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Delitto di Arce, chi è Serena Mollicone? Madre, padre, colpevole, Storia, Marco Mottola, Droga, ultime notizie 2021

In breve tempo la mia vita è stata distrutta. Di punto in bianco, senza che avessi fatto nulla, sono diventato “Il Mostro di Arce”, lo spietato killer di Serena Mollicone. Da quel maledetto giorno la mia vita è andata a rotoli. Mia moglie, credendo alle false accuse che mi erano state contestate e per cui mi avevano arrestato, mi ha abbandonato.

Allora la mia bambina aveva solo tre anni e non l’ho potuta vivere come avrei dovuto. Mi è caduto il mondo addosso. Finalmente oggi tutti sanno che dietro al delitto di Serena non ci sono io. Nonostante tutto il male che mi hanno fatto, non ho mai avuto un centesimo di risarcimento”.

A parlare è Carmine Belli, carrozziere di 50 anni. Porta ancora addosso i segni della sofferenza e del dolore per le accuse, infondate, di essere stato l’assassino di Serena Mollicone, la studentessa di 19 anni scomparsa il primo giugno del 2001 e trovata uccisa dopo due giorni nel bosco di Fonte Cupa, ad Anitrella, a breve distanza da Arce, il paese dove viveva insieme alla famiglia e da dove era misteriosamente sparita. La ragazza scomparve dopo essersi recata nella caserma dei carabinieri per denunciare l’attività di spaccio che Marco Mottola, il figlio dell’allora comandante della stazione, aveva avviato nel piccolo centro del Frusinate. Fu proprio il comandante Franco Mottola che il 6 febbraio 2003 arrestò Carmine Belli.

MORÌ DOPO UNA LENTA AGONIA

Il carrozziere restò in carcere per diciassette lunghissimi mesi, ingiustamente. Infatti, è stato assolto da ogni accusa in tutti i gradi di giudizio. Oggi dopo diciannove anni, tutti sanno che la verità sull’omicidio di Serena Mollicone è un’altra: sul banco degli imputati c’è proprio l’ex comandante della stazione dei carabinieri Franco Mottola, insieme a sua moglie Anna Maria Mottola, 58 anni, e al figlio Marco, 37 anni.

Quest’ultimo, secondo quando ricostruito dagli inquirenti, al culmine di un litigio avrebbe tramortito Serena nell’alloggio di servizio della stazione che comandava il padre. Insieme alla famiglia Mottola sono finiti a processo anche due carabinieri che all’epoca del delitto di Serena lavoravano nella caserma di Arce: l’appuntato Francesco Suprano, 51 anni, indagato per favoreggiamento personale in omicidio volontario, e il luogotenente Vincenzo Quatrale, di 58, indagato per concorso in omicidio volontario e istigazione al suicidio. Il suicidio a cui si fa riferimento è quello del brigadiere Santino Tu-zi, anche lui in servizio ad Arce.

Vide Serena entrare in caserma prima di essere uccisa e non la vide mai più uscire. Tuzi nel 2008 aveva trovato il coraggio di parlare raccontando tutto ciò che sapeva sull’omicidio di Serena Mollicone e tutto ciò che aveva visto con i suoi occhi. Aveva mosso accuse pesanti che come un macigno si erano abbattute sul comandante della stazione, Franco Mottola. Per questo i giudici avevano deciso di metterli a confronto, ma Santino Tuzi qualche ora prima di trovarsi faccia a faccia con il suo superiore, l’11 aprile 2008, si tolse la vita uccidendosi con la pistola di ordinanza.

Forse il brigadiere aveva subito delle pressioni e qualcuno gli aveva intimato di ritrattare la testimonianza e di farsi gli affari suoi, cosi come avevano fatto altri militari. Carmine Belli in una intervista ci aveva raccontato un aneddoto che ha riferito anche ai giudici: «Ho un ricordo lucido e preciso del giorno della mia liberazione. Ero appena uscito dal carcere e davanti al cancello della mia abitazione trovai il brigadiere Santino Tuzi. In quel momento ebbi paura, pensavo che volessero di nuovo arrestarmi. Lo guardai e gli dissi: “Brigadiere…”, ma non ebbi il tempo di continuare a parlare che mi si avvicinò, mi abbracciò e disse: “Carmine, ti volevo chiedere scusa”.

Rimasi sorpreso da quelle parole, ma ero ancora sotto shock per tutti quei mesi di carcere che mi avevano fatto fare ingiustamente. Per questo non diedi peso all’incontro con il brigadiere. Solo recentemente, alla luce di tutti questi risvolti investigativi sull’omicidio di Serena e sul suicidio del brigadiere, ho capito che quell’episodio era importante e per questo l’ ho riferito agli inquirenti».

Carmine Belli, nonostante l’ingiustizia subita, ha un profondo rispetto per la legge e per tutta la vicenda giudiziaria legata all’omicidio di serena Mollicone. Nel corso del processo che si sta svolgendo presso la Corte d’Assise del Tribunale di Cassino, il carrozziere, lo scorso 18 giugno, si è presentato dinanzi ai giudici e ha testimoniato, senza timore di essere smentito.

Ecco il suo ricordo degli interrogatori che dovette subire prima di venire arrestato per un delitto che non aveva commesso: «In quei giorni i carabinieri che oggi sono a processo mi massacrarono. Gli interrogatori duravano anche 15 ore, senza fumare, senza bere, e più di qualche volta all’alba mi lasciarono a piedi. Per tornare a casa dovetti chiedere aiuto al mio ex datore di lavoro». Se non fosse stato un uomo forte e determinato, Carmine Belli, dopo tutto quello che ha passato, si sarebbe tolto la vita.

Ha dichiarato: «Ci ho pensato. Mi hanno fatto talmente tanto male che ancora oggi al solo pensiero tremo. Ma solo ora, dopo che c’è stata questa importante svolta giudiziaria e tutti quei carabinieri sono finiti a processo, capisco perché quell’accanimento nei miei confronti.

Si sono serviti di me per allontanare i giudici dalla verità. Hanno giocato sulla mia pelle per salvare la loro. A me è costata cara quella vicenda: ho fatto ingiustamente diciassette mesi di carcere da perfetto innocente. Anche a Guglielmo Mollicone, il papà di Serena, avevano fatto credere che fossi io l’assassino.

Ho sempre avuto comprensione per Guglielmo Mollicone: era un uomo distrutto a cui era stata ammazzata una figlia così brutalmente… è normale che si sia scagliato contro di me dal momento che tutti mi additavano come colpevole.

Poi siamo diventati amici. Non tutti però hanno cambiato idea sul mio conto. Sono stato allontanato da tanti. Un’accusa di omicidio, anche se falsa, te la porti sulle spalle per tutta la vita. Ancora oggi trovo qualcuno che mi guarda con sospetto. La cosa, non lo nascondo, mi fa molto male. Mi auguro che questo processo possa portare in carcere i colpevoli, quelli veri, e che questa volta paghino per il male che hanno fatto alla povera Serena, alla sua famiglia e anche a me».

Carmine Belli oggi vive in condizioni precarie e con una salute cagionevole. Non ha intenzione di mollare e ha dato mandato all’avvocato Nicodemo Gentile di riprendere quell’iter di risarcimento danni che da anni è fermo presso la Corte di Strasburgo.

L’avvocato Gentile dice a Giallo: «Non vi è alcun dubbio che Carmine Belli sia stato maltrattato dalla giustizia. Si è fatto da innocente diciassette mesi di detenzione. È stato assolto in tre gradi di giudizio e oggi sta dando il suo contributo nel processo che vede alla sbarra i presunti responsabili dell’omicidio di Serena Mollicone. Belli merita un ristoro da parte di quella giustizia che lo ha costretto a difendersi da accuse infondate e che gli ha rovinato la vita.

Merita di conoscere la faccia buona della giustizia, dopo aver conosciuto quella sbagliata». Intanto, nell’aula del Tribunale di Cassino dove si sta celebrando il processo, ha testimoniato anche l’allora fidanzato di Serena Mollicone, Michele Fiorletti. L’uomo ha spiegato che Serena poco prima di essere uccisa, esattamente una settimana prima, gli aveva detto: «Il figlio del maresciallo Mottola si fa le canne e spaccia, bell’esempio per Arce. Prima o poi lo vado a denunciare». Dunque, secondo quanto dichiarato, Serena aveva espresso la volontà di de nunciare il giovane, che poi, per gli inquirenti, quando lo fece per davvero, la picchiò fino a stordirla. Per l’accusa nel corso aggressione subita, la giovane batté la testa contro una porta dell’alloggio di servizio e cadde a terra svenuta.

«HA RIFERITO I SOSPETTI DI SERENA»

I Mottola, forse credendola morta, l’avrebbero poi portata nel boschetto dove fu trovata cadavere, la legarono e le misero un sacchetto di plastica sulla testa. Come ha stabilito l’autopsia, Serena Mollicone morì lentamente, soffocata da quel sacchetto. A proposito delle dichiarazioni rese dal fidanzatino di allora di Serena, la giornalista di Prosinone Today Angela Nicoletti, che ha sempre seguito il caso, ha commentato: «La deposizione di Michele Fiorletti è stata esaustiva e lineare. L’ex fidanzato di Serena ha riferito alla Corte i sospetti esternati dalla ragazza riguardo Marco Mottola che all’epoca aveva i capelli con le meches, proprio come riferisce Carmine Belli quando sostiene di aver visto la giovane discutere con un ragazzo davanti a un bar la mattina in cui è scomparsa». Il processo riprenderà a settembre, dopo la pausa estiva, ma con una novità. Il magistrato titolare delle indagini, Maria Beatrice Siravo, che è stata promossa e trasferita presso la Corte d’Appello di Roma e che è stata destinata a Cassino solo per portare a termine il delicato dibattimento sull’omicidio di Arce, sarà affiancata da un altro magistrato, Maria Carmen Fusco. L’alto numero di testimoni da ascoltare ha richiesto quindi di potenziare l’accusa che potrà quindi alternarsi in domande e repliche alla difesa.


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