei motivi del ritardo di questo film, che definisce imperdonabile, è stato il successo di Olivia Colman, che ha reso a lungo la sua agenda inavvicinabile. Ma giura che l’avrebbe aspettata tutta la vita, perché senza di lei non si poteva fare. Olivia è sembrata un po’ intimidita da tutte queste lodi e questi premi, dalla Coppa Volpi di Venezia alla candidatura all’Oscar che tutti considerano una semplice formalità, «e magari anche il passo succesivo…».

L’attrice non smette di ripetere il suo credo: «Interpretare una regina, o anche due (ha dato il cambio a Claire Foy, nella terza stagione di The Crown, Nda), è piacevole perché è un ruolo complesso e di responsabilità, ma una maestra o una madre non lo sarebbero di meno. Noi attori abbiamo il dovere di raccontare la verità della vita, non di stampare la leggenda». Se guarda indietro alla sua carriera si definisce fortunata perché negli ultimi tredici anni ha fatto tanti bei film, serie tv e show teatrali. Ma “brava“ solo per un altro motivo: «Perché ho fatto tre bei figli». Dovesse scegliere una prova dell’intelligenza e della sensibilità di Lanthimos? «Il lusso delle tre settimane che ci ha concesso prima di cominciare. Alla fine noi tre “ragazze” eravamo pronte a qualsiasi cosa, mica solo alle scene d’amore». Emma Stone sottolinea come sia la prima volta che appare nuda in un film, anche se la coreografia è stata molto protettiva. «Ma non è diventato mai un problema, perché eravamo quasi una famiglia». È la sola americana nel film e anche l’unica del terzetto delle protagoniste – la regina e le sue due favorite rivali – che non aveva mai lavorato con Lanthimos. Sia Olivia Colman che Rachel Weisz erano invece in The Lobster e l’avevano messa in guardia: «Lo troverai diverso da come la gente lo immagina, ama lavorare, non provocare. E io, che avevo appena visto Dogtooth, avevo pensato: Oddio, speriamo che non sia uno psicopatico» 

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