Elisabetta Gregoraci torna insieme a Flavio Briatore: pace fatta in quarantena?

Sono tantissimi gli italiani che in questi giorni hanno deciso di vivere con le persone care la quarantena imposta per via dei contagi dal Coronavirus. Allo stesso modo, Flavio Briatore e Elisabetta Gregoraci hanno colto l’occasione per darsi una seconda possibilità? Ecco cosa sta succedendo.

Elisabetta Gregoraci torna da Flavio Briatore

La coppia formata da Elisabetta Gregoraci e Flavio Briatore ha sempre fatto parlare di sé nei magazine di gossip sia per la loro differenza di età ma anche per il divorzio arrivato per tutti a gran sorpresa.

In occasione di una recente intervista rilasciata al settimanale di gossip Chi, ecco che la showgirl calabrese parlando della sua vita ha dichiarato: “Ora sono io una mamma: una mamma che lavora, ma pur sempre una mamma. Mi alzo presto ogni mattina per accompagnare mio figlio a scuola e poi faccio le mie cose di lavoro. Il pomeriggio vado a riprendere mio figlio a scuola e facciamo merenda insieme, mentre nel weekend lo accompagno alle partite. Faccio quello che fanno tutte le madri”. Ma adesso ecco che tutto nella sua vita cambia ancora una volta?

Pace fatta con Briatore?

A quanto pare la coppia formata da Flavio Briatore e Elisabetta Gregoraci potrebbe aver deciso di darsi una seconda possibilità cogliendo l’occasione della quarantena e quindi la convivenza forzata al fine di capire quali sono i loro sentimenti?

La coppia, che ormai da tempo si è detta addio, potrebbe essere davvero tornata insieme nonostante gli anni di separazione che sono trascorsi dal momento in cui i due hanno deciso di dirsi addio. Dunque, possiamo parlare di pace fatta per la coppia?

Convivenza in quarantena con il figlio Nathan?

Elisabetta Gregoraci e Flavio Briatore, dunque, potrebbero aver davvero deciso di annullare la separazione e tornare insieme? Il dubbio è nato dall’intervista che l’imprenditore ha rilasciato al Corriere della Sera, in occasione della quale ha raccontato il modo in cui lui ed Elisabetta Gregoraci hanno deciso di trascorrere questo delicato momento per l’umanità.

Non a caso, ecco che Flavio Briatore parlando della sua famiglia ha dichiarato: “Elisabetta è qui con noi. Adesso ce la godiamo. Io sto molto di più con mio figlio Nathan Falco, che ha 10 anni. C’è chi vive in 40 metri quadrati- spiega il famoso imprenditore-. Per questo è importante spiegargli e fargli capire quali siano i valori. Io ho fatto molta più fatica di lui, ma comunque si dovrà impegnare al massimo”.

Sa come pago i miei dipendenti in Kenya? Accreditando i soldi sul loro telefonino. Il cellulare è un mezzo importantissimo perché permette di raggiungere chiunque. Anche i poveri adesso hanno il cellulare. Si deve pensare a una pace fiscale che possa raggiungere sì le grandi aziende, ma anche i piccoli, i singoli cittadini. In Italia quando ti devono “acchiappare” per spellarti, ti trovano subito. Bisogna far girare liquidità, soldi, a costo di creare inflazione. O sarà guerra in piazza!». Così Flavio Briatore, uno degli imprenditori italiani più conosciuti al mondo, spiega in esclusiva a “Chi” come dovrebbe essere per lui la ricostruzione “dopo virus” e quali sono gli errori commessi finora.

Domanda. Partiamo dagli accrediti sui cellulari…

Risposta. «Lo Stato deve immediatamente creare una pace fiscale, abbassando il tasso d’interesse per le aziende. I grandi così possono riassorbire macro e micro lavoro. Spiego meglio: io ho quattordici locali chiusi. Per riaprire ho bisogno di due milioni di euro. Lo Stato me li deve dare subito. Io li restituisco in trent’anni. Però in questo modo riesco a far tornare al lavoro chi ho messo in cassa integrazione e farò ripartire la macchina. Inoltre devono trasferire fondi accreditandoli via smartphone ai cassaintegrati e anche ai lavoratori in “nero” dalle piccole aziende, soprattutto al Sud. Fornire loro una cifra idonea da spendere per la famiglia. E se qualcuno se ne approfitta? Niente carcere. Confisca dell’azienda, affidarla a qualcun altro che crei posti di lavoro. Se ci sarà soltanto una pax fiscale molti perderanno il lavoro». D. In che senso? R. «Le anticipo quello che Conte dirà quando si dovrà ripartire, perché ne sono già informato. Il ritorno alla normalità produttiva sarà graduale. Tradotto significa che se in un locale prima potevano entrare quattrocento persone, adesso ne faranno entrare centocinquanta, se va bene. I ristoranti da duecento coperti ne potranno usare meno della metà. In questo modo i licenziamenti della forza lavoro, dopo la cassa integrazione, saranno inevitabili. E Conte va in tv a dire ai calciatori che non possono giocare? Ma di che parliamo. Lo Stato deve tirare fuori i soldi!». D. Lei ha detto anche “Denaro per chi lavora in nero!”. R. «Immediatamente e non facciano ricadere la responsabilità della distribuzione sui sindaci. Denaro immediato accreditato sullo smartphone e sui conti correnti. Battere i pugni in Europa e creare debito per poi risanarlo. Come stanno facendo in Svizzera o in Olanda. Ma noi siamo gli unici scemi? Una famiglia che abita in quaranta metri quadrati con cinque figli quanto potrà resistere senza soldi? Se aspettano sei mesi, sarà una tragedia. Del resto lo Stato ti devasta tra contributi e spese, favorendo così il lavoro nero, da parte degli imprenditori tartassati. Oggi quello stesso Stato deve mettere una pezza a questo errore madornale che ha creato». D. Chi ha sbagliato? R. «Il ministro Speranza deve dire agli italiani da quanto sapeva che l’Oms aveva mandato il segnale d’allarme. All’ultima fiera del gelato lo stand di Wuhan era accanto a quello di Codogno. Ma come hanno potuto? E le mascherine? Non le hanno acquistate subito insieme con altri macchinari per l’ossigeno perché non ritenute necessarie. Intanto la gente già moriva. Poi c’è stato il blocco. Non si fa così: si chiamano i servizi segreti, si va in Cina, si paga e si porta a casa subito mascherine e materiale per salvare il Paese. Non è fiction: è una cosa fattibilissima, ma che non hanno saputo fare per incapacità. Lo sapevano, ma hanno sbagliato». D. L’errore più grande? R. «Due su tutti: l’aver sottovalutato i segnali di allarme che erano filtrati già da dicembre e, poi, l’aver annunciato in tv l’istituzione delle zone rosse senza aver pensato prima a blindare le stazioni, permettendo così la fuga di novantamila persone, tra le quali molti infetti, verso il Sud o verso le montagne. Chi poteva permetterselo è scappato fin qui a Montecarlo. Vergogna. Non potrò mai dimenticare quella notte. Al Twiga c’era la fila fuori. Mai successo prima, a marzo. Solo il giorno successivo ho capito che tutta quella gente erano i milanesi ricchi fuggiti nelle loro case in Costa Azzurra grazie alla maldestra comunicazione da parte del governo, che creato il fuggi fuggi. Mi chiedo ancora come sia stato possibile». D. Chi sarebbe per lei l’uomo giusto per la ricostruzione? R. «L’unico che può affrontare l’Europa è Mario Draghi. Devono dargli potere immediatamente e devono tirare fuori i soldi. Altrimenti le vittime non saranno soltanto per il virus. La gente inizia a togliersi la vita per la fame, ma nessuno ne parla. Il “dopo guerra” è oggi. Servono soldi per salvare le aziende e la forza lavoro. Dopo il periodo di cassa integrazione si rischia questo: chi si ritroverà disoccupato, chi perderà anche il lavoro in nero, chi fallirà, andrà ad aggiungersi alle schiere dei già troppi disoccupati. Gente arrabbiata che non vorrà più aspettare. Vogliamo davvero correre questo rischio?».

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