Mahmood, il vincitore del Festival di Sanremo 2019 che in questo periodo trionfa su tutte le radio con il nuovo singolo Dorado, è tornato di recente a esibirsi in pubblico alla Notte della Taranta 2020, scelto dal Maestro Concertatore Paolo Buonvino per cantare un brano arabo legato ai suoi ricordi d’infanzia (ricordiamo che il cantautore milanese, il cui vero nome è  Alessandro Mahmoud è figlio di padre egiziano), contaminato dalla  pizzica salentina.

Una scelta che ha causato qualche polemica, da parte di spettatori che hanno vissuto in qualche modo come una “offesa” sentire in una manifestazione tradizionale dei suoi così diversi da quelli a cui erano abituati.

In ogni caso, è stata un’esibizione molto particolare, perché a causa delle misure anti-covid le consuete 150/200  mila persone provenienti da tutto il r mondo, che con la carica di energià riempiono la piazza a cantare e ballare la pizzica fino all’alba,  quest’anno hanno lasciato spazio a silenzio e un grande vuoto.

In questa intervista Mahmood replica alle polemiche che hanno te accompagnato la sua esibizione in arabo, e ci parla delle emozioni  vissute in questo concerto partìcolare e anche di questo momento della sua carriera che, in vista dei suoi ’ primi 28 anni, che festeggia il 12 settembre, lo vede consacrato come uno dei pilastri dell’attuale musica pop e d’autore italiana.

Mahmood, il suo mondo e quello salentino della Notte della Taranta sembrano lontani. Come è nata questa collaborazione? «Non mi sarei mai aspettato di cantare alla Notte della Taranta perché all’inizio anche io la vedevo come una tradizione molto lontana da me, considerato che ho la mamma sarda e il papà egiziano. Quando sono stato contattato dal maestro concertatore di questa edizione, Paolo Buonvino, mi ha colpito la sua curiosità nel sapere se avessi dei legami musicali con le mie origini, per poter trovare la chiave per lavorare assieme.

Gli ho raccontato la storia di quando ero piccolo, di quando ero con mio padre in giro in auto mi faceva ascoltare sempre canzoni arabe e a una in particolare ero più legato, Sabri Du AHI, un brano di una cantante araba che piaceva moltissimo a mio padre. Ed è quella con cui ho voluto esibirmi». Delle canzoni cantate in auto con suo padre ne parla anche in un suo vecchio brano… «Sì in Gioventù bruciata, brano con cui era in gara a Sanremo Giovani 2018 e la canzone che ho portato alla Taranta è proprio una di quelle canzoni arabe di cui parlo nel brano».

Da questo ricordo d’infanzia è nata la scelta della canzone tutta in arabo. E come l’avete legata alla tradizionale manifestazione pugliese? «Con un arrangiamento molto particolare, speciale, messo a punto dal maestro Buonvino, è davvero suggestiva. La canzone è totalmente in arabo con una parte in cui s’inserisce il canto in salentino. Quando l’ho riascoltata, per capire la struttura, è stato bellissimo, emozionante perché mi sono sentito anche io parte di questa tradizione e ho capito che le mie origini non sono tanto distanti da quelle della tradizione salentina.

Dal punto di vista musicale Buonvino ha costruito ponti per unire mondi diversi, dove la musica parte da Bach, diventa nenia e poi incontra il Salente compiendo il giro del mondo in pochissimo tempo, abbattendo i muri per costruire incontri e ponti. La musica della Taranta ha proprio delle sfumature musicali che si avvicinano alla musica araba e quando s’incontrano creano proprio un unico universo». Dietro questa canzone c’è un lavoro e uno sforzo non indifferente.

Ha trovato difficoltà esecutive? «Non è che io abbia una pronuncia araba perfetta: c’è stato un amico egiziano di mio cugino che mi ha aiutato e corretto per tutta l’estate la pronuncia. La mia performance si focalizza su una canzone, ma il lavoro che c’è stato dietro questo pezzo è quasi come quello di mezzo disco, perché l’arrangiamento fatto è incredibile, un vero viaggio musicale tra i suoni classici, arabi e fino alla pizzica in una magica contaminazione».

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