L’omicidio ‘maschilista’ di Giulia Ballestri: uccisa nel modo ‘più atroce che si possa concepire”

“Aveva deciso di uccidere sua moglie e stabilì che doveva soffrire, che doveva scontare perdendo la propria identità, quel volto che tutti ricordavano di aver visto insieme a lui e che, avendo disonorato lui, nessun altro doveva più guardare”. Sono le parole con cui i giudici hanno raccontato uno dei delitti più spietati degli ultimi decenni: l’omicidio di Giulia Ballestri. I fatti vengono raccontati con dovizia di particolari nelle 374 pagine con le motivazioni della sentenza che ha condannato Matteo Cagnoni all’ergastolo. Otto capitoli –  a firma dei giudici Corrado Schiaretti e Andrea Galanti – per descrivere quanto accadde il 16 settembre 2016 nella storica villa di famiglia, disabitata da anni, a Ravenna. E di quanto accaduto prima.

Per capire come e quando è maturato il delitto, i giudici fanno un passo indietro e vanno a scavare nell’intimità della coppia Cagnoni-Ballestri, tra le mura di quella casa che raccontava una vita di armonia e perfezione, nascondendo il disagio di un rapporto di totale subordinazione della moglie verso il marito’. “Alla natura oppressiva di Cagnoni – si legge nel documento – lei aveva opposto l’amore per i figli come motore che le consentisse, seppur in apnea, di continuare a rimanere insieme a lui”. Ma quel livello di controllo era passato, in dieci anni di matrimonio e dopo tre figli, a forme sempre più morbose. Il controllo, di fronte alla crisi matrimoniale che lei non riusciva più a dissimular aveva innescato comportamenti inquietanti. Cagnoni, che si rifiutava di riconoscere la fine del matrimonio ostinandosi a far curare Giulia per una presunta depressione,le versava delle medicine dentro alle bottiglie aperte in casa, le somministrava farmaci antidepressivi per il bipolarismo come il Depakin – e altri ipnotici – lo Stilnox – arrivando addirittura a controllare che le ingerisse”.

A dare a Giulia la forza di rompere, arriva nel 2015, la storia con Stefano Bezzi, un uomo che la faceva sentire al sicuro. A Cagnoni, ovviamente, l’infedeltà della moglie non sfugge facendo salire il livello di controllo. Cagnoni stavolta si rivolge a investigatori professionisti che pedinino e controllino Giulia alla quale ha chiesto di non vedere l’amante fino all’imminente separazione. “Mi ha detto che aveva interrotto i contatti – dice all’investigatore l’estate prima del delitto – se così non fosse potrei metterci (nella separazione, ndr), come si dice in gergo, il carico da 11. Non che voglia infierire – commenta – tanto si accontenta di quattro spiccioli…”. Riguardo “all’accordo” economico per il divorzio, oltre a essersi ‘spogliato’ di tutti suoi beni intestandoli al fratello, perché non dovesse dividerli con Giulia, Cagnoni aveva addirittura preteso che lei fosse assistita dal suo stesso avvocato divorzista, decisione che negli ultimi mesi la vittima aveva voluto rivedere, senza averne il tempo. Dal mese di agosto Giulia aveva iniziato a temere che il marito potesse farle del male. Ti farò ‘un regalino’ ripeteva. “Addirittura, durante un litigio minacciò di ucciderla, salvo poi giurare “sulla testa di Leonardo” (il figlioletto) che non lo avrebbe mai fatto”.

Si arriva così alla mattina del 16 settembre. Giulia e Matteo, che perfino durante la separazione avevano mantenuto le abitudini di coppia, vanno insieme a fare colazione in pasricceria e da lì nella vecchia casa vuota di via Padre Genocchi, nel centro storico di Ravenna. Il pretesto è quello di valutare alcuni quadri nella separazione dei beni. Dalle 9 e 20 Giulia smette di rispondere ai messaggi di Stefano Bezzi. Qualche tempo dopo Cagnoni esce dalla vecchia che Giulia chiamava ‘la villa degli spiriti’, da solo. Due giorni dopo, grazie a un’intuizione di Guido Ballestri, fratello di Giulia, gli inquirenti arrivano in via Genocchi. L’allarme è inserito, entrano con le chiavi della custode. La prima chiazza di sangue alle pareti annuncia il ritrovamento di quello che i giudici definiscono il “corpo di una donna riverso in posizione supina, ancora senza un nome, sola nella sua silenziosa nudità e compagna del suo stesso sangue che, in spaventosa copia, arreda macabramente gli spogli e grezzi muri bianchi dei locali interrati”.

È Giulia, ma nessuno ancora lo sa. Quando quella stessa notte i carabinieri di Firenze, dove Cagnoni si trova con  i figli ospite del padre, busseranno alla casa del medico, sarà sua moglie a fare nascere i primi sospetti. “Sì, sono da soli (i bimbi), perché la madre è morta”. “Come lo sa lei?” chiede il vice questore Assunta Ghizzoni. “Non l’ho appreso in tv!” risponde la signora Vanna. “No, lei è morta due o tre giorni fa, perciò ancora non l’hanno detto, in seguito a una rapina avvenuta in una villa a Ravenna ad opera di un albanese”. Quella della rapina in villa sarà la linea difensiva di Cagnoni appena le forze dell’ordine lo avranno riacciuffato dopo la sua rocambolesca fuga da casa del padre. Una linea che non regge di fronte alla ‘ineffabile efferatezza’ del delitto. “Il teatro e le modalità della cruenta aggressione denunciano il conflitto personale profondo, che separava vittima e assassino. L’unico con un profilo quale quello delineato era Matteo Cagnoni”. Giulia, infatti, è stata massacrata a bastonate, scaraventata più volte con il volto contro lo spigolo del muro, spogliata dei suoi vestiti e lasciata con il solo reggiseno spostato, poco sopra il collo. “E la logica si conforma alla peggiore mentalità maschilista, di cui Cagnoni ha dimostrato di essere partecipe: il volto cancellato con decine di colpi di bastone; il corpo nudo, come una donna di malaffare”.

Come viene uccisa Giulia

Anche la scelta della modalità omicidiaria, per  i giudici è eloquente: “La scelta di Matteo Cagnoni è stata una delle più atroci concepibili” scrivono i giudici. Cagnoni, infatti, pur possedendo ‘legittimamente’ una pistola, e pure avendo, come medico, accesso a sostanze in grado di procurare la morte, ha scelto per uccidere sua moglie, un tronco di legno. Un bastone, preso dalla legna che aveva tagliato insieme ai propri figli qualche giorno prima, “con il quale poter dar sfogo a quanto di più atrocemente represso aveva dentro di sé”. Con quel tronco, infatti, Cagnoni ha sfondato il cranio di Giulia, ne ha deturpato il volto, cancellato i lineamenti, procurato la morte.

Il dipinto

A coronare il profilo dell’assassinio vi è poi il conclamato tratto narcisistico della sua sua personalità, un tratto che ai giudici non sfugge, stimolando una macabra riflessione. “Il fatto che dei primi colpi scagliati contro Giulia furono muti testimoni quei quadri di cui a Giulia nulla importava e tra questi, in particolare, uno su tutti, il “Narciso”. L’associazione tra i due piani – il disturbo di personalità dell’imputato ed il dipinto che di essa è traduzione artistica – la si lascia al metagiuridico, ciò che però non va trascurato è che la scelta del luogo ove dare inizio al proprio sfogo assassino, quel palco così teatrale costituito dal ballatoio, ricalca, in una logica sempre tesa ad evocare la grandiosità del gesto, gli attributi comportamentali del Cagnoni”.

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