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Salisburgo – Napoli Streaming, dove vedere la partita in tv

La partita Salisburgo – Napoli verrà trasmessa Giovedi 14 Marzo in diretta e in esclusiva da Sky e nello specifico su Sky sport Serie A canale 102 Sky Sport 251. Tutti gli abbonati Sky potranno seguire la partita in streaming anche da dispositivi mobili come smartphone, pc, tablet e attraverso le piattaforme online Sky Go e Now TV. Molti sono i portali che danno la possibilità di assistere ad eventi sportivi in diretta streaming e sono davvero tanti. Esistono anche tanti siti che propongono eventi dal vivo, ma che non sono legali e danno anche nella stragrande maggioranza dei casi problemi e scarsa qualità video e audio. In genere questi siti vengono anche essere oscurati dalla Polizia informatica, proprio per la violazione del diritto di riproduzione. Esistono quindi dei portali legali che danno la possibilità di poter vedere le partite di calcio in streaming live, offrendo anche una qualità HD. Tra queste non possiamo non citare Sky Go e Premium Play che sono a pagamento, mentre altri sono gratuiti.

Rojadirecta Salisburgo – Napoli

ROJADIRECTA Salisburgo – Napoli– Come sito di streaming gratuito uno dei più famosi è Rojadirecta. Il sito spagnolo dovrebbe presentare il link della gara poco prima dell’inizio del match. Vi ricordiamo, come sempre, di non usare questa pratica, visto che potreste incorrere in multe e sanzioni elevate.

L’argomento Europa è qualcosa in più di una semplice idea. La notte magica vissuta dalla Juventus ha generato nuove emozioni anche in chi, per ovvie ragioni, la ritiene l’antagonista per eccellenza. Aurelio De Laurentiis ha voluto lanciare un messaggio di grande sportività, martedì sera, postando un tweet di complimenti al club juventino per l’impresa compiuta.

L’iniziativa, lodevole a prescindere, è stata criticata pesantemente dalla parte estrema del tifo napoletano. Anche il suo Napoli, ad ogni modo, ha un obbiettivo da perseguire, stasera, ed è quello dei quarti di finale di Europa League. Che è ampiamente alla portata, considerato il 3-0 rifilato al Salisburgo nella gara d’andata. Vuole arrivare fino in fondo, il, presidente, perché anche lui insegue un piccolo sogno: «Mi piacerebbe giocare la Supercoppa europea in una finale contro la Juve, sarebbe il regalo più bello degli ultimi 11 anni. I bianconeri hanno disputato una gara davvero eccellente, contro l’Atletico Madrid e meritano i complimenti ».

NIENTE SCHERZI Come la Juve, dunque. E non sarebbe male, anche se il Napoli parte da un risultato meno impegnativo. Ma, sul piano delle emozioni, non può consentirsi distrazioni, perché l’Europa League resta l’unico obbiettivo ancora a disposizione per non rendere inutile questa stagione. «E’ una partita complicata, perché giocheranno due centrali che non hanno mai giocato insieme ma hanno i numeri – spiega De Laurentiis -. La squadra è forte, sono ottimista».

CEDIBILE Il presidente è ritornato sull’argomento Insigne e sulla possibilità che il giocatore possa essere ceduto. Un’ipotesi che è montata domenica sera, dopo le dichiarazioni dello stesso attaccante e lo sfogo polemico nei confronti di chi l’aveva criticato nelle settimane precedenti al suo gol al Sassuolo. La risposta di De Laurentiis non è stata scontata. «Insigne non è sul mercato fino a quando nessuno ce lo chiederà. È un giocatore straordinario e appetibile. La sua valutazione? Non c’è un prezzo, altrimenti avrei messo una clausola», ha chiarito il dirigente che ha confermato anche la sua volontà di tenere Ancelotti a vita. «Quando vorrà prolungare il contratto non ci saranno problemi ».

L’HANDICAP E’ rappresentato dal numero di punti che separa il suo Napoli dalla Juventus (18) e dal progetto tecnico che, pur avendo una continuità, non è ancora vincente. «Per colmare il gap con le grandi d’Europa dovrei indebitarmi e non posso farlo. Sono virtuoso, perché non mi sono mai indebitato se non con me stesso per andare dalla C alla A. Il salto di qualità non si fa solo mettendo i soldi, ma anche cambiando i regolamenti. Spero che nei prossimi 5 anni il mondo del calcio cambi. Fortuna che c’è Agnelli all’Eca e Ceferin alla Uefa. In Italia bisognerebbe fare la SuperLega a numero chiuso e tenere ancora la Serie A. Non lasciamo in mano a Lotito il gioco delle tre carte. Il Napoli è la seconda o terza società italiana e dovrebbe avere più peso dell’Udinese. Non possiamo imporlo. Lotito ha inventato i voti di maggioranza che invece dovrebbe essere in base al fatturato ». In discussione c’è anche il San Paolo che per il Napoli rappresenta un altro problema. «Il commissario per le Universiadi è un genio, ma gli altri fanno populismo. Napoli non c’entra nulla con lo stadio e Napoli esisterà anche senza un proprio impianto». NOVITÀ Infine, la buona notizia, ovvero, il rinnovo di Cristiano Giuntoli per i prossimi 5 anni: sarà il direttore generale. «Voglio ringraziare il presidente e il dottor Chiavelli – ha detto Giuntoli – che mi ha voluto qui. Il progetto Napoli può soltanto crescere e migliorarsi».

Marco Rose lancia la sfida: «Il mio Salisburgo deve fare come la Juve. Noi di gol dovremo farne 4, ci proveremo». Quasi una provocazione e uno stimolo per il Napoli avere di fronte la Juve d’Austria.

Ma il guanto lanciato dal collega, non turba più di tanto Ancelotti: «Loro giocano un buon calcio, e noi in effetti nel finale dell’andata abbiamo concesso troppe opportunità in un momento in cui il risultato era a noi favorevole. Voglio che si giochi al meglio e che si vinca anche qui. Del resto loro per recuperare dovranno attaccare, sbilanciarsi. E noi coi nostri giocatori sapremo trovare anche i tempi giusti per superare il loro pressing alto, perché poi si aprono spazi molto interessanti per colpire».

SCOMMESSA MILIK Il tecnico emiliano, esordiente in Europa League, ha una striscia di tre vittorie su tre che non vuole sporcare. Non dà vantaggi sulla formazione all’avversario, anche se le scelte sono abbastanza prevedibili, però una cosa la dice: «Domenica col Sassuolo abbiamo fatto riposare un po’ Milik che stasera sarà in campo dal primo minuto». Insomma Ancelotti punta sul suo centravanti cannoniere, affamato di gol anche in Europa. Arek è già a quota 16 ed ha fatto meglio delle due sue precedenti annate a Napoli (14 gol complessivi) contrassegnate però da due infortuni gravissimi alle ginocchia. Carlo ripete da tempo: «Arek è centravanti da 20-30 gol a stagione, ha solo bisogno di continuità e la sta trovando». È lui l’asso nella manica del Napoli, l’uomo che può spingere sino alla finale di Baku la squadra azzurra.

SOSTEGNO LORENZO Ancelotti non avrebbe voglia di tornare sulla partita col Sassuolo ma ammette: «Non è stata una buona prestazione. Però ci può stare in mezzo a due partite importanti in Europa». Poi sullo sfogo di Reggio Emilia di Insigne: «Ho letto quello che ha detto, lo trovo comprensibile, sente il peso della responsabilità, è la sua Napoli, gli può pesare il fatto che su di lui ci sia un’attenzione maggiore rispetto agli altri giocatori».

SALISBURGO (mi.mal.) Durante l’allenamento di rifinitura, alla Red Bull Arena, s’è fermato Fabian Ruiz. Il centrocampista è stato toccato da Simone Verdi in un contrasto e ha dovuto lasciare il campo. Nello scontro di gioco, lo spagnolo ha riportato una forte contusione alla gamba sinistra ed è rimasto a terra, prontamente soccorso dal medico sociale, Alfonso De Nicola. La sua presenza, stasera, non dovrebbe essere in discussione. Ma, se non dovesse recuperare in tempo, allora Ancelotti inserirà Diawara a centrocampo, spostando Zielinski sulla fascia sinistra. L’unico dubbio riguarda, a questo punto, l’attacco. Data per scontata la presenza di Milik, dovrebbe essere Lorenzo Insigne ad affiancarlo con Mertens che inizialmente partirà in panchina.

Ieri, oggi e poi (anche) domani: perché in questo viaggio continuo, un’emozione dietro l’altra, chi si ferma è irrimediabilmente perduto. Salisburgo è l’ennesimo crocevia di questa vita «spericolata», dieci anni ormai in giro per l’Europa, godendosi il calcio che conta dal settimo piano di un albergo in cui Aurelio De Laurentiis posa la prima pietra del suo quarto ciclo quinquennale: alle spalle, dal 2004 a stasera, c’è un’evoluzione ch’è scritta a caratteri cubitali sull’erba di un Vecchio Continente ch’è divenuta casa-Napoli e all’orizzonte c’è il Progetto che ha nomi e anche cognomi. «An- celotti è uno di famiglia ormai, i suoi pensieri coincidono con i miei e quando vorrà prolungare il contratto, non ci saranno problemi. Ma adesso posso annunciare che abbiamo appena rinnovato con Cristiano Giuntoli, che andava in scadenza dopo un quadriennio e che resterà per altre cinque stagioni. E’ il segnale di una continuità, questa, ed è l’ennesimo».

E’ l’Idea che germoglia, ancora, è una Filosofia che resiste, ramificata ormai da quest’epoca in cui c’è il desiderio di restare tra gli Eletti. «E Insigne, per esempio, non è sul mercato, almeno fino a quando non ce lo chiedono. E finora non è successo. Ma per lui, sia chiaro, non esiste prezzo, altrimenti avremmo inserito una clausola nell’accordo: una cosa è desiderarlo, un’altra poter pensare di portarcelo via».

NOI E LA JUVE. Salisburgo è una tentazione forte, è una favola da regalarsi, è un (gran) bel viaggio sul quale fanstaticare, magari destinazione Istanbul, per una finale tutta italiana di Supercoppa europea con la Vecchia Signora, omaggiata da un tweet immediatamente dopo il 3-0 sull’Atletico Madrid. «La Juventus ha fatto una gran partita e sarebbe un regalo fantastico, il migliore, degli ultimi undici anni. Ma la strada è lunga e questa partita di stasera è insidiosa».

SUPERLEGA. Poi bisognerà lanciarsi nel futuro, ma seriamente, ricostruendo questo calcio che a De Laurentiis pare sempre più vecchio. «Per colmare il gap con le Grandi d’Europa si è dovuta indebitare persino la Juventus e io sono un virtuoso anche se ho fatto debiti personali per arrivare dalla C alla A, quando ho investito 180 milioni di euro. Il salto di qualità si fa immettendo danaro e allora vanno cambiati i regolamenti: serve una svolta rapida, entro cinque anni. .Altrove hanno cominciato, qui siamo indietro: servirebbe una Superlega a numero chiuso, secondo l’importanza territoriale: io non sono nemico delle piccole ma è giusto che la serie A – che da sola regge il sistema – abbia una sua autonomia e una propria forza».

GOVERNI E LOTITO. E poi ce n’è per tutti, perché il calcio rotola fuori dal campo e porta non sé riflessioni «alternative, che danzano dal San Paolo al vertice di una piramide dove De Laurentiis lascia che arrivi la propria voce. La querelle dello stadio si è arricchita di nuovi frizioni con la classe politica che governa la città: «Sono scappato dal tavolo delle Universiadi, dove c’è un genio come il commissario Basile, ma dove siedono anche populisti, imbonitori che prendono in giro i propri elettori».

E poi qualche carezza in un «pugno» rifilata qua e là: «Il Napoli è la seconda squadra italiana e non può avere lo stesso peso, lo dico con rispetto, dell’Udinese. Non si può lasciare che Lotito faccia il gioco delle tre carte. E né si può continuare così, con la serie C che fa registrare un’emorragia costante di club. Temo che Malagò, Giorgetti e anche Gravina non abbiano ancora capito cosa stia succedendo e come si debba intervenire. La svolta epocale inpressa anni fa da Walter Veltroni meriterebbe un seguito».

Ieri, oggi e poi (anche) domani: perché in questo viaggio continuo, un’emozione dietro l’altra, chi si ferma è irrimediabilmente perduto. Salisburgo è l’ennesimo crocevia di questa vita «spericolata», dieci anni ormai in giro per l’Europa, godendosi il calcio che conta dal settimo piano di un albergo in cui Aurelio De Laurentiis posa la prima pietra del suo quarto ciclo quinquennale: alle spalle, dal 2004 a stasera, c’è un’evoluzione ch’è scritta a caratteri cubitali sull’erba di un Vecchio Continente ch’è divenuta casa-Napoli e all’orizzonte c’è il Progetto che ha nomi e anche cognomi. «Ancelotti è uno di famiglia ormai, i suoi pensieri coincidono con i miei e quando vorrà prolungare il contratto, non ci saranno problemi. Ma adesso posso annunciare che abbiamo appena rinnovato con Cristiano Giuntoli, che andava in scadenza dopo un quadriennio e che resterà per altre cinque stagioni. E’ il segnale di una continuità, questa, ed è l’ennesimo».

E’ l’Idea che germoglia, ancora, è una Filosofia che resiste, ramificata ormai da quest’epoca in cui c’è il desiderio di restare tra gli Eletti. «E Insigne, per esempio, non è sul mercato, almeno fino a quando non ce lo chiedono. E finora non è successo. Ma per lui, sia chiaro, non esiste prezzo, altrimenti avremmo inserito una clausola nell’accordo: una cosa è desiderarlo, un’altra poter pensare di portarcelo via».

NOI E LA JUVE. Salisburgo è una tentazione forte, è una favola da regalarsi, è un (gran) bel viaggio sul quale fanstaticare, magari destinazione Istanbul, per una finale tutta italiana di Supercoppa europea con la Vecchia Signora, omaggiata da un tweet immediatamente dopo il 3-0 sull’Atletico Madrid. «La Juventus ha fatto una gran partita e sarebbe un regalo fantastico, il migliore, degli ultimi undici anni. Ma la strada è lunga e questa partita di stasera è insidiosa».

SUPERLEGA. Poi bisognerà lanciarsi nel futuro, ma seriamente, ricostruendo questo calcio che a De Laurentiis pare sempre più vecchio. «Per colmare il gap con le Grandi d’Europa si è dovuta indebitare persino la Juventus e io sono un virtuoso anche se ho fatto debiti personali per arrivare dalla C alla A, quando ho investito 180 milioni di euro. Il salto di qualità si fa immettendo danaro e allora vanno cambiati i regolamenti: serve una svolta rapida, entro cinque anni. Altrove hanno cominciato, qui siamo indietro: servirebbe una Superlega a numero chiuso, secondo l’importanza territoriale: io non sono nemico delle piccole ma è giusto che la serie A – che da sola regge il sistema – abbia una sua autonomia e una propria forza».

GOVERNI E LOTITO. E poi ce n’è per tutti, perché il calcio rotola fuori dal campo e porta non sé riflessioni «alternative, che danzano dal San Paolo al vertice di una piramide dove De Laurentiis lascia che arrivi la propria voce. La querelle dello stadio si è arricchita di nuovi frizioni con la classe politica che governa la città: «Sono scappato dal tavolo delle Universiadi, dove c’è un genio come il commissario Basile, ma dove siedono anche populisti, imbonitori che prendono in giro i propri elettori».
E poi qualche carezza in un «pugno» rifilata qua e là: «Il Napoli è la seconda squadra italiana e non può avere lo stesso peso, lo dico con rispetto, dell’Udinese. Non si può lasciare che Lotito faccia il gioco delle tre carte. E né si può continuare così, con la serie C che fa registrare un’emorragia costante di club. Temo che Malagò, Giorgetti e anche Gravina non abbiano ancora capito cosa stia succedendo e come si debba intervenire. La svolta epocale impressa anni fa da Walter Veltroni meriterebbe un seguito».

Venticinque anni e ritrovarsi un’altra vita, senza dimenticare quella precedente ma anche tuffandosi in questa nuova, per afferrarla tutta e per regalarsela interamente. «E’ giusto cambiare, così si cresce». Venticinque anni per scoprire ch’esiste un altro calcio – non più più bello, non più brutto, semplicemente diverso – e studiarlo e annusarlo e respirarlo, come un bambino all’aria aperta, mentre insegue un aquilone. «Io ho sempre avuto lo stesso allenatore e quindi…». E quindi, a venticinque anni, dopo sei (indimenticabili) stagioni con Sarri, Hysaj è uscito da quel football elettrico ed entusiasmante e si è calato in questa dimensione per lui insolita, quindi inedita, che però spalanca verso ulteriori orizzonti. «Non devo raccontare io chi sia Ancelotti e so che con lui posso crescere ancora, perché ha tanto da darci».

RIECCOLO. E’ stato duro, persino durissimo, uscire dalle certezze di quel 4-3-3 ormai mandato a memoria, da quei codici che ormai gli erano entrati nella testa: la linea alta, l’attacco con i tempi giusti, la sovrapposizione, l’irruzione sul cambio-gioco, il palleggio nello stretto, quegli slanci che da Empoli a Napoli l’hanno fatto diventare uomo prima che di ritrovarsi al buio della panchina (due volte consecutive in Champions, con Liverpool e Psg), dieci volre complessivamente. E poi il ballottaggio con Malcuit a destra o con chi capitava a sinistra: da insostituibile ad alternativo, da riferimento assoluto a titolare (assai) part-time, da un Hysay a quest’altro che ora vede il Salisburgo, pensa a Baku e però sogna anche altro. «Mi chiedete cosa darei per un gol, il mio primo gol, e proprio non saprei dire. Lo inseguo, certo, anche se non è quello il mio mestiere. Darei tutto per provare questa emozione, dalla quale non mi lascio ossessionare. Devo stare calmo e devo pensare a fare bene».

ATTESA. A gustare questa esistenza da venticinquenne, dunque da uomo, che sta tornando ad appartenergli: domenica, a Reggio Emilia, se ne è stato a guardare, ma dopo averne giocate sette di fila, come in quel tempo che ormai diviene il passato. «E questa sfida al Salisburgo è un altro passaggio della mia carriera e della stagione del Napoli. La dobbiamo vivere come sappiamo, provando a metterli in difficoltà e giocando come sappiamo: solo in quel modo raccoglieremo ciò che vogliamo, cioè la vittoria. Mancano Albiol, Maksimovic e Koulibaly, sono fortissimi, lo sappiamo, ma ci sono Luperto e Chiriches, ragazzi di enormi qualità. Ci conosciamo tutti bene, perché siamo qui da un bel po’». Parti di un gruppo, di colleghi e di amici. Hysaj ne fa parte, perché la crescita, da Sarri ad Ancelotti, se l’è presa tutta sul campo. Napoli per lui è un po’ casa. «Ci conosciamo tutti bene, perché siamo qui da un bel po’…». Anche se sembra quasi di vivere un’altra storia.

Ahia… E’ un dolorino ma è persistente, è una fitta che si avverte e toglie il sonno (forse): è un pensierino mentre le luci della Red Bull Arena si stanno spegnendo, da portarsi appresso per una notte, anche se l’espressione va poi addolcendosi. E’ un interrogativo che rimane, conviene tenerlo lì in casi del genere, e avvolge Fabian Ruiz, che comincia e finisce il suo allenamento con un paio di giri di lancette, il tempo necessario per sentire i tacchetti di un compagno poggiarsi (fortuitamente) su un ginocchio e arrendersi: rischiare non ha senso e poi fa un freddo che non induce a starsene là, aspettando che vada via la preoccupazione.

TRANQUILLI. E’ una serata speciale per chi questa Europa League l’ha vista da lontano o l’ha attraversata per un istante, perché 48 minuti, nel calcio, rappresentano seriamente un dettaglio: però stavolta Sebastiano Luperto la sente davvero sua e può ripensare ai sacrifici fatti e alle lezioni prese osservando Albiol, il suo maestro, il grande assente. Tocca a Luperto e con lui a Chiriches, che ha altre esperienze precedenti e una statura internazionale possente, e ci saranno occhi innanzitutto per loro dopo l’infortunio del leader e le squalifiche di Maksimovic e di Koulibaly.

FATTA. Poi sembra fatta, almeno così sembra, questa squadra che deve andare a timbrare il proprio passaporto per starsene ancora in Europa League e però ai quarti di finale: qualcosa si è capito con il turn-over robusto di Reggio Emilia e altro è scolpito in gerarchie che sembrano limpide. In porta ci torna Meret, che ha riposato per squalifica domenica e che aggiunge al proprio curriculum una nuova prestazione internazionale; e davanti al portiere, da destra a sinistra, Hysaj, Chiriches, Luperto e Mario Rui. A corredo, una indicazione preventiva, nel caso in cui la necessità costringa a intervenire – di nuovo – sui centrali difensivi: non essendocene altri, eventualmente dovesse servire, là in mezzo ci andrebbe Hysaj, che sa come si fa.

FANTASIA. Poi sarà 4-2 e (tanta) fantasia: Callejon da una parte e Zielinski dall’altra, entrambi con licenza di entrare dentro al campo; e a far legna o a distribuire idee, ci penseranno Allan e Fabian. Ma se la botta dovesse limitare lo spagnolo e cambiare diventasse indispensabile, Diawara a fare il centrale, pure per aspettarsi qualcosa che cancelli i troppi dubbi di questo semestre senza lampi. In avanti si deduce, anzi no: Ancelotti ha consegnato ufficialmente a Milik una maglia da titolare e l’altra se l’è presa domenica sera Insigne, con un capolavoro che ha dato un senso persino alle sue parole. E a Mertens non rimarrà che aspettare l’occasione per interrompere il digiuno: dura dal 29 dicembre, è dura. E’ un anno (si fa per dire…).

Ausverkauft: esaurito. E quindi è inutile avvicinarsi alla Red Bull Arena: ieri l’hanno scritto dinnanzi allo stadio, a scanso di equivoci, va a finire che non ci credano. E invece è vero, saranno ventinovemila e cinquecento tifosi, mille e cinquecento dei quali saranno napoletani, e dunque sarà come entrare ben dentro all’inferno. Qui la Lazio ci ha giocato e si sa come è andata a finire, quando sembrava che tutto congiurasse a favore degli uomini di Inzaghi; e qui il Napoli si tapperà le orecchie e farà finta di niente, ammesso che ci riesca, per potersi regalare questo quarto di finale che domani verrebbe immediatamente svelato, con il sorteggio. Però prima ci sarà da pensare all’Udinese, che domenica sera sarà al San Paolo, e troverà anche Maksimovic e Koulibaly, rimasti a casa ad allenarsi proprio per il campionato.

SALISBURGO – «Dopo la partita di Napoli ci siamo parlati, abbiamo rivisto i nostri errori. La speranza di farcela c’è». E’ Andrè Ramalho a parlare dello spirito che si respira nello spogliatoio del Salisburgo. «Ci aspetta un grande compito – dice il difensore brasiliano – ma vogliamo dare tutto in campo e provarci fino in fondo». La fiducia non manca anche se «dopo il 3-0 dell’andata non serve dire chi sono i favoriti e Ancelotti ha a disposizione valide soluzioni per fronteggiare le assenze dei loro due centrali difensivi». Il sudamericano, poi, riserva parole di elogio per il connazionale Allan: «E’ un grandissimo giocatore, che sta facendo benissimo. Sono felice per la sua convocazione in nazionale e non vedo l’ora di incontrarlo. Ma spero che stavolta il risultato sarà a nostro favore». Una speranza condivisa anche dal centrocampista Diadie Samessekou, che avverte: «Entreremo in campo con coraggio, senza farci condizionare dal risultato della gara di Napoli, dove sfortunatamente non siamo riusciti a mostrare la nostra vera faccia».

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