Pamela Mastropietro, entra nel vivo il processo che vede imputato Innocent Oseghale per l’omicidio della 18enne

Il processo con rito ordinario relativo all’omicidio di Pamela Mastropietro è entrato nel vivo, in particolare dopo una testimonianza resa da Vincenzo Marino, ex collaboratore di giustizia che ha conosciuto il nigeriano Innocent Oseghale, unico imputato, nel carcere di Marino del Tronto. «Pamela è stata tagliata a pezzi quando era ancora viva, Oseghale la accoltelo perché lei voleva andare via’dalla sua casa e prendere ;il treno che l’avrebbe riportata a Roma.

Ci fu una colluttazione, lei lo graffiò al collo, quindi lui le diede la prima coltellata al fegato», ha raccontato il supertestimone dell’accusa in una recente udienza presso il tribunale di Macerata. Parole che aggiungono altro orrore in un delitto che ne aveva già fin troppo. La vittima, 18 anni, venne ritrovata all’interno di due trolley abbandonati sul ciglio di una strada di Pollenza; pezzi di cadavere. Ma Oseghale, 30 anni, ha respinto le accuse sia di omicidio sia di violenza sessuale: «Non sono stato io, voglio pagare solo per quello che ho fatto».

Sostiene di essersi limitato a sezionarla, ritenendo così di dover rispondere esclusivamente alle accuse di vilipendio, distruzione e occultamento di cadavere. Per lui Pamela è morta di overdose in seguito a ll’assunzione di eroina. Era il 30 gennaio 2018 quando si consumò la mattanza nella mansarda di via Spalato – Macerata – di cui l ’imputato, immigrato irregolare dedito allo spaccio, era locatario insieme a una donna italiana. Lì dentro gli inquirenti hanno trovato i vestiti della giovane e alcune tracce di sangue, nonostante il raccapricciante lavaggio del corpo della vittima con la varechina. Oseghale ha fatto anche questo.

Vincenzo Marino, il teste che sta confutando la narrazione del nigeriano, ha incontrato quest’ultimo lo scorso luglio, quando le loro celle erano confinanti: «Cornuto, che facisti?» gli disse, chiamandolo successivamente “macellaio”. Poi Marino gli tirò una bottiglia d’acqua, scatenandone la reazione; Oseghale sputò. Se la lunga testimonianza del pentito della ’ndrangheta è stata ascoltata dal giudice è perché, dopo lo screzio, il pusher di Macerata mandò un compagno di cella da Marino per dirgli che voleva “riappacificarsi”. Dunque si videro più volte. Incontri dove non regnava il silenzio ma il macabro canto di Innocent. «Oseghale mi chiamava zio – il ricordo di Marino – un appellativo che in carcere si dà a chi merita rispetto. Una volta mi chiese se potevo comprargli alcune cose come scarpe, pantaloni, canottiera».

Infine è entrato nel merito, ha raccontato ciò che l’imputato gli avrebbe detto in riferimento al 30 gennaio 2018, l’indomani dell’arrivo a Macerata della Mastropietro che era fuggita da una comunità di recupero di Corridonia. «La ragazza gli chiese la droga, eroina – ha affermato Marino – lui non l’aveva e chiamò il connazionale Desmond Lucky (per il quale è stata chiesta l’archiviazione al netto delle accuse di spaccio ndr). Mentre lo aspettavano consumarono un rapporto sessuale consenziente, orale». Vincenzo Marino è un fiume in piena, un fiume che scorre in un alveo di sangue e sfocia perentorio in un mare che ha tutte le caratteristiche per far annegare Oseghale.

L’ex collaboratore di giustizia ha riportato che Innocent e Pamela si recarono con Desmond a prendere l’eroina; successivamente salirono nella mansarda di via Spalato. «I due nigeriani volevano avere un rapporto a tre, la ragazza no. Lei assunse la dose ed entrò in uno stato di trance – ha puntualizzato il testimone – ma riuscì a respingere Desmond che la colpì con uno schiaffo facendola cadere a terra. Poi lui se ne andò». Rimase Oseghale, il quale riuscì a farla in parte riprendere. È il momento più delicato, più crudo, sempre secondo l’uomo interrogato: «La spogliò ed ebbe con lei un rapporto sessuale completo, mentre lei aveva gli occhi girati all’indietro. Me l’ha detto Oseghale». Arrivò la prima coltellata al fegato, quando lei pretendeva di andarsene. Particolari che sono entrati nelle orecchie di Alessandra Verni, mamma di Pamela, come lame affilatissime.

E rimasta composta. Nessun incrocio pericoloso di sguardi. «Innocent chiese invano aiuto a un suo connazionale, tornò a casa, la giovane era ancora viva. Seconda coltellata, poi il sezionamento del corpo, candeggiato per nascondere il rapporto». L’ultima tappa dell’orrore ha previsto la sistemazione di Pamela in due trolley e la chiamata a un tassista abusivo per liberarsene. Oseghale ha riferito a Marino che, in quei frangenti, la compagna italiana con cui condivideva la mansarda continuava a chiamarlo: «Si è fatto prendere dal panico, ha lasciato i trolley a Casette Verdini, Pollenza». Come se non bastasse, Oseghale avrebbe confessato a Marino di essere uno dei referenti dei nigeriani per la criminalità in ambito di prostituzione e droga.

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