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Nada chi è: età, foto, carriera, vita privata, marito, figli e fiction

Nada sicuramente i più giovani non la conoscono, ma è una delle cantanti italiane più famose e celebrate nel nostro paese. Canta dal 1969 è una delle artiste del panorama musicale italiano più attive, con 18 album e quattro dischi incisi dal vivo, ed anche numerose raccolte.

Nel lontano 1969 il suo debutto al Festival di Sanremo quando aveva appena 15 anni, con il brano famosissimo “Ma che freddo fa” insieme ai Rokes.

Successivamente due anni dopo arriva prima al Festival di Sanremo con la canzone “Il cuore è uno zingaro” in coppia con Nicola di Bari. Nada Malanima, è questo il suo nome per intero nasce il 17 novembre del 53 attualmente ha 68 anni.

Ha una figlia di nome Carlotta ed ha sposato Gerry Manzoli nel 1973. È una famiglia di artisti, Infatti anche il marito è un bassista molto conosciuto nella musica nel nostro paese.

La coppia ha anche avuto una figlia, Carlotta. Della ragazza non si sa molto: nonostante lavori come direttore di produzione nel cinema, ha sempre accuratamente evitato di finire sotto i riflettori. Nada ha parlato di Carlotta in un’intervista a Unicooptirreno: “ho avuto un rapporto complicato con mia madre, perché non mi voleva far crescere e ho sempre pensato che con Carlotta non avrei fatto la stessa cosa. Forse ci sono riuscita, pur con tutti i problemi che ci possono essere fra una madre e una figlia”.

Stasera su Rai 1 la storia di Nada, ”La bambina che non voleva cantare”

E’ una storia così bella, densa e in fondo segreta, che pensare che sia solo l’inizio della storia “pubblica” di una cantante così popolare lascia stupiti. E invece è tutto vero: “La bambina che non voleva cantare”, film tv in prima serata su Ramno mercoledì 10, racconta la vita di una bimba chiamata Nada Malanima.

Che per tutti, certo, è Nada, e sembra quasi di averla vista nascere a Sanremo nel 1969, quando aveva appena 15 anni e conquistò il pubblico con “Ma che freddo fa”.

Ma prima di quel Festival, la “piccola aveva vissuto una vita di emozioni, dolori, gioie e angosce. Anni dopo la “grande” Nada la racconterà nel romanzo autobiografico “Il mio cuore umano”, che arriva fino al giorno in cui la bambina parte per Roma dove “forse” diventerà una cantante.

Oggi il romanzo è in libreria (ed. Blu Atlantide) e presto, appunto, la sua storia arriverà su Raiuno nel film che ne ha tratto Costanza Quatriglio. Sorrisi ha parlato con Nada del film e di tutto ciò che è accaduto nella vita della bambina.

Nada, partiamo dal film… «In effetti il mio impegno si è fermato alla scrittura di “Il mio cuore umano”. Costanza Quatriglio lo aveva letto quando uscì la prima volta, nel 2008, e avrebbe voluto fame un film già allora.

Poi fece solo un docufilm su di me, con lo  stesso titolo, che fu trasmesso su Raitre. Pian piano ci siamo conosciute bene e ho capito la sua sensibilità. Quando l’anno scorso ha potuto girare il nuovo film non potevo dirle di no.

Le ho lasciato mano libera e ho avuto la conferma del gran lavoro che ha fatto sui sentimenti, sul racconto delle dinamiche di una famiglia e di una bambina con le sue sofferenze, i suoi dubbi. Il bello del film è che quando l’ho visto mi sono quasi dimenticata di me, della mia storia».

Nel provino per ottenere la parte di Nada bambina, Tecla Insolia ha cantato “Ma che freddo fa”, la canzone che la lanciò a Sanremo. È il momento in cui la “bambina” diventa Nada… Cosa ricorda di quel Festival? «Sono un po’ stanca di raccontare questa storia, ne ho parlato all’infinito (anche nell’ultimo libro che ho scritto, “Materiale domestico.

Un’autobiografia 2019-1969”). Per me “Ma che freddo fa” è stata ed è una canzone molto importante, tanto che la canto sempre nei concerti. Punto, però. Ho fatto tante altre cose e tante ne farò».
Certo, nella sua carriera le svolte non mancano. Nel 1973 scelse di lavorare con Piero Ciampi, uno dei nostri autori meno “facili”. Poi il Nada THo, tante collaborazioni con gruppi della scena indipendente, e infine gli album di questi ultimi anni, così ruvidi, crudi…

«Ho sentito quasi subito il desiderio di fare cose diverse, ma non sapevo bene che cosa, perché ero travolta da quei successi… Con Ciampi ho cominciato a scrivere, perché ho cominciato a capire quanto fosse importante la parola ed era chiaro che lui non avrebbe potuto scrivere per me per tutta la vita.

È la scelta che mi ha cambiato completamente e mi ha fatto appassionare a questo lavoro. Da lì, poi, sono nati anche i libri. Oggi tutto ciò che faccio è nuovo, è un momento diverso della mia vita. Ogni album è diverso, ma tutti hanno sempre a mia “voce”, non solo come suono, ma come racconto, carattere, stile».

Ci sono una canzone o un libro che hanno segnato la sua vita? «Chi mi ha preso fin dall’inizio è Bob Dylan: una folgorazione! Ma la canzone che mi emoziona sempre è “Wish you were here” dei Pink Floyd. Vorrei scrivere anch’io un pezzo così… Ci provo ogni volta, ma non sono ancora riuscita. Parlando di libri, ho una fissazione per Emily Dickinson: rileggo continuamente le sue poesie,
Vorrei chiederle di un’altra sua canzone che ormai è un classico della nostra musica leggera, “Amore disperato”, del 1983.

«Come “Ma che freddo fa” è una di quelle canzoni che hai la fortuna di cantare e restano nella Storia (che parolona!). Se uscisse oggi sarebbe attualissima, e infatti la usano e la ripropongono in continuazione».

Fortuna per modo di dire…

«Sì, certo, il lavoro alla fine paga. Però si devono sempre verificare anche “congiunture” particolari. Ci sono canzoni altrettanto belle che non fanno il salto. Perché? Boh, non l’ho mai capito».
Una sua canzone da riascoltare?

«Nel 2004 ho pubblicato “Senza un perché”: mi faceva impazzire, ma non successe nulla. Dodici anni dopo arrivò Paolo Sorrentino, mi disse che per lui era meravigliosa, la usò in “The young Pope”, andò in classifica e oggi è uno dei pezzi che la gente mi chiede sempre. La mia sensazione allora era giusta, ma forse il 2004 non era il suo momento».

C’è stato qualcuno che le ha segnato la vita con un consiglio? «Anni fa ho passato una sera con una grande artista sarda, Maria Lai. Era una donnina, allora aveva già più di 90 anni, io neanche sapevo della sua importanza nell’arte contemporanea…

Quella sera mi disse: “Io vivo in Sardegna e non voglio andare a Milano, dove tutti mi vogliono portare. Perché devo fare quel che mi dicono gli altri? Io faccio quel che voglio, perché se sbaglio, sbaglio io, e se faccio bene, faccio bene io”. Per me, che sono stata spesso accusata di voler fare sempre a modo mio, questa frase è stata un’illuminazione e da allora la uso sempre, per tutto ciò che faccio».

A che cosa sta lavorando in questo periodo: disco o libro? «Ho finito di scrivere un nuovo disco e ora aspetto che questo incubo del Covid-19 rallenti per andare a registrarlo a Bristol, con il mio produttore John Parish. E poi sto scrivendo un’altra storia, che non so quando vedrà la luce. Poi ho il mio studiolo, prendo la chitarra, registro, canto, urlo… Tanto sto in campagna e non mi sente nessuno, perciò faccio quel che mi pare».

Lei è sempre così diretta: non ha mai pensato che può fare paura?
«Spero proprio di no! È che non mi piacciono le cose inutili. Mi piace arrivare al dunque, senza perdermi in cose che per me non hanno senso. Così, semplicemente».


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