Coronavirus, sospetto caso all’ospedale di Roma Sant’Eugenio

Ragazzo straniero si è recato all’ospedale di Roma Sant’Eugenio con febbre altissima a 41 e riferisce di lavorare all’aeroporto. Attualmente i medici hanno preso tutte le precauzioni del caso isolando il paziente e successivamente mettendo in atto tutti i protocolli medici. situazione in aggiornamento.

Quando sono riuscite a “catturare” il nuovo Coronavirus che sta spaventando il mondo, nel laboratorio con livello 3 di biosicurezza dell’Istituto nazionale malattie infettive Lazzaro Spallanzani c’erano la direttrice Maria Rosaria Capobianchi, la responsabile dell’Unità virus emergenti Concetta Castilletti e la sua collaboratrice precaria Francesca Colavita.

Ma la dottoressa Capobianchi non transige: questo traguardo, come già era accaduto prima con Ebola e Zika, è stato tagliato da ogni donna e ogni uomo del teamche lei dirige. «È il frutto del lavoro, della passione e della competenza della squadra del nostro laboratorio di virologia, che da anni è in prima linea nelle emergenze sanitarie del Paese», ci spiega mostrandoci la stanza con livello di biocontenimento a pressione negativa, che consente cioè all’aria di entrarema non di uscire, in cui ilmicrorganismo che nella città cinese di Wuhan ha già fatto più vitime della Sars, è stato isolato. Il team è composto da una trentina di persone, tra biologi e tecnici, per la gran parte donne. «Le donne sono 26», precisa Capobianchi, «non perché qui si facciano preferenze di genere,ma perché le laureate in Biologia sono più numerose dei loro colleghi maschi. Quel che conta, invece, è l’armonia: c’è chi è più brava a lavorare in laboratori di biosicurezza, chi in diagnostica molecolare, che qui si svolge in regime di urgenza.

La necessità di eseguire la diagnostica sui casi sospetti in tempi rapidi ci ha sconvolto la vita perché abbiamo dovuto raddoppiare i turni e riorganizzare le attività». Così, a 48 ore dalla prima diagnosi positiva in Italia sulla coppia di turisti cinesi arrivati daWuhan e ricoverati allo Spallanzani, il virus denominato 2019-nCoV/Italy-INMI1 è stato isolato. «Come ci siamo riusciti?», sorride Capobianchi. «Perché siamo ben preparati, allenati e addestrati a farlo.

Appena avuto il primo test molecolare positivo, abbiamo seminato il campione biologico prelevato con un tampone dal paziente o, in altre parole, lo abbiamo messo a crescere su delle cellule in coltura. Le colture di cellule sono preparate e rinnovate continuamente per essere sempre pronte per la semina dei campioni clinici quando serve. L’isolamento virale e la propagazione del virus in coltura vanno fatti in un laboratorio di biosicurezza di livello 3, perché così è classificato questo virus, come Sars e come Mers, un gradino sotto Ebola, che è 4.

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