Mara Venier saluta il suo amico fotografo Giovanni

Giovanni mio carissimo, mio principe, mio Piccolo Principe. Eh sì, sei una persona abbastanza unica e speciale, lo sai, no? Oddio, sono sicura che tu, vedendo tutte queste pagine che io vedo oggi, pagine e pagine di ricordi, di attestati di affetto e di stima immensa che arrivano da tutte le parti – dai social, dai siti, come pure dai quotidiani – ecco, oggi tu saresti stupito.

Soltanto tu. Te l’assicuro Giovanni. Sei stato il mio amico, il mio amore. Così, mentre scrivo qualche riga cominciano a scendermi le lacrime, sono lacrime amare, quelle che hanno il sapore dell’ assenza, del “mai più”.

Vorrei allora che queste mie lacrime rendessero, forse, più chiaro l’inizio di questa mia lettera che scrivo in tutta la confusione del mio dolore, ma vorrei soprattutto che ne cancellassero la fine. Questa tua inaccettabile fine.

Sei stato un uomo colto Giò, non soltanto il fotografo di moda o di arte. Sei stato amato da tutti per la tua dolcezza e per la tua signorilità. E io ti ho amato, maledizione, ti ho amato. Dal primo minuto. Ci siamo incontrati per una campagna pubblicitaria e da lì è nata subito un’amicizia, un’intesa, un rapporto molto particolare.

Ho visto proprio ieri sul tuo profilo Instagram un mio ritratto: “La mia amatissima Mara”, hai scritto. A proposito, Giovanni, ho tanti ritratti qui, intorno a me, sono tutti tuoi, lo sai? Giò, ma certo che lo sai: tu mi hai tirato fuori l’anima.

Tu che mi volevi struccata, che mi volevi spettinata (e io che mi sono fidata subito di te) hai colto la mia essenza. Soprattutto la mia malinconia. Ricordo che appena arrivavo a Milano ci vedevamo sempre, andavamo a cena, venivo all’inaugurazione di ogni tua mostra, ricordo quella serata meravigliosa con tutti i tuoi ragazzi di studio, una vera famiglia, siamo andati in una trattoria dalle parti di Porta Venezia, ci siamo rimasti fino a notte fonda, anzi fino all’alba.

Era la luce che amavi di più. «Non perderti il giorno che arriva in piazza dei Mercanti a Milano», dicevi. Giovanni, non ho dormito stanotte, ti ho proprio davanti a me, sorridi e citi Jacques Brel: «Siamo diventati vecchi senza diventare adulti».

Ho un ricordo nitido che riguarda proprio “Chi”, il giornale dal quale ti sto scrivendo. E tu ricordi? Tu non dimenticavi niente, Giovanni. E nessuno. Ebbene, quel giorno lì io ero a Milano e il mio fratellino Alfonso Signorini mi chiede una copertina con un fotografo che non conoscevo.

E, diciamolo, questo fotografo era un po’ alle prime armi, tanto che a un certo punto gli si rompe pure la macchina fotografica. Era un delirio, stava saltando tutto il servizio, eravamo in un loft vicino al tuo studio Giovanni. Tu passi a trovarmi e ci trovi tutti nel panico. Volevo chiudere il set, volevo chiamare Alfonso… Solo che tu, pacatissimo mi chiedi: «Ma che succede?». E io: «Una tragedia, questo non sa fare niente ora chiamo Alfonso..».

Tu adoravi Alfonso e sorpresa, mi domandi: «Amore che cosa ti serve?». E poi ti metti a parlare con questa troupe, questi ragazzi che vedono il grande maestro, il gigante che, in un certo senso, si mette al servizio. E restano senza parole (e ci mancherebbe). Così per stima nei confronti di Alfonso, per amore mio, vai nel tuo studio, prendi tutto quello che serve, macchine, luci… E il servizio alla fine lo fai tu.

E quelle foto tu le hai volute regalare al giornale. E tutti sappiamo quel che vale una tua foto. Alfonso, il ricordo mi strappa quasi un sorriso, non è che ti ha mandato una pianta in studio, ti ha mandato un baobab, credo, per ringraziarti dell’immensa cortesia e generosità. Con te Giovanni io perdo un altro amico, un altro. Accidenti. Io ero così legata a te, tu c’ eri nella mia vita, quello con te è stato uno di quegli strani incontri che poi diventano famiglia, diventano qualcosa di importante, perché tu eri magico, ogni volta che ti incontravo uscivo da questi nostri incontri… No, non avrei mai voluto lasciarti.

Compresa l’ultima volta che ci siamo visti, sei venuto qui da me un mese fa, per l’ultimo servizio che abbiamo fatto insieme, la nuova campagna per Luisa Viola, ti avevo chiamato molto spaventata: «Giovanni, io non posso, non me la sento di venire a Milano, ho paura, Nicola non sta bene, lo sai».

E tu: «E che problema c’è?». Così sei arrivato qui a Roma, in macchma, hai portato tutto il tuo gruppo e hai realizzato per me, per noi, per l’ultima volta, adesso lo so, questo servizio fotografico meraviglioso, sempre velocissimo, in tre ore abbiamo fatto qualcosa come 15 cambi. Sono arrivati adesso i cataloghi, e c’è una luce, Giovanni. Sono le foto più belle che ho: tu mi fotografavi sempre con amore, è per questo che io sono così bella in tutte le tue foto.

Tu avevi capito chi ero. Tu capivi tutto. E tutti. Già, capivi tutti. E me. Alle mie sfilate c’eri, come ai compleanni, i nostri messaggi erano messaggi che si sarebbero potuti scambiare tranquillamente due fidanzatini, tu agli amici ti davi, sempre e senza riserve.

E ora ricordo la prima volta che sono entrata nel tuo studio. Mi hai chiesto: «Vuoi una vodka?». Ed erano le dieci del mattino. Tu non mangiavi, bevevi il tuo sbottino. E io mi sono adeguata, ne abbiamo bevuti due o tre quella volta, l’amore nostro è nato fra una vodka e l’altra, diciamolo. Così ieri sera ho tirato fuori la nostra bottiglia di vodka Belvedere e mi sono fatta un bicchierino; già, come la nostra prima volta, come mi hai insegnato tu, Giovanni. Solo che stavolta ero davvero sola».

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