Alex Zanardi ultime notizie condizioni di salute dal San Raffaele, come sta davvero il pilota?

Pubblicato il: 13 Ottobre 2020 alle 6:32

Alex Zanardi ultime notizie, come sta davvero l’ex pilota? A distanza di 4 mesi dal terribile incidente sempre più spesso ci si chiede quali sono le condizioni di salute di Alex Zanardi. Quest’ultimo, come tutti sappiamo è rimasto vittima di un grave incidente in Toscana avvenuto il 19 giugno.

Alex Zanardi ultime notizie, quali sono le sue reali condizioni di salute?

L’uomo fin da subito è stato ricoverato e sottoposto a diverse operazioni al cervello. A distanza di tanti mesi, adesso Alex si trova ricoverato presso il San Raffaele di Milano ed è proprio presso questa struttura ospedaliera che terminerà la sua degenza clinica. Di tanto in tanto a parlare delle sue condizioni di salute e il figlio Niccolò e la moglie. Dall’ospedale però c’è il massimo riserbo e di tanto intanto trapelano alcune notizie dalle quali si può capire quali possono essere le reali condizioni di salute del pilota. In questi ultimi giorni, qualche indiscrezione in più è trapelata grazie alle rivelazioni fatte dai suoi fisioterapisti. A quanto pare, Alex nei prossimi giorni verrà sottoposto ad un nuovo intervento di breve durata.

Lunghe sedute di fisioterapia

Per questo motivo, per prepararlo anche a questo tipo di intervento Alex Zanardi da almeno 5 giorni è trattato giorno e notte da una squadra di fisioterapisti, che stanno cercando in tutti i modi di riabilitare il pilota per cercare anche di capire qual è la risposta del suo fisico. ”Quando finisce le sedute viene rimesso nel suo letto e si riaddormenta”. Questo quanto riferito dal suo entourage. Una cosa è certa, Alex sta cercando in tutti i modi grazie all’aiuto della sua famiglia, dei Medici, dei fisioterapisti e principalmente di se stesso di tornare a quello che era un tempo, ovvero prima del terribile incidente di giugno.

Trasferimento in Toscana a breve? Buone probabilità

Stando a quanto è emerso dalle rivelazioni dei fisioterapisti, Alex sembra reagire bene agli stimoli e questo certamente è un ottimo segno. Al suo fianco c’è sempre la moglie Daniela ed il figlio Niccolò che vanno spesso in ospedale per stargli vicino e non fargli mai mancare il loro affetto. Una volta finita la riabilitazione a quanto pare ci sarebbe la possibilità che Alex venga trasferito in Toscana presso una clinica specializzata. Ancora è presto però, per capire quando e se il pilota verrà trasferito, si attende che non sia più in pericolo di vita.

C’è una frase tra le tante, bellissime, che ci ha regalato nel corso della sua vita Alex Zanardi che ha un significato più forte di tutte le altre. «Io mi sono spezzato ma non mi piego!» Tutto lo straordinario carattere e l’immensa forza di volontà di Zanardi girano attorno a queste parole. Che Alex pronunciò in una memorabile serata ai Caschi d’Oro di Autosprint, nel 2001. Non piegarsi, cioé non subire le avversità. Ma iniziare da quelle per trovare nuove motivazioni. È sempre stata la sua regola di vita per ripartire dopo ogni disavventura. Che fosse un errore in corsa, il licenziamento subito da una squadra oppure un grave incidente. Quella frase deriva da una espressione latina, “Frangar, non flectar” ma nella letteratura italiana è più conosciuta la declinazione opposta: mi piego ma non mi spezzo. Ad intendere l’adattabilità dell’uomo alle circostanze più avverse. Immaginate le canne di un campo come si flettono quando sono scosse dalle raffiche di vento forte.

Poi, quando il vento cessa di soffiare, tornano a svettare diritte e rigogliose. Se fossero più rigide e non si flettessero, potrebbero spezzarsi per effetto dell’impatto devastante della forza del vento. Mi piego per non frantumarmi, insomma. Zanardi però ha rovesciato l’immagine retorica di questa frase perché lui si era spezzato davvero il corpo al Lausitzring. Però non si è piegato alla cattiva sorte, che l’avrebbe voluto immobile per sempre, privo di gambe e di autonomia, su una carrozzina.

Al contrario, da quell’incidente ha trovato nuova vitalità e nuova forza per lanciarsi in imprese impensabili. E da quel 2001 quel motto è diventata la regola che ha condizionato, guidato e illuminato la sua vita. La leggendaria frase «Mi sono spezzato ma non mi piego» Zanardi l’ha pronunciata nel 2001, appena 80 giorni dopo il suo incidente, nella sua prima apparizione pubblica. Ai Caschi d’Oro di Autosprint. Per questo anche noi ci sentiamo nel nostro piccolo un po’ orgogliosi di rappresentare la prima tappa della ripartenza di Alex Zanardi nel suo cammino di eroe moderno.

Quella volta ai Caschi Zanardi ha raccolto applausi scroscianti ma nessuno immaginava cosa gli frullasse veramente in testa per la sua nuova futura vita. Tutti eravamo sollevati dal rivedere vivo e sorridente questo ragazzo fantastico, ma ci immaginavamo il Zanardi post incidente come un uomo, sempre positivo nelle sue esternazioni, ma con le ali tarpate per sempre – come il corpo – nelle sue ambizioni future. Invece ha dato a noi e a tutto il mondo una lezione memorabile di vita e di forza di volontà. E poi diciamoci la verità, Zanardi in questi anni è stato motivato anche dal fatto di avere una voglia matta di stupire il prossimo. Per cui quel giorno del 2001, ai Caschi d’Oro, si era tenuto ben segreta la sorpresa con cui avrebbe lasciato il mondo a bocca aperta.

Alzarsi in piedi sulle sue protesi nuove di zecca. Erano passate poche settimane dal suo terribile incidente al Lausitzring di metà settembre 2001. La gente aveva negli occhi ancora le drammatiche immagini della sua rossa Reynard-Honda che all’uscita dei box si era intraversata ed era stata centrata in pieno dalla monoposto azzurra di Tagliani. Era il sabato del Gp di Monza F.1 e quando nel paddock si diffusero la notizia ed i dettagli di quell’incidente, tutti avevamo pensato al peggio.

D’altronde, l’inviato di Autosprint sul posto mi aveva detto che la monoposto, quando l’avevano sollevata col carro gru per portarla al paddock, grondava sangue come un corpo ferito. Il sangue di Zanardi. Che nel drammatico impatto, dalle arterie femorali recise assieme a tutte due le gambe, aveva perso cinque litri di sangue. Gliene era rimasto in corpo uno soltanto. Zanardi aveva subìto sette arresti cardiaci ma i medici erano riusciti a far ripartire ogni volta il suo forte cuore. Poi le cure scrupolose, la rieducazione. Ezio Zermiani fu il primo a intervistarlo in ospedale, qualche settimana dopo, e ci stupì l’allegria di Alex.

Le telecamere mostravano impietosamente i suoi moncherini ma lui non si commiserava. Al contrario, appariva positivo. A Daniela, sua moglie, aveva detto: «Se non corro più il rischio di morire, allora possiamo ricominciare una nuova vita». Già, la sua nuova vita. Nessuno poteva immaginare quanto ci avrebbe stupito nei successivi vent’anni. In quel 2001, visto che dopo le prime settimane di cura sembrava stesse bene, al direttore di Autosprint dell’epoca Ivan Zazzaroni ed a me venne in mente di coinvolgerlo ai Caschi d’Oro. Non eravamo nemmeno sicuri che potesse presenziare, ma Zazzaroni allacciò i primi contatti e la risposta sembrava positiva. Se mi sento bene vengo, ci disse. Ma non immaginavamo cosa Alex avesse in serbo. Pensavamo soltanto al piacere di fargli rendere omaggio dal suo pubblico.

Qualcosa immaginai il giorno prima della premiazione, quando il dottor Claudio Costa, l’angelo custode dei motociclisti (nove anni prima aveva salvato le gambe e la vita di Mick Doohan dopo un bruttissimo incidente) che si era preso a cuore la causa di Zanardi, mi chiamò per dirmi: «Alex vuol sapere com’è fatto il palco. Puoi mostrarmelo? ». Io non capivo bene cosa volesse. E poi Alex quel palco del PalaCongressi di Bologna lo conosceva bene perché cinque anni prima c’era salito e si era preso un’ovazione formidabile dal pubblico per il Casco d’Oro che gli avevamo consegnato dopo la sua prima memorabile stagione vincente nelle corse americane. Però accompagnai lo stesso Costa al teatro. Su quel palco, mentre gli operai lavoravano per l’allestimento finale, Costa si mise a tastare col piede il pavimento di legno cercando giunture, rilievi, impuntature del terreno. Poi lo vidi premere col piede sul tappeto rosso che ricopriva il palco come coreografia. Io pensavo volesse saggiarne la consistenza per capire se le ruote della carrozzina di Zanardi potessero scorrere bene lì sopra. Tutto ciò mi suonava strano. Mai e poi mai, però, mi immaginavo quello che sarebbe successo l’indomani.

Il giorno della premiazione avevamo tenuto nascosta a tutti la presenza di Zanardi. Doveva essere un colpo di scena, la ciliegina finale a sorpresa sia per il pubblico in sala, sia per chi seguiva la diretta tv dalle telecamere Rai che trasmetteva i Caschi d’Oro su Rai3. C’era anche il presidente della RAI dell’epoca sul palco, Roberto Zaccaria, a cui facemmo premiare Schumacher che era la grande stella della serata per il secondo titolo mondiale consecutivo conquistato con la Ferrari che lo proiettava a quota quattro titoli iridati, uno più di Senna. Ma nemmeno Schumacher sapeva che stava per arrivare Zanardi. Alex era rimasto in gran segreto dietro le quinte del palco con la propria carrozzina.

Quel giorno c’era un vero parterre de roi in sala: in prima fila anche Viviane Senna che avevamo invitato per premiare l’iniziativa di beneficienza voluta da suo fratello prima della morte e che lei aveva portato avanti con grande determinazione. Quando la premiazione sembrava al termine, con Schumacher festante sul palco stretto nell’abbraccio del pubblico, Gianfranco de Laurentiis e Luana Ravegnini che conducevano la serata, chiedono a Schumacher di restare perché c’è una sorpresa speciale… Parte sullo schermo in sala il filmato con le immagini di Zanardi. Lui con la monoposto americana, lui con la Williams F.1, lui che sorride a viso aperto.

Il pubblico capisce ed esplode in un boato mentre Zanardi compare sul palco con la carrozzina spinta dal dr. Costa. Ma a quel punto succede un piccolo pasticcio. Le telecamere Rai indugiano sul filmato e si perdono letteralmente la scena dell’ingresso di Zanardi in sala. Il regista RAI, ignaro, continuava a mandare in onda i video della Williams F.1 sullo schermo invece di inquadrare il palco dove Zanardi stava entrando con la carrozzina. Si sono messi ad inquadrarlo soltanto quando Schumacher, commosso, l’ha visto e si è inchinato ad abbracciarlo. Uno dei momenti più emozionanti dell’evento è stato oscurato per sempre e queste immagini restano vive soltanto nella mente di chi vi ha assistito di persona, come il sottoscritto.

Ma è quello che è successo dopo che è passato alla storia. Acquietati gli applausi, Zanardi ha messo le mani sui poggiamani della carrozzina, si è fatto forza e lentamente si è sollevato in piedi per la prima volta sulle sue nuove protesi. Davanti allo sguardo meravigliato di Michael Schumacher lì di fianco. Il pubblico si è zittito ed è rimasto a bocca aperta per la sorpresa. Poi è scrosciato un applauso da far venire giù il teatro. E in quel boato, Zanardi ha pronunciato forte al microfono prima una battuta divertente nella sua irriverenza («Sono così emozionato che mi tremano le gambe») poi la fatidica frase che è diventata negli anni il suo motto esistenziale: «Io mi sono spezzato ma non mi piego!». Non si piega alle avversità, agli ostacoli e al destino crudele. In sala scoppiarono applausi e lacrime. La carrellata delle telecamere inquadrò tanti piloti davanti al palco, gente che ti aspetti fredda e in grado di tenere testa alle emozioni, con gli occhi gonfi di emozione. Un primo piano struggente su Viviane Senna ce l’ha mostrata asciugarsi le lacrime dagli occhi lucidi di pianto.

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