Riforma pensioni novità, Quota 100 e Reddito di cittadinanza arriva il Si del Senato

Finalmente è arrivato il via libera da parte del Senato al Decreto Legge che istituisce di fatto il reddito di cittadinanza e va a disciplinare la possibilità di poter andare in pensione con quota 100. Queste due sono le misure più importanti della riforma pensioni e quelle volute dal Movimento 5 Stelle e lega. “Sono molto, molto soddisfatto”, sono queste le prime parole del Vice Premier Luigi Di Maio, fermato dai giornalisti dopo il via libera dell’aula di palazzo Madama al decreto. Nello specifico i voti a favore sono stati ben 149, i contrari 110 e astenuti 9. Il decreto numero 4- 2019, approderà nelle prossime ore alla Camera dove pare siano state preannunciate già delle modifiche riguardanti dei nodi ancora piuttosto aperti e nello specifico delle modifiche sul rafforzamento della tutela per le famiglie con minori e le famiglie con persone disabili.

Le novità

Tra le altre novità introdotte tutte Dal Senato sul reddito di cittadinanza ci sarebbe un rafforzamento riguardo le misure anti furbetto oltre che una maggiore tutela della privacy per poter risolvere e rispondere alle criticità sollevate dal garante. Novità anche riguardo il settore previdenziale come l’innalzamento da 30.000 a €45.000 per l‘anticipo delle trattamento di fine servizio, attraverso il finanziamento bancario. Il testo del decreto, quindi ha subito dei cambiamenti nel corso della discussione al Senato e tra le principali novità ci sarebbe l’impossibilità di poter monitorare le spese che verranno effettuate attraverso la rdc card.

Sarà quindi possibile soltanto verificare gli importi spesi e non per ogni singola spesa. È stata anche confermata la stretta sugli stranieri che dovranno quindi presentare la documentazione sulla spesa di famiglia proveniente dal loro paese di origine e tradotta in italiano. Novità anche per i lavori socialmente utili e nello specifico, dovranno essere eseguiti per un minimo di 8 ed un massimo di 16 ore settimanali. Tutte le offerte di lavoro relative al reddito di cittadinanza, potranno essere ritenute congruo soltanto nel caso in cui prevederanno uno stipendio mensile non inferiore a 858 euro.

Bagarre in aula

In aula ci sono state diverse discussioni, molte di queste piuttosto accese. Intervenuto nello specifico Paola Taverna, del Movimento cinque stelle, vicepresidente del Senato che più volte ha attaccato il Partito democratico, il quale ha risposto a sua volta alzando la voce e costringendo la presidente Elisabetta Casellati a intervenire per poter richiamare all’ordine. La Casellati ha detto: “Si limiti a fare una dichiarazione di voto tranquilla”. La vicepresidente, poi ha replicato: “E’ quello che sto facendo, se l’atteggiamento disordinato del Pd me lo permettesse”. La presidente Maria Elisabetta Alberta Casellati al gruppo di Forza Italia, nel corso della dichiarazione di voto di Annamaria Bernini ha detto: “Il folklore non appartiene all’aula del Senato ma soltanto alle piazze, vergogna“.

Il reddito di cittadinanza va anche ai criminali

Bastavano due righe per evitare la beffa. Poche parole contenute in un emendamento. Ma il Movimento Cinque Stelle non se l’è sentita di lasciare i poveri criminali a bocca asciutta. Anche loro tengono famiglia, che diamine. Risultato: dopo rom, immigrati più o meno regolari, evasori fiscali e furbetti dell’Isee, il testo del decretone approvato ieri in prima lettura al Senato tra i festeggiamenti grillini consentirà pure a rapinatori, stupratori e assassini di intascare il reddito di cittadinanza. L’idea che i delinquenti possano ricevere uno stipendio mensile pagato dai contribuenti limitandosi a firmare qualche scartoffia al centro per l’impiego non è il massimo per un governo che ogni giorno dice di battersi per la legalità. E il problema se lo deve essere posto anche qualcuno nella maggioranza.

COMMEDIA DELL’ARTE Quando il testo è arrivato al Senato l’unica causa di decadenza contemplata era degna della commedia dell’arte: sentenza definitiva per i reati previsti dall’articolo 640-bis del codice penale. Volete sapere di che si tratta? Truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. In pratica si specifica che il sussidio sarà tolto a chi inganna per averlo.E ci mancherebbe altro. Un po’ pochino per poter dire che i soldi degli italiani finiranno i buone mani. Così, i grillini in commissione Lavoro di Palazzo Madama hanno pensato di mettere qualche ulteriore paletto. Ma sensa esagerare. La scelta è caduta sulle norme contenute nella legge Fornero, che prevede la revoca di una serie di prestazioni assistenziali (indennità di disoccupazione, assegno sociale, pensione sociale e pensione per gli invalidi civili) in caso di particolari reati. Niente truffa, questa volta. Ma mafia e terrorismo.

Già, gli articoli del codice penale presi in considerazione sono il 270-bis, 280, 289-bis, 416-bis, 416-ter e 422, che comprendono tutti i delitti associativi e gli attentati contro lo Stato e le istituzioni. Insomma, mamma santissima e affiliati all’Isis, una volta processati e condannati in terzo grado non potranno più usfruire della paghetta pentastellata. E tutti gli altri pregiudicati? Possibile che un pluriomicida possa accedere al beneficio? Sembra proprio di sì. Per evitare la grottesca ipotesi sono stati fatti un paio di tentativi. Il primo, lineare e semplicissimo, è quello portato avanti dal senatore di Fratelli d’Italia, Alberto Balboni, che ha presentato un brevissimo emendamento per stabilire che non «non hanno diritto al reddito coloro che, con sentenza definitiva, hanno riportato una condanna ad una pena non inferiore a due anni di reclusione per un delitto non colposo». Facile, chiaro ed efficace. Ma alla maggioranza, chissà perché, non è piaciuto.

INCOMPATIBILITÀ E nel cestino è finita anche la modifica proposta dal senatore forzista Enrico Aimi, che circoscriveva l’incompatibilità ai «delitti contro la vita e l’incolumità personale, ai reati sessuali e a quelli in materia di sostanze stupefacenti ». Niente da fare. I furfanti non possono essere discriminati. «Sono molto soddisfatto », ha detto Luigi Di Maio dopo la votazione. In effetti, a parte la stretta voluta dalla Lega sui furbetti del divorzio o dei cambi di residenza e l’obbligo per gli extracomunitari di presentare tra i documenti uno stato di famiglia del paese d’origine certificato dal consolato, il testo uscito dal Senato (che contiene anche le disposizioni per quota 100) è quello che voleva il leader M5S. Che è riuscito pure a far passare l’aumento dello stipendio (a 858 euro) al di sotto del quale il percettore della paghetta potrà rifutarsi di accettare il lavoro. La pacchia per furfanti e fannulloni, insomma, sta per iniziare.

Gigino è stato chiaro: lui dal vertice del Movimento non schioda: «Il mandato del capo politico dura cinque anni, ne ho ancora quattro davanti». Il punto, allora, è un altro: quanto ci metterà Di Maio a prosciugare il bacino elettorale di M5S? La ritirata, rispetto all’exploit del 4 marzo 2018 – quando i pentastellati superarono il 32% dei voti – è già cominciata. Oggi i grillini sono accreditati, nella migliore delle ipotesi, del 25%. Ma a furia di fare il contrario di ciò che desiderano gli italiani – ad esempio su reddito di cittadinanza, Tav e autonomie regionali – la discesa non può che proseguire. Di Maio, nel tentativo di dare la scossa a M5S, ha imposto il sussidio anti-povertà, ha di fatto bloccato l’Alta velocità Torino-Lione e quantomeno rallentato l’iter che prevede la concessione di maggiori poteri a Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Peccato che gli elettori la pensino in modo diametralmente opposto al vicepremier. Prendiamola misura bandiera pentastellata per eccellenza: il reddito di cittadinanza.

DIREZIONE OPPOSTA Ieri mattina, durante la trasmissione Agorà, Fabrizio Masia ha illustrato un sondaggio realizzato da Emg/Acqua per la trasmissione della Rai. Su questo quesito: se il governo fosse costretto, come si vocifera da settimane, a varare una manovra bis per far quadrare i conti, quale sarebbe il primo settore nel quale intervenire per trovare i quattrini? Risposta della maggioranza degli interpellati (il 54%): il reddito di cittadinanza. La cui erogazione dovrebbe essere «sospesa». E se non desta sorpresa l’alta percentuale di leghisti e democratici favorevoli al taglio del sussidio, meraviglia senz’altro l’atteggiamento degli elettori grillini: il 31% – la quota maggiore tra chi si professa pentastellato – ritiene che sia proprio lo stop al reddito di cittadinanza la prima mossa da compiere in caso di bisogno. Prima ancora, nientemeno, del taglio degli odiati 80 euro renziani. Se gli italiani la pensano in un modo,DiMaio imbocca l’altra strada. Ecco il “capitolo Tav”. M5S fa melina, commissiona un’analisi costi- benefici propedeutica al blocco dei cantieri? La stragrande maggioranza degli italiani è favorevole all’opera: per il 33,5% è un’infrastruttura «molto» positiva; per il 33,6% «abbastanza». Così il totale dei «positivi» supera il 67%, come ha documentato un sondaggio di Euromedia Research, commissionato per Porta a Porta, dello scorso 13 febbraio. Solo per il 25,5% hanno ragione i grillini.

PAURE INFONDATE In quella stessa rilevazione, l’istituto diretto da Alessandra Ghisleri ha testato l’opinione degli italiani anches ull’iter avviato dalle Regioni del Nord per ottenere maggiore autonomia. M5S, in nome del «no allo spacca- Italia», ha puntato i piedi. Obiettivo: rallentare il più possibile un percorso che invece Matteo Salvini vorrebbe concludere velocemente. Peccato, per Gigino, che gli elettori la pensino come l’alleato leghista. L’autonomia su sanità, scuole, fisco, per il 31,9% degli interpellati è «molto» positiva; per il 32,5% «abbastanza». Il totale di chi vede con favore le richieste dell’asse Fontana- Zaia (più il dem Bonaccini) sfiora il 65%. Viceversa, esprime giudizio negativo il 29,8% del campione. Altro che «spacca-Italia». Per la maggioranza degli intervistati, l’autonomia non danneggerà il Mezzogiorno, come invece minacciano- un giorno sì e l’altro pure – i pentastellati (che al Sud hanno il loro bacino elettorale). Per il 48,9% degli intervistati non è vero che le Regioni del Mezzogiorno saranno danneggiate dal percorso di quelle del Nord. Eppure Gigino si è intestato la resistenza anti-autonomia – «il percorso non sarà breve» – proprio in nome del Sud “lasciato al suo destino”.

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