Omicidio Luca Sacchi, il padre del ragazzo distrutto dal dolore, tutte le piste ancora aperte

Mercoledì 23 ottobre, sono da poco passate le ore 23, quando Valerio Del Grosso, classe 1998, spara contro Luca Sacchi, 24 anni, davanti al pub John Cabot, nel cuore del quartiere Appio Latino, zona residenziale di Roma. Luca viene colpito alla nuca, si accascia a terra, mentre su di lui si piega,’ urlando dalla disperazione, la fidanzata di origini ucraine, Anastasiya Kylemnyk.

Il ragazzo purtroppo morirà il giorno successivo in ospedale. Da quel momento le indagini portano a un arresto immediato – quello dei due aggressori – e si moltiplicano i dubbi e i sospetti su cosa sia realmente accaduto la sera del delitto. Sul perché dello sparo, sulle dinamiche dell’accaduto, sul ruolo della fidanzata di Luca che, secondo gli amici degli arrestati, avrebbe avuto un’ingente somma di denaro (divisa in mazzette da 20 e 50 euro) all’interno del suo zainetto.

Giorno dopo giorno l’inchiesta della Procura di Roma continua a scandagliare i minuti del delitto e – ancora oggi – tutte le piste restano aperte.

Ma sullo sfondo di questa tragedia si staglia la dignità della famiglia Sacchi, plasticamente espressa nel pomeriggio dello scorso 30 ottobre.

Sono le 17 di quel mercoledì quando Alfonso Sacchi, il padre di Luca, si presenta nella sala di un grande hotel romano – non lontano dal luogo in cui il figlio ha perso la vita – affollato di giornalisti. Arriva in ritardo, dopo aver cercato fino all’ultimo di trovare il coraggio per affrontare telecamere e taccuini, per raccontare chi era davvero per la sua famiglia Luca.

Alla fine ce la fa, si siede e inizia a parlare liberamente, a sfogarsi: “Voglio che comprendiate le mie difficoltà. Sono devastato. Mia moglie non ce l’ha fatta a essere qui, è devastata più di me”.

In sala scende il gelo, persino i cronisti di giudiziaria con maggiore esperienza ammutoliscono. Alfonso Sacchi prosegue, descrive suo figlio: “Luca era un figlio fantastico, aveva lo sport nel sangue, lo amava. L’altra grande passione erano le moto, soprattutto quelle da corsa. Ero stato io a dirgli che se proprio gli piacevano le due ruote, se proprio voleva correre, allora era meglio farlo in pista con tutte le protezioni, così non avrebbe potuto farsi male. Perché noi, in famiglia, siamo sempre stati prudenti.

Luca era sempre col sorriso. Questo era mio figlio. Forse lui mi sta dando la forza oggi di essere qui davanti a voi. Dopo la morte hò indossato anche i suoi indumenti per prendere co

raggio. Porto persino le sue mutande, credetemi, qualsiasi cosa pur di averlo vicino. Ho con me i suoi occhiali da sole e dal giorno della sua morte dormo col suo pigiama. Prima di venire qui gli ho detto Luca, dammi coraggio tu”.

Alfonso Sacchi alterna silenzi e dolore a momenti in cui è un fiume in piena: “Mio figlio era stupendo, sempre pronto allo scherzo. E aveva tanta voglia di vivere. Tutti lo conoscevano per il bravo ragazzo che era, su lui non ho mai avuto alcun dubbio. Gli dicevo di non fidarsi del prossimo e di stare attento anche a suo fratello. Suo fratello che adesso è il grande pensiero mio e di mia moglie, lui che è così giovane, fragile. Lui che c’era quella sera”.

Il papà del giovane ucciso non si tira indietro mai, affronta ogni domanda, mostra rispetto nei confronti di tutti. In primis di Anastasiya, la fidanzata adorata del figlio, ora al centro dei sospetti di tutti. Ne parla in più passaggi: “Anastasiya? A Luca dissi, ‘Se le vuoi bene è come se fosse nostra figlia’. Io le credo, perché se non fosse vero quello che ha detto, se lei recitasse così bene, allora vorrebbe dire che è la regina di Hollywood”.

“Per me lei è una brava ragazza, non posso non crederle: cosa deve fare un genitore, nella mia posizione? Spero sia sincera o aggiungerebbe dolore su altro dolore”. E ancora: “Noi l’abbiamo sempre amata come amavamo Luca. Tant’è vero che in ospedale le ho anche detto: ‘Se vuoi quella stanza è tua’. Poi la sera dopo la morte di Luca, Anastasiya è venuta a casa e io l’ho abbracciata, ci siamo stretti nel nostro dolore.

Abbiamo parlato, ma pochissimo, per come eravamo distrutti. La versione che ci ha raccontato è quella nota, dell’aggressione subita e poi del tragico epilogo. Le ho dato coraggio e abbiamo pianto tutti insieme. Ha dormito da noi una notte e poi non si è vista più, ma non è sparita come dicono i giornali. Semplicemente ci sono stati solo contatti telefonici, ci chiediamo a vicenda come stiamo, piangiamo anche adesso”. E forse lei, questa ragazza, la co-protagonista della conferenza stampa. Per una decina di volte viene nominata “come parte offesa, a meno che le cose non cambino”. È lei a essere stata per anni “l’altra metà della mela” di Luca, con cui condivideva la passione fortissima per lo sport, per la cura del fisico. E i viaggi, le giornate sempre insieme.

Sono proprio le amicizie a essere finite nel mirino dell’inchiesta della Procura di Roma: nei documenti di Pm e GIP si parla ad esempio di Giovanni, l’amico che quella sera era in compagnia di Luca e Anastasiya. Secondo i magistrati una “conoscenza intima” di Luca Sacchi, ma anche il “contatto”con i pusher di San Basilio. “Per quanto ne sapevo Giovanni era un ragazzo che mio figlio conosceva da anni: si conoscevano dai tempi del liceo e si erano persi di vista fino a quando si erano incontrati di nuovo, cinque o sei mesi fa e avevano iniziato a uscire, grazie alla passione comune per le moto”, ha raccontato Alfonso Sacchi. Che ha voluto ricordare anche gli altri amici del figlio, “tutti bravi ragazzi, come quelli dell’altro mio figlio, il piccolino. Gente educata, cortese, che chiede il permesso di dire o fare qualsiasi cosa. E anche gli amici di Luca erano così, non mi sono mai preoccupato delle sue amicizie e anche quando gli dicevo sempre di stare attento, non era perché avessi paura di qualcosa in particolare, ma più che altro un consiglio che dà un padre al figlio. E anche negli ultimi tempi, uguale, nulla di diverso tra noi, nulla di diverso in lui, nei suoi occhi. Era il Luca di sempre”.

Il momento più difficile, nella voce rotta di questo padre, arriva quando vuole raccontare l’ultimo incontro con il povero Luca: “Erano le diciannove circa e io prima di uscire per andare a lavoro (Alfonso Sacchi è il proprietario di un noto ristorante nel Centro di Roma, ndr), sono andato nella sua stanza e gli ho fatto una puntura. Poi l’ho guardato, l’ho abbracciato e gli ho dato un bacio. Mi ha chiesto il perché di quel bacio e io gli ho detto che glielo davo perché gli volevo bene. È l’ultima cosa che ci siamo detti, poi non l’ho visto più”.

Di fronte a parole come queste, l’inchiesta sembra lontana anni luce. Tutte le polemiche, tutti i dibattiti sulla sicurezza e sulla gioventù bruciata.

Di sicuro rimane – al netto di due aggressori reo confessi – la certezza che nulla potrà restituire a una famiglia dilaniata dal dolore, un pezzo così importante della propria vita: “Siamo le vittime qui, nessuno ci darà Luca indietro. Spero che quei due soggetti siano condannati, forse quello mi darà un po’ di pace. A me, mia moglie e a mio figlio, che ha visto il fratello per terra con il sangue che gli usciva dalla testa e non riesce a riprendersi”.

Ma allora, che cosa è successo davvero quella sera? Perché quei due ragazzi si sono ritrovati addosso a Luca? Perché uno dei due, Valerio Del Grosso, gli ha sparato alla nuca?

“Non so cosa sia successo, ma chiedo giustizia. Forse Luca è morto senza neanche sapere il perché”. È davvero possibile? Luca aveva dei nemici? Quali errori può aver compiuto?

Solo uno, forse, per il padre. Che confessa candido, come solo un genitore sa fare: “Luca, era pulito, un bravo ragazzo, mi diceva sempre tutto. Era cristallino, sincero, buono. Forse si fidava troppo degli altri, questo sì. Solo questo”.

Problemi di soldi del ragazzo, che potrebbero averlo spinto a frequentare le persone sbagliate?

“No, io ho un ristorante, lui gestiva una casa vacanze che avevamo messo su in una casa di famiglia. Non gli è mai mancato nulla. E anche Anastasiya non mi è mai sembrata avere problemi economici, faceva qualche lavoretto come babysitter e altre cosettine”.

E poi, uno dei messaggi più a cuore alla famiglia Sacchi: “Luca non ha mai avuto nulla a che fare con il mondo della droga. Era sano, era un atleta, era contrario alle sigarette. Persino a quelle elettroniche, faceva storie anche ad Anastasiya che ne fumava una. Voglio ricordare che tutti gli esami tossicologici sul suo corpo effettuati in ospedale erano perfetti, il fisico sano, senza la minima traccia di alcun tipo di sostanza.

Era così sano che abbiamo donato tutti gli organi perché Luca era un altruista, lo avrebbe fatto e abbiamo deciso di fare del bene anche dopo la sua morte. I medici hanno donato tutto tranne il cuore. E sapete perché? Non perché avesse qualcosa che non andava, ma perché aveva il cuore di un atleta ed era fin troppo perfetto, era fin troppo sviluppato, aveva quaranta battiti al minuto. Mio figlio era pulito nel fisico e nell’animo”.

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