Bridgerton su Netflix, retroscena e curiosità

E’ stato il regalo di Natale di Netflix ai suoi abbonati: una serie nuova di zecca da guardare tutta d’un fiato, otto puntate una dietro l’altra, firmate dal delfino di Shonda Rhimes, Chris Van Dusen, e da lei prodotte. Lei che, per capirci, è la mente dietro Grey’s anatomy, un nome, una garanzia, che la piattaforma di streaming ha assoldato per 120 milioni di euro. Bingo: appena uscita, Bridgerton – così si chiama la famiglia protagonista – è schizzata in cima alla classifica dei titoli più visti. Si tratta di un period drama – cioè in costume, stile Downton Abbey – ambientato a Londra nel 1813, in piena Reggenza, quando sul trono c’era il re pazzo Giorgio III e a fare le sue veci ci pensava il principe di Galles.

L’età di Jane Austen, per capirci, quando era “una verità universalmente riconosciuta che uno scapolo provvisto di un ingente patrimonio dovesse essere in cerca di una moglie”, per dirla con Orgoglio e pregiudizio. E difatti al centro della trama ci sono proprio le vicende amorose di alcune signorine dell’alta società, Daphne Bridgerton in primis (l’attrice Phoebe Dynevor), che, tra un ballo, un picnic e una promenade, incrocia i suoi destini con quelli del bello e tormentato duca di Hastings, interpretato dal nuovo sex symbol Regé-Jean Page. Attorno si muovono i comprimari: la sorella ribelle che ricorda Jo March di Piccole donne, il fratello maggiore innamorato della donna sbagliata, le vicine di casa a corto di pretendenti.

E nell’ombra Lady Whistledown, signora dall’identità misteriosa e dalla penna pungente, che conosce gli affari di tutti e li spiattella (come la Gossip girl di un’altra celebre serie) in un giornaletto pettegolo che intriga pure la regina. Nessun rischio di annoiarsi tra pizzi e crinoline. Bridgerton non è un affresco storico per intellettuali ma una rivisitazione moderna del periodo, con qualche anacronismo – dalle sigarette alle lampadine elettriche – e molte concessioni sexy che ne tradiscono l’origine.

Tratto dal romanzo rosa Il duca e io di Julia Quinn, prima puntata di una saga di nove (una per ogni fratello Bridgerton più l’ultima per tirare le somme) che solo negli Stati Uniti ha venduto oltre dieci milioni di copie ed è stata tradotta in 32 lingue, prevede derive assai sensuali, innamorati che si amano ben oltre gli sguardi e le parole, pure qualche gluteo esibito che non ti aspetti. Jane Austen rabbrividirebbe.

Ma anche se i dialoghi non brillano per arguzia, i costumi, le location, le musiche – pezzi di Ariana Grande, Taylor Swift e Billie Eilish riadattati da un quartetto d’archi – fanno ammenda e trasformano la serie in una festa. Gli abiti, in particolare, sono pazzeschi: 104 solo quelli di Daphne, cinquemila in tutto – 7.500 se si contano anche gli accessori, i guanti, i gioielli e le tiare Swarovski – studiati dalla veterana Ellen Mirojnick, già costumista di Attrazione fatale, The greatest showman e Maleficient, e cuciti e ricamati a mano in cinque mesi di lavoro da un team di 238 sarti, sei dei quali dedicati alla protagonista.

Ogni look è studiato meticolosamente, nulla è lasciato al caso: quel che conta non è l’accuratezza storica ma il valore simbolico di stoffe e palette cromatiche. Così i Bridgerton, di nobile lignaggio, si vestono di colori pastello, di tonalità soft che vanno dal verde al celeste, all’argento, mentre le Featherington, le vicine di casa parvenues, preferiscono tonalità accese, chiassose, eccessive. Daphne è raffinata ed elegante come Audrey Hepburn, la signora Featherington appariscente come Joan Collins, le sue figlie vistose come Kardashian d’altri tempi. Le donne non indossano cappelli, in compenso sfoggiano i corsetti di Mark Erskine-Pullin, in arte Mr Pearl, che ne ha fatti per Madonna, Beyoncé e Dita Von Teese. E parrucche: la regina Carlotta (Golda Rosheuvel) ne esibisce di altissime ed elaborate, una diversa in ogni scena, a volte anche due sovrapposte. A proposito di sua maestà: assente dal libro della Quinn, è una vera chicca della serie, dove è l’unico personaggio storico realmente esistito (oltre al re, che però si vede pochissimo).

E che personaggio: niente meno che una sovrana di colore, sull’onda della leggenda che la vorrebbe – lei, la tedesca Charlotte di Mecklenburg- Strelitz, che a Giorgio III diede quindici figli – discendente da un ramo africano della famiglia reale portoghese. L’ambientazione è londinese, ma le riprese sono state fatte in giro per mezza Inghilterra. Le strade della capitale sono in realtà quelle di Bath, le case dei protagonisti un puzzle di palazzi assortiti.

Quella dei Bridgerton, per esempio, ha l’esterno di Ranger’s House a Greenwich, l’atrio e altri interni della base della Royal Air Force di Halton e i giardini di Chatham Dockyard. In altre residenze confluiscono il castello Howard di York, Wilton House a Salisbury, il municipio e il museo d’arte di Bath, Somerley House a Ringwood – già casa di Carlo e Diana in The Crown – e Hatfield House, dove Yorgos Lanthimos ha girato La favorita con Olivia Colman. In tutto le location sono più di cento, i set complicatissimi: per allestirli ci sono voluti oltre duecento tecnici, uno dei quali ha passato quattro mesi a costruire caminetti e finestre. Inevitabile che il budget lievitasse fino a cinque milioni e mezzo a episodio, nonostante il compenso degli attori, tutti giovani e senza troppe pretese, non sia stato stellare.

Con un’unica eccezione: Julie Andrews, che non compare mai in video ma nella versione in lingua originale dà la voce a lady Whistledown, si è messa in tasca per il disturbo la bellezza di un milione e 600 mila euro. Gli altri, per la maggior parte sulla trentina, con qualche lavoro alle spalle ma niente di particolarmente conosciuto, sono stati ripagati con un’ondata di fama che non si sarebbero mai sognati. Regé-Jean Page, in particolare – nato in Zimbabwe, cresciuto in Inghilterra, già visto nelle serie Radici e For the people – è passato da zero a cento, dal semi anonimato alle copertine di mezzo mondo in pochi giorni.

Giudicate come vi pare le sue doti attoriali, ma a lui e ai colleghi va riconosciuto un certo impegno: tutti, prima di cominciare a girare, si sono sorbiti lezioni di storia, equitazione, ballo ed etichetta, nel corso di una specie di campo d’addestramento in stile Regency di sei settimane, per non parlare delle prove costume che a volte duravano più delle riprese. Ma lo scoglio più grande per qualcuno è stato l’imbarazzo. Non tanto sul set, dove i protagonisti hanno affrontato le scene bollenti con l’aiuto di un coordinatore d’intimità, quanto fuori. Jonathan Bailey, l’attore che interpreta Anthony Bridgerton, era così preoccupato della reazione della nonna novantenne che le ha consigliato di leggere il libro di Julia Quinn prima di mettersi davanti alla Tv, giusto per non avere sorprese. «Vedrai il mio sedere prima della mia faccia », le ha anticipato. Nonna avvisata…

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